I pattern dell’architettura umana. Intervista a Milena Simeoni e Francesco Saverio Aymonino

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Abitare non significa soltanto occupare uno spazio, ma entrare in relazione con esso. È da questa idea che nasce I pattern dell’architettura umana, il talk in programma il 27 giugno, alle ore 19, nell’ambito di Attraversamenti, il festival organizzato da Teatri di Pietra, che porta nei luoghi del Parco Archeologico dell’Appia Antica un dialogo tra arte, pensiero e pratiche del vivere contemporaneo.

In occasione dell’incontro abbiamo intervistato Milena Simeoni, naturopata esperta in Medicina Tradizionale Europea Mediterranea, fondatrice della Scuola di Naturopatia LUMEN e ideatrice dell’ Iniziativa Europea SALUS; e Francesco Saverio Aymonino, architetto e vicepresidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma: due prospettive diverse che si incontrano sul rapporto tra corpo, spazio, comunità e benessere.

Un confronto per interrogare il modo in cui gli ambienti che costruiamo — e quelli che abitiamo interiormente — influenzano il nostro modo di stare al mondo, perché gli spazi non sono semplici contenitori della vita, ma possono diventare luoghi capaci di generare relazioni, cura e trasformazione.

Martin Heidegger scriveva che “abitare è il modo in cui i mortali sono sulla terra”. Oggi, in un tempo segnato da velocità e crisi dei legami, che cosa significa davvero abitare?

Francesco Saverio Aymonino
Abitare è un tema che va affrontato su due dimensioni: quella materiale e quella immateriale. Da architetto penso naturalmente allo spazio fisico, sia pubblico che privato, ma queste due dimensioni devono tornare a dialogare sempre più. La vita di relazione ha bisogno di riappropriarsi degli spazi pubblici, che dovrebbero essere progettati come luoghi capaci di consolidare relazioni, creare comunità e favorire inclusione, in una società che tende invece sempre più all’individualismo e all’isolamento. Accanto alla dimensione fisica c’è poi quella immateriale: la dimensione sociale e comunitaria, che oggi l’architettura deve necessariamente considerare.

Milena Simeoni
Credo che l’architettura, quando è pensata bene, sia fondamentale non solo per la bellezza che può generare, ma anche per la salute. Mi occupo di promozione della salute da molti anni e penso che lo spazio esterno, pubblico e sociale, esista anche dentro gli ambienti che abitiamo. Sappiamo quanto le relazioni siano un determinante fondamentale del benessere: per questo è importante creare spazi pubblici di incontro, ma anche ripensare gli spazi privati come luoghi di comunicazione e condivisione.

Un tempo, il centro della relazione familiare era la cucina, poi forse il salotto con la televisione. Oggi il rischio è che la tecnologia frammenti questi momenti e trasformi la casa in uno spazio sempre più isolato. Vivo in un ecovillaggio dal 1992 e lì ho sperimentato quanto siano importanti la comunicazione e la cooperazione tra spazio privato e spazio pubblico: sono elementi essenziali per la salute e il benessere collettivo.

Milena, che cos’è un ecovillaggio e quale idea di abitare porta con sé?

Un ecovillaggio è un gruppo di persone che sceglie di vivere condividendo una visione diversa del rapporto con la vita, con una particolare attenzione alla promozione della salute e alla qualità delle relazioni. Non è soltanto un modo di abitare insieme, ma un’esperienza in cui spazi privati convivono con spazi comuni pensati per favorire incontro, collaborazione e partecipazione.

Nel nostro caso, la parola “eco” non riguarda soltanto il rispetto dell’ambiente naturale, ma anche l’ecologia umana: il modo in cui costruiamo relazioni, comunità e benessere condiviso. Abbiamo, per esempio, una cucina comune, un cuoco, spazi per l’incontro e per la meditazione. Accanto alle abitazioni private esistono quindi luoghi collettivi che diventano punti di connessione, proprio come dovrebbero essere gli spazi pubblici all’interno di una città o di una comunità.

Quando parliamo di architettura pensiamo immediatamente agli edifici. Il titolo del vostro talk, invece, sembra suggerire che anche l’essere umano sia una forma di architettura. Quali sono le fondamenta invisibili che sostengono questa costruzione?

Milena Simeoni
Mi piace molto l’idea di un’ “architettura umana”. Gli antichi dicevano “come dentro così fuori”. Ciò che siamo interiormente si riflette nel modo in cui abitiamo gli spazi e nelle relazioni che costruiamo. Per vivere bene dovremmo prima di tutto imparare ad abitare noi stessi: il nostro corpo, i nostri pensieri, le nostre emozioni, riconoscendo ciò che ci appartiene davvero e ciò che invece nasce da bisogni costruiti.

Quando impariamo ad abitare noi stessi in modo consapevole diventa più facile abitare insieme agli altri, creare comunità e condividere spazi. Corpo, mente ed emozioni sono la prima “casa” che ci viene affidata e che siamo chiamati ad abitare, conoscere e curare. Allo stesso modo siamo chiamati a prenderci cura della casa più grande che condividiamo tutti: la Terra.

Francesco Saverio Aymonino
Dal punto di vista dell’architettura, il riferimento è l’uomo come misura dello spazio: dal concetto dell’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci fino alle riflessioni di Le Corbusier, l’abitare nasce dalla relazione tra il corpo umano e l’ambiente che lo circonda.

L’architettura non riguarda solo il costruire, ma il modo in cui le persone occupano, trasformano e fanno proprio uno spazio.
Oggi questa relazione è diventata più complessa, anche per via di normative e vincoli che spesso rendono difficile una progettazione più libera. Ma proprio per questo l’architetto ha una responsabilità ancora maggiore: pensare spazi capaci di adattarsi alle persone, alle diverse culture e ai diversi modi di abitare.

Un’architettura, quando viene consegnata a chi la vive, non appartiene più soltanto a chi l’ha progettata: diventa di chi la abita. Il compito dell’architetto è quindi creare le condizioni perché quello spazio possa generare relazioni, comunità e possibilità di vita.

Oggi invece molti spazi sembrano progettati per essere efficienti, ma non necessariamente per generare relazioni. Francesco, quali scelte concrete — progettuali, culturali e politiche — sarebbero necessarie per costruire luoghi che producano davvero comunità?

Su questo tema ho lavorato molto anche attraverso il mio ruolo di vicepresidente dell’Ordine degli Architetti e il coordinamento della Commissione Urban Center, che ha promosso la nascita di uno spazio dedicato alla raccolta e alla condivisione delle esperienze in corso nella città di Roma: dai progetti istituzionali alle iniziative delle associazioni e della cittadinanza attiva, sempre più presente soprattutto nelle periferie.

Credo che oggi la partecipazione sia fondamentale e che gli architetti debbano essere formati prima di tutto all’ascolto. Prima di progettare un luogo bisogna ascoltare chi lo abiterà: comprendere i bisogni delle persone, anche quelli meno evidenti, e tradurli in esigenze spaziali concrete. Fortunatamente questo approccio è diventato anche un obbligo normativo, ma dovrebbe essere prima di tutto una responsabilità culturale.

Un tema interessante è stato quello delle case di comunità previste dal PNRR: luoghi pensati come presidi vicini ai cittadini, capaci di integrare servizi e relazione. È un’esperienza che non ha ancora trovato piena realizzazione, ma rappresentava una direzione importante.

Il PNRR, al di là delle singole applicazioni, è stato anche un documento capace di mettere in evidenza molte delle fragilità del nostro Paese: dai problemi dell’abitare alla necessità di ripensare i servizi e gli spazi collettivi. Può essere letto come una sorta di mappa delle questioni che l’architettura contemporanea è chiamata ad affrontare.

Nel lavoro sviluppato da LUMEN e dalla rete europea SALUS la salute non coincide con la semplice assenza di malattia. Milena, quanto incidono i luoghi che abitiamo, i ritmi quotidiani e la qualità delle relazioni sul nostro stato di benessere?

Incidono profondamente sulla nostra salute, anche se in modo diverso in ogni persona. Un punto fondamentale è imparare a leggere il sintomo non come qualcosa da eliminare immediatamente, ma come un segnale, un’espressione di un insieme di cause che chiedono di essere ascoltate.

È un po’ come un allarme che suona in una casa: prima di spegnerlo bisogna capire perché si è attivato. Allo stesso modo, anche fenomeni come la solitudine possono essere letti non soltanto come problemi da correggere, ma come indicatori di qualcosa che non funziona nel nostro modo di abitare e di stare in relazione.

La solitudine è infatti uno dei grandi determinanti della salute: non incide solo sulla durata della vita, ma sulla qualità della vita stessa, aggravando anche condizioni legate alla salute mentale. Per questo dovrebbe essere un segnale raccolto dalla politica, dall’architettura e dalla comunità, per ripensare spazi, ritmi e modalità dell’abitare più coerenti con ciò che siamo come esseri umani.

Abbiamo bisogno di un’architettura che non sia soltanto bella o efficiente, ma realmente umana. Proprio su questo lavora la rete SALUS, con l’obiettivo di portare al centro delle politiche pubbliche la promozione della salute sistemica: creare luoghi diffusi sul territorio in cui diverse competenze, dall’architettura all’agricoltura, dalla cura della persona alla relazione con l’ambiente e gli animali, possano incontrarsi per costruire un modello di benessere più ampio e sostenibile, a beneficio delle persone e dei sistemi sanitari e sociali.

Più che edificare nuovi spazi, abbiamo bisogno di trasformare il modo in cui li abitiamo. Francesco, quale ruolo pubblico può assumere l’architettura in questa trasformazione culturale?

L’architettura può avere un ruolo pubblico fondamentale: dobbiamo tornare a ripensare gli spazi di relazione, a partire dagli spazi pubblici. Il nostro studio è nato proprio da questa consapevolezza, maturata anche attraverso il concorso delle “Cento Piazze” a Roma, promosso durante la sindacatura Rutelli, in occasione del Giubileo del 2000. Quell’esperienza ci ha insegnato quanto sia importante progettare ascoltando chi vive i luoghi o chi li vivrà in futuro.

Un esempio è quello di un piccolo parco realizzato a Bari: era un terreno abbandonato che i cittadini avevano già trasformato spontaneamente, creando nel tempo dei percorsi attraverso il verde. Noi non abbiamo cancellato quelle tracce, ma le abbiamo osservate trasformandole nel punto di partenza del progetto del parco. Credo che questo sia un principio fondamentale: prima di progettare uno spazio bisogna capire come le persone lo abitano realmente.

La nostra società può diventare paradossalmente nemica della salute quando trasforma la cura in una dipendenza da servizi e consumi. Milena, oggi che il benessere è spesso associato a ciò che possiamo acquistare — corsi, integratori, programmi alimentari — come possiamo tornare a concepire la salute come una capacità umana e comunitaria, prima ancora che come un prodotto?

Nel progetto SALUS l’obiettivo è favorire la nascita di spazi dedicati alla promozione della salute sistemica, ma perché possano diventare strumenti realmente efficaci di salute pubblica devono avere alcune caratteristiche fondamentali: essere personalizzati, diffusi nella quotidianità, capaci di intervenire su più determinanti della salute e in dialogo con le politiche pubbliche.

Non si tratta quindi di occuparsi soltanto di alimentazione o attività fisica, ma anche di ambiente, relazioni e qualità della vita nel suo complesso. Mi piace collegare questo concetto a un’idea di personalizzazione dell’abitare: così come uno spazio deve rispecchiare chi lo vive, anche la salute richiede un approccio che consideri la complessità dell’individuo.

Credo sia importante cambiare prospettiva. Oggi spesso il sistema è orientato alla malattia e alla cura della prestazione, mentre dovremmo tornare a un modello che valorizzi la prevenzione e il mantenimento della salute. Esiste anche una proposta, sostenuta da SALUS, che immagina una sanità in cui il professionista venga riconosciuto non per il numero di interventi effettuati, ma per la capacità di mantenere le persone in salute.

Questo significa superare una logica fondata sulla paura e iniziare a investire sulle condizioni che vogliamo far crescere. Già Ippocrate, nel testo Aria, acqua e luoghi, considerava l’ambiente un elemento fondamentale per la salute: osservava il contesto in cui viveva una persona, la qualità dell’acqua, l’esposizione dei luoghi, perché tutto contribuiva al suo equilibrio.

Usciamo dalla dipendenza quando riconosciamo che l’essere umano è un sistema complesso e ogni scelta quotidiana, dal modo in cui abitiamo ai ritmi che seguiamo, dalle relazioni che coltiviamo all’ambiente che costruiamo intorno a noi, può aumentare o diminuire il nostro stato complessivo di salute.

L’Appia Antica è un luogo in cui il tempo non cancella, ma stratifica: ogni epoca resta presente dentro la successiva. Attraversamenti sembra partire proprio da questa idea, che il futuro non nasca dalla rottura con ciò che è stato ma dalla capacità di rileggerlo. Che cosa può insegnare un luogo così al modo in cui oggi pensiamo l’architettura, la salute e la vita collettiva?

Francesco Saverio Aymonino
Ho avuto il privilegio di crescere su l’Appia Antica, un luogo che ha profondamente influenzato anche la mia scelta di diventare architetto. È un paesaggio che racconta la storia dell’abitare umano e il rapporto tra uomo e natura. Roma, più di altre città, è costruita per stratificazioni: ogni epoca si è sovrapposta alla precedente, spesso riutilizzandone materiali e tracce. Questo ci insegna un principio fondamentale anche per la rigenerazione urbana: non si costruisce mai da zero, ma sul costruito, portando nel progetto contemporaneo la memoria e le storie dei luoghi.

Milena Simeoni
L’Appia Antica è un luogo che richiama il rapporto con le nostre radici, e questo ha un valore profondo anche per la salute. Come una pianta non può crescere senza radici solide, anche l’essere umano ha bisogno di riconoscere la propria storia e il proprio legame con ciò che è venuto prima. La gratitudine verso le nostre origini, verso le persone e le esperienze che ci hanno preceduto, può diventare uno strumento di equilibrio e consapevolezza. L’Appia Antica può quindi riportarci alle radici: quelle della natura, della cultura e della nostra stessa esistenza, ricordandoci che il benessere nasce anche dalla capacità di riconoscere le connessioni che ci hanno formato.

Se doveste indicare un luogo che ha trasformato il vostro modo di guardare il mondo, quale scegliereste e perché?

Milena Simeoni
Mi viene in mente un’immagine precisa: era un giorno d’autunno, grigio e piovoso, nella Pianura Padana. Da anni cercavamo un luogo in cui realizzare un centro di promozione della salute, da cui poi è nato l’ecovillaggio. Arrivammo davanti alla cascina dove vivo oggi, in provincia di Piacenza, e ancora prima di visitarla sentimmo che quello era il luogo giusto. Così io e mio marito, molto giovani, decidemmo di acquistarla il giorno stesso.

Ho sempre pensato che gli spazi sappiano parlare. Alcuni luoghi sembrano entrare in risonanza con ciò che siamo e con la direzione che vogliamo dare alla nostra vita. Oggi quella cascina è diventata una comunità di circa cinquanta persone, circondata da un paesaggio che nel tempo è rinato e si è trasformato. Anche le strutture create dall’uomo, quando sono pensate con intelligenza e cura, possono diventare luoghi capaci di generare vita.

Francesco Saverio Aymonino
Un posto che mi ha molto colpito è quello delle cave di marmo di Carrara; ma torno ancora su l’Appia Antica, perché è il luogo che più ha influenzato il mio sguardo e il mio percorso. Ricordo un progetto artistico nato dall’idea di utilizzare gli scarti della lavorazione della pietra: realizzai un’opera dedicata proprio all’Appia, intitolata Dietro il muro.

L’Appia, come l’Aurelia Antica, ha sempre avuto per me qualcosa di straniante: si cammina tra due muri, ma oltre quei confini si apre un paesaggio completamente diverso, fatto di campagna, parchi e ville storiche, in un rapporto sorprendente con la città.

Livia Filippi

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