Dopo più di quarant’anni di Ars Electronica (di cui il MEET è dal 2019 un Science Technology Arts Regional Center commissionato dall’Unione Europea in cui si è cominciato a parlare di Umanesimo Digitale, e nel 2021 ha realizzato a Milano il Garden di VR), e con l’evoluzione del cinema degli effetti speciali e dei fondali dei videogames (ma di fatto il curatore della mostra Hsin-Chien Huang è stato direttore artistico di SEGA e Sony); col telefonino in mano a chiunque e con la tecnologia a portata di tutti, il percorso della mostra potrebbe anche non stupire più di tanto. Bisogna aver vissuto al di fuori della cultura della Apple, dello sviluppo delle sue applicazioni e dell’intero comparto Big Tech, per farsi sorprendere dal tipo di applicazioni artistiche proposto in mostra – la mostra non vuole stupire, ma impiegare le nuove tecnologie per mostrarne la valenza risonante antientropica e multidisciplinare: dalle arti al business to consumer e vice versa (un discorso sul consumismo inteso come elemento di entropia delle tecnologie applicate alle arti, viste quest’ultime come avanguardia e innovazione dell’intero comparto Hi-Tech).
Quest’anno poi hanno aperto DATALAND a Los Angeles sulle applicazioni artistiche dell’ IA, e il prossimo anno a NY aprirà Canyon (sono due nuovi musei) sulla videoarte (video, sound, and performance) col sostegno dell’Electronic Arts Intermix fondato nel 1971 – e alla fine il MEET si allinea da sempre, proponendo una rassegna di videos (e di fatto con Laurie Anderson, per La camera insabbiata, Hsin-Chien Huang ha vinto il premio per la miglior esperienza VR alla 74ma Mostra Del Cinema Di Venezia ed è stato nominato due anni dopo per Bodyless).
A questo riguardo, l’intero evento ha un grosso merito. Quello di introdurre il concetto di entropia dell’arte, di entropia culturale alla quale si contrappone il concetto di risonanza, appunto, come proposto in mostra, “preservando non manufatti ma modi di percepire e immaginare che reagiscono alla semplificazione” come sostenuto nella presentazione di ZipRush: Riders of Ekhokux, opera dello stesso Hsin-Chien Huang, che apre il percorso della mostra.
In questo caso l’idea è successiva allo studio del 1971 di Arnheim, Entropia e Arte, ma va oltre; e si focalizza sull’overload di dati che compone la realizzazione di un’opera d’arte digitale contemporanea, rischiando l’impoverimento e la ricorsività, come fatto notare nel 1936 Walter Benjamin con L’arte nell’era della riproducibilità tecnica, manifestandosi nella perdita dell’aurea.
Il MEET, il luogo, la location della mostra, è un think tank Italiano, dove da un decennio si snocciolano tutte queste tematiche contemporanee in ambito artistico.
Questa è la volta di Taiwan, di far conoscere la scena artistica di Taiwan, con una collettiva di artisti digitali tra cui: Hsiao-Yue Tsao, la cui A Sea of Polyphony è stata accompagnata da una performance dell’artista, ex – Cirque du Soleil, Billy Yi-Chun Chang; Che-Kuang Chuang con Toilet Consciousness, che ridefinisce lo spazio e il corpo; e In the Name of Body, che si interroga sulla necessità o meno della presenza umana nel mondo di oggi, tra i tanti nomi presenti nella collettiva, suddivisa in tre sezioni tipo Memory as Portal, Ritual as Technology e Digital Skins and Future Bodies.
2030: Collective Resonance si pone deliberatamente contro i contenuti standardizzati e omologati, proponendo come controaltare un archivio vivente in grado di rigenerare la memoria culturale. La collettiva, quindi, con questo scopo, propone opere tratte dalla new media art taiwanese, in grado di esplorare la trasformazione della memoria culturale taiwanese tramite AI, generando un’onda risonante in cui passato presente e futuro costituiscono un ecosistema unico.
La mostra utilizza le nuove tecnologie non più per stupire ma per ragionare. È un altro modo di porre le cose, lontano dal mero stupore e dall’incanto per le nuove tecnologie e distante quindi dall’entropica omologazione dei contenuti.
2030 Collective Resonance. Human, AI, Rituals And Virtual Memory. Art from Taiwan. Meet Digital Culture Center, Milano, Via Vittorio Veneto 2. Dal 15 settembre 2026 al 25 Ottobre 2026.
Foto: See You in Three Days, Kua Kee Seng
“See You in Three Days” è un’opera video generata dall’AI che esplora i temi della morte, dei legami familiari e della ricostruzione della memoria attraverso i paesaggi culturali di Taiwan” Si ringrazia l’ufficio comunicazione del MEET Digital Culture Center.
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