La Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e Communication Expert, ha approfondito la letteratura scientifica internazionale relativa alle radiofrequenze e ai possibili effetti biologici delle esposizioni prolungate. Non una conclusione medica, ma una ricognizione giornalistica delle principali ricerche disponibili, dalla classificazione della IARC agli esperimenti del National Toxicology Program statunitense e dell’Istituto Ramazzini.
Dottoressa Valentina Pelliccia, perché ha deciso di approfondire il rapporto tra Wi-Fi, radiofrequenze e salute?
«Perché viviamo costantemente circondati da dispositivi wireless e ritengo legittimo domandarsi quali possano essere gli effetti di esposizioni molto prolungate. La prima cosa che ho scoperto studiando la letteratura è che occorre evitare due estremi: affermare che il Wi-Fi provochi il cancro non sarebbe scientificamente dimostrato; sostenere che l’intero tema delle radiofrequenze sia privo di questioni ancora aperte sarebbe altrettanto semplicistico.»
Esiste una classificazione ufficiale internazionale sulla possibile cancerogenicità delle radiofrequenze?
«Sì. Nel 2011 la International Agency for Research on Cancer, agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, classificò i campi elettromagnetici a radiofrequenza nel Gruppo 2B, cioè “possibly carcinogenic to humans”, possibilmente cancerogeni per l’uomo. La decisione si basava su evidenze considerate limitate nell’uomo, soprattutto relativamente al glioma e al neurinoma acustico. Gruppo 2B non significa “cancerogeno accertato”: significa che esisteva un segnale scientifico tale da giustificare quella classificazione e ulteriori ricerche (IARC Monographs, Volume 102, Radiofrequency Electromagnetic Fields).»
Qual è lo studio sperimentale che l’ha colpita maggiormente?
«Quello del National Toxicology Program degli Stati Uniti. Parliamo di un programma governativo di ricerca tossicologica. Nei suoi studi biennali sui ratti, sottoposti a radiofrequenze utilizzate dalle tecnologie cellulari GSM e CDMA, il NTP rilevò nei ratti maschi quella che classificò come “clear evidence of carcinogenic activity” per gli schwannomi maligni del cuore. Per i gliomi maligni cerebrali parlò invece di “some evidence”.
Furono osservati anche risultati riguardanti tumori della midollare del surrene (National Toxicology Program, Technical Report 595, 2018; National Institute of Environmental Health Sciences).»
“Clear evidence” è un’espressione particolarmente forte. Che cosa significa?
«È importante riportarla correttamente. Nel sistema di valutazione utilizzato dal NTP, “clear evidence” rappresenta la categoria più elevata di evidenza di attività cancerogena negli studi sperimentali. Il risultato relativo agli schwannomi cardiaci riguardava i ratti maschi esposti alle radiofrequenze oggetto dell’esperimento. Questo dato non dovrebbe però essere trasformato nella frase “il Wi-Fi provoca il cancro”: sarebbe una conclusione che lo studio non consente.»
Perché non possiamo trasferire direttamente questi risultati al Wi-Fi di casa?
«Perché cambiano frequenza, modulazione, intensità, modalità e durata dell’esposizione. Lo stesso National Institutes of Health ha precisato che le esposizioni utilizzate negli esperimenti NTP non sono direttamente comparabili con quelle normalmente ricevute dalle persone nell’uso quotidiano dei cellulari. A maggior ragione bisogna essere prudenti quando si parla specificamente di un router Wi-Fi domestico.»
Ma anche in Italia è stato realizzato un importante esperimento, corretto?
«Sì. L’Istituto Ramazzini di Bologna ha condotto un grande studio sperimentale su 2.448 ratti Sprague Dawley esposti a radiofrequenze a 1,8 GHz, dalla vita prenatale fino alla morte naturale. Nei maschi appartenenti al gruppo sottoposto all’intensità maggiore fu osservato un aumento statisticamente significativo degli schwannomi cardiaci. Gli autori rilevarono inoltre altri segnali riguardanti cellule di Schwann e tumori gliali, alcuni dei quali, però, non raggiungevano la significatività statistica (Falcioni et al., Environmental Research, 2018).»
Perché il confronto tra lo studio americano e quello italiano è interessante?
«Perché due programmi sperimentali differenti avrebbero rilevato segnali che interessano, tra l’altro, le cellule di Schwann. Gli stessi ricercatori dell’Istituto Ramazzini sottolinearono la coerenza di alcuni loro risultati con quelli del NTP e proposero che le evidenze fossero considerate nella valutazione della cancerogenicità delle radiofrequenze. Anche Melnick ha successivamente discusso la convergenza di alcune evidenze sperimentali e la necessità di approfondirne le implicazioni (Falcioni et al., Environmental Research, 2018; Melnick, Environmental Research, 2019).»
Esistono studi che riguardano specificamente frequenze utilizzate dal Wi-Fi?
«Sì, ed è proprio qui che bisogna essere ancora più precisi. Alcuni studi sperimentali hanno utilizzato esposizioni a 2,4 GHz, frequenza impiegata anche dal Wi-Fi. In modelli animali sono state studiate modificazioni dell’espressione di microRNA cerebrali, possibili alterazioni del DNA e parametri dell’apparato riproduttivo (Dasdag et al., International Journal of Radiation Biology, 2015; Akdag et al., Journal of Chemical Neuroanatomy, 2016). Sono risultati biologicamente interessanti, ma non costituiscono una dimostrazione epidemiologica che un router Wi-Fi provochi tumori nell’uomo.»
Quindi questi studi dimostrerebbero almeno che le radiofrequenze possono produrre effetti biologici?
«Dimostrano che in determinate condizioni sperimentali sono stati osservati specifici effetti biologici. Stabilire se un effetto biologico si traduca in una patologia nell’essere umano è un passaggio completamente diverso. In oncologia, inoltre, occorre dimostrare un rapporto causale e valutare dose, esposizione, meccanismo biologico, riproducibilità degli esperimenti ed evidenza epidemiologica.»
Ci sono scienziati che contestano l’interpretazione di questi risultati?
«Certamente, e sarebbe scorretto ometterlo. L’International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection ha analizzato gli studi NTP e Ramazzini riconoscendone alcuni punti di forza, ma ha evidenziato anche limiti metodologici e statistici e non considera quei risultati sufficienti, da soli, per stabilire che le radiofrequenze provochino il cancro nell’uomo (ICNIRP, Health Physics, 2020). Anche importanti revisioni epidemiologiche più recenti non hanno dimostrato un aumento del rischio di tumori cerebrali dovuto all’esposizione ordinaria alle radiofrequenze della telefonia mobile.»
Dunque possiamo dire che il Wi-Fi sarebbe cancerogeno?
«No. Possiamo dire qualcosa di più preciso: le radiofrequenze sono state classificate dalla IARC come possibilmente cancerogene per l’uomo; importanti esperimenti animali hanno prodotto segnali oncologici meritevoli di attenzione; esistono studi sperimentali anche a frequenze utilizzate dal Wi-Fi che hanno indagato effetti biologici. Ma, allo stato delle conoscenze, non sarebbe corretto sostenere come fatto accertato che il normale Wi-Fi domestico provochi il cancro nell’essere umano.»
Qual è allora la domanda che dovrebbe porsi la ricerca scientifica?
«Se l’esposizione quotidiana e pluridecennale alle tecnologie wireless contemporanee possa determinare effetti che gli studi disponibili non sono ancora in grado di identificare pienamente.
Le tecnologie evolvono rapidamente e credo sia ragionevole che anche la ricerca continui a evolversi. Il principio dovrebbe essere semplice: studiare senza allarmismi, ma anche senza pregiudizi rassicuranti.»
Qual è la conclusione del suo approfondimento?
«La conclusione è una domanda, non una sentenza. Se esistono evidenze sperimentali sufficientemente significative da avere indotto la IARC a classificare le radiofrequenze come “possibilmente cancerogene” e grandi studi animali hanno individuato determinati segnali oncologici, perché non continuare a indagare con studi indipendenti, di lunga durata e specificamente progettati sulle esposizioni wireless contemporanee? Precauzione e rigore scientifico possono convivere.
Informare significa precisamente questo: distinguere ciò che è dimostrato, ciò che è possibile e ciò che deve ancora essere scoperto.»
L’approfondimento di Valentina Pelliccia richiama l’attenzione su un tema scientifico complesso, nel quale la qualità dell’informazione dipende innanzitutto dalla capacità di distinguere le evidenze consolidate dalle ipotesi ancora oggetto di studio.
Il dibattito sulle radiofrequenze richiede quindi rigore, aggiornamento delle conoscenze e corretta interpretazione dei risultati, evitando sia conclusioni allarmistiche sia rassicurazioni che vadano oltre quanto effettivamente dimostrato dalla letteratura.
Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per il contributo e per aver messo a disposizione del nostro giornale un approfondimento documentato su un argomento di rilevante interesse pubblico.
Il valore di un’informazione scientifica responsabile risiede anche nella capacità di rendere accessibili studi complessi senza trasformare un’ipotesi in una certezza e senza sottrarre al lettore gli elementi necessari per comprenderne portata, limiti e questioni ancora aperte.


