DOLORE
Le pagine del mio diario rimanevano bianche. Nulla più da scrivervi sopra. I miei giorni presero l’aspetto di un’agonia interminabile, una tristezza greve e profonda rallentava il sangue nelle mie vene e appesantiva le mie ossa, continuamente contendendo le mie ore all’attività e al pensiero di altre cose. Mi seguiva come un’ombra, ovunque andassi. Cullavo il mio male incurabile, aggrappandomi alla quasi incessante rievocazione di quella storia drammatica e precaria. E domandando infinite volte alla sorda aria, ogni volta come fosse la prima, perché era finita.
Mille ricordi riaffioravano, dolci, tristi, violentemente belli e amari. Ritrovavo, con netta memoria, i gesti, le parole, gli sguardi di lui. Quell’amore aveva colmato la mia vita, quell’amore aveva anche dato uno straordinario impulso al mio entusiasmo creativo e ora era finito, senza rimedio. Eri stato tu ad accendere la scintilla, chi avrebbe spento ora le fiamme? Quelle fiamme erano indomabili, quelle fiamme non si sarebbero mai spente, e mi devastavano. Quanto avrei dovuto soffrire ancora, senza poter trovare sollievo, senza poter trovare né medico né medicina?
Intrapresi una specie di pellegrinaggio sentimentale e superstizioso nei luoghi che ci avevano visti insieme, come se, tornandovi, dovesse mutare qualcosa nell’andamento della mia vita…
Tornai nella D. Strasse, la strada fatata, il solo paese di fiaba che sembrava rimasto sulla terra. Quella strada, un giorno, aveva evocato dal suo marciapiede Kasim. Vi succedevano in pochi giorni più cose che nel resto dell’universo in un anno intero. Vi avevo conosciuto Philipp, prima di Kasim, e nel corso degli anni quante figure originali e bizzarre vi avevo intravisto o conosciuto! Una giovane tedesca con un antenato cinese, trapezzista, che, volteggiando in aria coi suoi capelli lunghissimi, aveva fatto innamorare sua nonna. Tre bambini indiani dai lineamenti delicati e grandi occhi scuri con un sogno appuntato dietro, immersi in un continuo calmo stupore. Un vecchio tedesco altissimo e allampanato con una mano sinistramente nascosta in un guanto nero e un viso macabro, giallo d’odio, che tirava in lungo sul marciapiede lanciando grida dietro i ciclisti che gli erano sfrecciati accanto. Era uscito da un racconto di Hoffmann… Un ragazzo che pareva un coboldo e rispondeva al mio saluto con un altezzoso inchino del capo da maestà reale. Vi si incontravano esemplari di tutti i popoli della terra, un miscuglio di razze e di genti che non si trovavano in nessun altro luogo e le mie avventure avevano inizio là, ai suoi caffè o davanti al suo Lotto Laden…
Mi fermai davanti al Lotto Laden, il cuore mi batteva forte, rividi vividamente la scena ormai spenta del nostro primo incontro… La feci rivivere fino a quando non mi sanguinò il cuore e mi accorsi che l’aria era vuota e muta, che il passato non riprendeva mai le vecchie, care forme. Osai tornare al giardinetto… Le tre oche sulla fontana erano ancora nascoste sotto la protezione di legno. Guardai a lungo, perdutamente, la panchina su cui eravamo stati seduti… Rimpiansi quei momenti trascorsivi sopra, rimpiansi persino l’impudenza di Kasim… Finché non ruppi in pianto, come di fronte a una persona cara, ormai morta, stesa in un sarcofago, e uscii in fretta dal recinto…
Mi rivedo seduta sul balcone al tenue sole di una mattina di marzo, in uno di quegli ingannevoli giorni miti che, ogni anno, fanno irragionevolmente sperare i cuori che l’inverno sia stato, chissà perché, scacciato innanzi tempo dalla primavera, e che sono regolarmente seguiti da crudeli disillusioni. Ascoltavo, con la cuffia, il secondo pezzo dell’ultimo cd di Cecilia Bartoli, St. Petersburg, che il mio amato marito, sempre delicatamente vegliante su di me, aveva voluto donarmi a Natale, un’aria in lingua russa su parole di Alexander Sumarokov, tratta da Alceste di Hermann Raupach…
Uscite dai loro nascondigli invernali, un numero inusitato di vespe compivano piccoli voli sotto il mio sguardo, posandosi sulle stuoie di canna, che rivestivano l’inferriata, per rosicchiarle.
Come solo la musica può fare, l’infinita malinconia di quella canzone nostalgica, riecheggiandoli e intensificandoli, innalzò allo spasimo il dolore e la nostalgia che occupavano il mio cuore, e ben presto quello spasimo, raggiunto l’insostenibile culmine, s’infranse, rovesciando sui miei zigomi fiumi di lacrime. Continuavo a restare inerte, afflosciata sulla sedia, immobile come vi fossi legata, mentre le lacrime scorrevano calme e inarrestabili, rigandomi le guance e bagnandomi il petto.
Quando una vespa mi si posò su uno zigomo a berne, la lasciai fare senza un moto.
Ricordo che, a un certo punto, mi alzai e fermai lo sguardo sull’orizzonte, a destra. Dietro i tetti, in prossimità dell’aguzzo tettino di un campanile, volavano due o tre uccelli dalle ali bianche: la mia nostalgia, la mia commozione si fecero allora così struggenti e disperate, che, con un nuovo spasimo acuto, ruppi in altre lacrime: a volteggiare in quelle lontananze aeree e a dileguarsi nelle infinite indeterminatezze del cielo sull’orizzonte, dopo un implacabile cenno d’addio delle ali, era qualcos’altro insieme a quegli uccelli, era qualcosa di più vasto e più immateriale, qualcosa di mio, qualcosa che era stato mio, che se ne andava e si rendeva per sempre irraggiungibile.
Eri stato tu ad accendere la scintilla, chi avrebbe spento ora le fiamme? Il mio amore era grande, mi teneva tutta, e, mentre cresceva, tu, proprio tu, mi avevi dato l’ordine esecrando di ucciderlo. Il mio amore era grande, e dovevo comprimerlo nelle mie viscere, non potevo farlo essere, non potevo farlo vivere, perché tu non volevi, non potevo inondare della sua meravigliosa forza te che lo avevi suscitato e t’eri poi dileguato. “Ardisci amare: un dio l’ha voluto!”, avrei voluto dirti, ma tu non volevi più sentire parole d’amore da me. E quelle sublimi parole le gettavo nel vuoto, a me stessa, ripiovevano su di me, inascoltate. Ero troppo consapevole che il mio dio era greco e il tuo mussulmano, che il mio spirito era libero, il tuo, devo dirtelo, schiavo. Schiavo della religione, schiavo della famiglia, schiavo della società. Di notte, nel mio letto, abbracciavo l’aria vuota, piangevo cercandoti nel buio, cercando il tuo amore impossibile, con spasmi di nostalgia, dopo i quali ricadevo esausta e inaridita sul cuscino. Tu li hai mai avuti? Sai cosa significano?
Come sarei riuscita a portare dentro di me quella morte, a continuare a vivere? Quell’interrogativo grave e ineluttabile, che risorgeva continuamente, mi metteva davanti agli occhi l’abisso, un abisso che contemplavo attonita e piena di sgomento. Vedevo chiaramente che la mia condizione era seria, che non avevo via d’uscita, che per me non c’era scampo, che mi sarei dovuta rassegnare a portare a spasso quella morte giorno dopo giorno, io, proprio io che da sempre avevo lottato contro la morte, ne dovevo portare ora il fardello più pesante e più intimo.
Il futuro mi faceva orrore. Amavo in te qualcuno che io sola avevo scoperto, che io sola conoscevo, qualcuno che apparteneva a me sola, che non poteva più cambiare, che non poteva invecchiare, che io non potevo più fare a meno di amare… E tu dicevi che tutto questo non era mai esistito? Tutto questo era morto, tutto questo non era stato mai detto? Non aveva più valore alcuno? Oh, Kasim, tu pretendevi da me l’impossibile, il mostruoso, che io mi rinnegassi, che io ti rinnegassi. In che prova terribile e disperata mi hai spinta nell’autunno della mia vita, quando le forze sono più deboli, quando il cuore è più vulnerabile e incline a farsi stregare, con la tua tenerezza nata in autunno! Non avresti dovuto mai, per nessuna ragione, dire che i miei occhi erano dolci e cercare in me la dolcezza, risvegliare in te la dolcezza, e darmela, pericolosamente, darmi la tua dolcezza come una cosa semplice e naturale, e, quando questa era divenuta la ragione della mia sopravvivenza, quando mi ero assopita ed ero venuta meno tra le tue braccia, improvvisamente togliermela!, assassino… E’ vero che sei barbaro, è vero che sei duro, vieni dalla stessa terra selvaggia che ha generato l’assassino dell’arciduca austriaco… Sei di pietra, sei una statua di freddo marmo ai cui piedi m’inginocchio singhiozzando, con le chiome sciolte, e tu non senti il mio pianto, le tue orecchie sono di pietra, e, se anche non lo fossero, il tuo cuore è di pietra… Anche di recente non hai voluto i miei baci, mi hai respinta… Hai strappato violentemente la pelle alla mia ferita e l’hai fatta di nuovo sanguinare… Non sai che cruda sofferenza sia stata, come mi sono piegata sotto il dolore, come la piaga si è risentita… Come puoi essere così terribile?

