In scena dall’ 8 al 18 ottobre al Teatro Ivo Chiesa di Genova.
Mettere in scena l’Orlando furioso oggi significa confrontarsi con una delle opere più sfuggenti e vertiginose della letteratura occidentale. Poema del desiderio, dell’erranza, della seduzione e della follia, il capolavoro ariostesco continua, a cinquecento anni dalla sua pubblicazione, a interrogare con sorprendente lucidità il presente. L’allestimento di Davide Livermore raccoglie questa sfida trasformandola in una complessa e affascinante operazione di lettura critica, nella quale il teatro diventa uno strumento di scavo capace di riportare alla luce tutta la modernità racchiusa nei versi di Ariosto.
Più che dirigere uno spettacolo, Livermore costruisce un’autentica macchina ermeneutica. La sua regia evita accuratamente tanto il rispetto museale quanto la provocazione gratuita. L’obiettivo non è attualizzare artificialmente l’opera, ma dimostrare come essa sia già intrinsecamente contemporanea. In questo senso la sua lettura possiede un forte carattere teorico: ogni scelta scenica nasce da una riflessione profonda sulla natura stessa del poema.
Il regista sembra individuare il vero protagonista dell’Orlando furioso non nei singoli personaggi, ma nel movimento perpetuo che anima il desiderio umano. Tutto sulla scena è instabile, mutevole, soggetto a continue trasformazioni. Luoghi, identità, sentimenti e relazioni si costruiscono e si dissolvono con la stessa rapidità con cui Ariosto passa da una vicenda all’altra. Livermore traduce teatralmente quella poetica della digressione e dello smarrimento che rappresenta la cifra più autentica dell’opera. La scena diventa così il riflesso fisico della mente umana, un labirinto aperto nel quale ogni certezza viene incessantemente rimessa in discussione.
È proprio all’interno di questa visione che acquista forza la centralità accordata alle figure femminili. Fin dalle prime battute emerge chiaramente la scelta interpretativa che governa l’intera costruzione dello spettacolo: il principio femminile viene posto al centro della rappresentazione come autentica forza motrice della narrazione. Non si tratta di una sovrapposizione ideologica contemporanea, ma della rivelazione di una verità già inscritta nel tessuto del poema. Angelica, Bradamante, Alcina e Melissa cessano di essere semplici eroine cavalleresche per diventare i veri centri gravitazionali dell’azione, corpi narrativi attorno ai quali ruotano passioni, guerre, fughe e distruzioni.
Particolarmente significativa appare la scelta di isolare le prime ottave del Canto V. Livermore e i suoi collaboratori vi riconoscono una sorprendente anticipazione delle moderne riflessioni sulla violenza domestica e di genere. L’intuizione non produce una lettura didascalica o ideologica. Al contrario, la denuncia emerge naturalmente dalla parola ariostesca, rivelando una sensibilità che appare ancora oggi impressionante. Ancora una volta il regista evita ogni semplificazione e preferisce esplorare il femminile nella sua complessità contraddittoria: vittima e artefice, eros e distruzione, dolcezza e vendetta convivono all’interno di una stessa archeologia dell’animo umano.
Analogo spessore assume la celebre invettiva contro l’archibugio. Qui la regia opera uno dei più efficaci cortocircuiti temporali dell’intero spettacolo. Lontana dalla sua contingenza storica, la riflessione ariostesca sulla crisi della cavalleria viene trasformata in una meditazione universale sulla deumanizzazione della guerra. L’arma da fuoco diventa il simbolo di ogni tecnologia capace di separare l’individuo dalle conseguenze delle proprie azioni. L’apologia del combattimento a viso aperto non appare come nostalgia del passato, ma come estrema difesa della responsabilità etica dell’essere umano.
Persino il bestiario ariostesco assume una nuova funzione simbolica. Ippogrifo, Baiardo, Frontino, Brigliadoro e Rabicano non sono più soltanto nomi appartenenti all’immaginario cavalleresco, ma diventano emblemi poetici di una vitalità primordiale che la modernità rischia di smarrire. Livermore li trasforma in figure-soglia, creature capaci di mettere in comunicazione il mondo dell’invenzione e quello dell’esperienza concreta.
La regia trova una delle sue intuizioni più felici nell’abbattimento dei confini fra parola e musica. La struttura rigorosa dell’ottava ariostesca entra in dialogo costante con una drammaturgia sonora di grande complessità. Le esecuzioni dal vivo dell’Ensemble rinascimentale La Chimera forniscono il colore storico della partitura, mentre improvvise incursioni rock, pop ed elettroniche aprono fenditure temporali che trascinano il testo nel presente. Non si assiste a un semplice gioco citazionistico, ma a una vera tensione dialettica fra epoche differenti. Il Rinascimento e il XXI secolo convivono nello stesso spazio sonoro, rivelando l’inesauribile capacità dell’opera di attraversare i secoli.
A sostenere questa ambiziosa costruzione scenica contribuisce un cast di assoluto livello. Anna Della Rosa, Linda Gennari, Annamaria Ghirardelli, Mariangela Granelli e Laura Marinoni dimostrano una notevole padronanza della musicalità interna dell’ottava ariostesca. Le attrici governano il verso con eleganza e precisione, restituendone tanto l’ironia quanto le improvvise aperture tragiche. Accanto a loro, Fulvio Pepe e la presenza coreografica di Silvia Bennet contribuiscono alla costruzione di uno spazio scenico continuamente mobile, nel quale i corpi sembrano materializzare il movimento stesso del racconto.
Particolarmente rilevante è proprio la direzione degli attori, aspetto spesso trascurato quando si parla delle grandi produzioni di Livermore. Qui il regista rinuncia a ogni monumentalità fine a sé stessa e pone il lavoro sulla parola al centro della sua ricerca. Il verso ariostesco non viene mai imbalsamato in un’accademica declamazione, ma restituito nella sua vibrante teatralità. Si percepisce costantemente la volontà di fare del linguaggio un organismo vivo, capace di respirare davanti allo spettatore.
Nelle sue due ore e venticinque minuti, questo Orlando furioso realizza dunque il risultato più difficile: riesce a essere simultaneamente spettacolo, interpretazione critica e riflessione politica. Livermore dimostra di aver compreso che la straordinaria attualità di Ariosto non necessita di forzature esterne. È sufficiente ascoltarne la voce con attenzione per scoprirvi le questioni fondamentali del nostro tempo: il desiderio, la guerra, il potere, la violenza, l’identità, il rapporto fra realtà e immaginazione.
Ne emerge uno spettacolo di rara intelligenza, capace di restituire la natura più autentica dell’opera ariostesca: quell’equilibrio miracoloso fra ordine e caos, ragione e follia, geometria e meraviglia. Davide Livermore non si limita a mettere in scena Ariosto. Lo interpreta, lo attraversa e lo restituisce alla contemporaneità con rigore filologico, potenza visiva e autentica ispirazione poetica. Il risultato è un teatro che pensa senza rinunciare a emozionare, e che emoziona proprio perché nasce da un pensiero profondo. Una delle qualità più rare del teatro contemporaneo.
Giuliano Angeletti
Orlando Furioso di Lodovico Ariosto
Produzione: Teatro Nazionale di Genova, Teatro Nazionale Croato di Fiume – Hnk Ivana Pl.Zajca U Rijeci
Riduzione e adattamento: Margherita Rubino
Drammaturgia e dialoghi: Linda Gennari, Davide Livermore, Fulvio Pepe, Carlo Sciaccaluga
Regia: Davide Livermore
Interpreti (in ordine alfabetico) Anna Della Rosa, Linda Gennari, Annamaria Ghirardelli, Mariangela Granelli, Laura Marinoni, Fulvio Pepe e la danzatrice Silvia Bennett
Musiche dal vivo: Ensemble La Chimera: Sabina Colonna-Preti, Maria De Martini, Francesco Zoccali
Arrangiamenti e musiche originali: Marco Benz Gentile
Costumi: Gianluca Falaschi
Scene: Eleonora Peronetti in collaborazione con Opéra di Monte-Carlo
Disegni: Francesco Calcagnini
Luci: Aldo Mantovani Photo Masias Pasquali
Progettazione trucco e parrucco: Bruna Calvaresi
Regista collaboratore: Carlo Sciaccaluga
Regista assistente: Olivia Manescalchi
Costumista collaboratore: Gian Maria Sposito
Il cavallo Brigliadoro è stato realizzato da Salvatore Muzzi.
Cast tecnico: direttore di scena Fabrizio Montalto
capo macchinista Nathan Copello
macchinista Massimo Stefanini
capo elettricista Marco Giorcelli
fonici Edoardo Ambrosio, Andrea A. Barnaba
sarte Milena Nicoletti, Giulia Iacovacci
trucco e parrucco Barbara Petrolati

