Di Giacomo Vit, poeta tra i più significativi del nostro paese per corposità della parola nella narrazione di un’epoca quale la nostra sempre più nella rimozione di se stessa entro una memoria disancorata dall’interrogazione delle proprie radici (e dunque del proprio presente), abbiamo già avuto la grazia di parlarne. Autore nel friulano di Bagnarola, analizzando infatti nel 2021 A tàchìn de a trimà lis as- cominciano a tremare le api, questo infatti scrivemmo a proposito della sua poetica:”sapiente modalità (..)sempre riportata nell’alveo di quel legame umano con la natura soggetto certo alle asprezze e ai limiti della sua condizione ma soprattutto agli attentati di una Storia che di quel legame sovente ne dimentica, e ne violenta le origini”. E così è anche in quest’ultimo lavoro, in cui ne rafforza le direzioni strattonando lettori e responsabili da sopite e stordite coscienze. Sotto l’egida del dialogo, dei dialoghi tra uomo e Storia appunto, tra uomo e saccheggiata natura, sono infatti espresse nella brevità delle sei sezioni di cui si compone tutte le rimostranze, le accuse, le nausee di un Friuli nella esemplarità di distorsioni che premendo dalla cronaca dei suoi conflitti (la Grande Guerra) e quotidiani fallimenti fa amara mostra di una violenta separazione tra gli uomini in quanto dapprima separazione tra l’uomo e la propria terra, l’uomo e la natura stessa.
Nella “estinzione dell’umano”, rilevata con esattezza da Silvio Ornella nella prefazione (“archeologia dell’orrore” anche e “genealogia dell’alienazione di oggi”), ecco sfilare nella figura dei tanti ultimi (perché sono sempre gli ultimi, gli inascoltati ad esserlo) le vittime e i vinti delle invisibilità e delle indifferenze (degli algoritmi anche sarebbe bene aggiungere adesso). Dal subire degli espropri agli effetti come accennato della guerra non solo sugli uomini ma anche sulla terra, a solitudini e violenze quotidiane e domestiche a lamenti di caserme abbandonate fino a quelle delle minoranze perseguitate che trovano il loro eco nel finale de “Hansel e Gretel in Friuli”. Soprattutto, a proposito di solitudini, l’impossibilità spesso di poterne condividere il dolore ed è questo da sempre il merito maggiore della poesia di Vit, sempre attenta ai rimasti indietro, agli insubordinati, a chi cede al proprio disadattato inseguire (si ricordi non a caso la sua versione in friulano di Villon). Di cui riporta con partecipata sapienza lo stato di desolazione nella rara capacità, tra le altre, di dar voce ai luoghi, gli oggetti, le spoglie dei passaggi umani nel divenire delle loro distruzioni, e delle loro inutili morti. Di cui, di più, quegli oggetti e quei luoghi non sono le spoglie ma spettri essi se stessi di una creaturale aspirazione recisa entro un’idea della vita che la nega negli slanci, e nelle ispirazioni più semplici. Così è nel respingimento reciproco, nel reciproco rigetto a rimetterci sovente chi nel mezzo tenta di rinsaldarne attaccamenti e motivi.
È il caso per esempio, da evento degli anni sessanta e qui celebrato, del contadino (Bulo-Bulo), in rivolta dagli espropri per superstrade e autostrade, piccolo fronte a guardare in faccia, a sfidare nell’esilità del trattore quegli uomini fermi al crocevia del suo Mondo, nemici la cui divisa ora è di ” “giacheta di vilùt,/ ‘na golarina cu ‘na spiluta di oru, scarputis lùstris,/ e ‘na lenguta di ches ch’a imbarlumìssin…” (“giacca di velluto, /una cravatta con una spilletta d’oro, scarpette lustre,/ e una parlantina di quelle che stordiscono…). E che secondo un destino infame finirà col perdere la vita per un incidente di fronte proprio alla sua ex proprietà. Resta la struggente immagine “dal so vuardà plen di vint…” (“del suo sguardo pieno di vento”), e del Coro in alternanza e poi insieme di uomini, donne e bambini a legarsi in partecipato levare, e cadere col suo tenero e sfortunato fante. Una intera terra a tentare col canto le sue naturali reggenze, il suo crollo di mura con ancora in sé gli effetti mefitici della guerra del ’15-’18 come accennavamo. E di cui Vit intreccia dolenze ed elegie di ritorno che non trovano pace entro un eco che non può sciogliersi. Ecco nell’introduzione della sezione riservata: “Gli effetti delle guerre vengono sovente inquadrati considerando la società umana, la politica, l’economia, la storia. E così pure per gli orrori compiuti. Ma i danni sull’ambiente, sul mondo naturale che ci ospita sono spesso nascosti o non considerati affatto. Così fu anche per la cosiddetta Grande Guerra, la prima tappa di una progressiva devastazione bellica dell’ambiente”. L’accento è quello di campi e boschi malati, di frumenti in cenere, di un Isonzo ancora deformato dalle bombe, nell’invito a considerare le immondizie sciagurate della storia che mai a scuola saranno raccontate. E quello del saccheggio di uomini dentro se stessi, il sogno dell’umanità divenuto “bolla guasta” (“bufula vuasta”) che trova poi nell’omaggio al sacrario di Redipuglia nel grappolo di ragazzi a noi rimasti nella figura di “pesci cattivi dell’Isonzo,/che non capivano/ perché l’acqua/ avesse mutato colore” (“pes trisc’ dal Isonz,/ ch’a no savèvin parsè che l’aga/ a ves gambiàt colòur”).
Uomo la cui lingua è ben addentellata nelle tradizioni e che sa guidare con intelligenza nelle sfigurazioni dell’umano. L’uso della ninna nanna ad esempio, e delle villotte con cui poi porta in superficie delitti e sofferenze dimenticate, pesi che poi divengono o diverranno imploso o esploso spirare. O i contrappunti sul tema del vino con versi popolari ma anche con riferimenti ad autori celebrati come Pasolini o Giacomini passando per la sezione dedicata alle caserme della regione (circa quattrocento) smilitarizzate e abbandonate con la fine della guerra fredda. E a cui dà parola tramite la voce ora del vecchio alpino o del vento nel suo lamento, al pensiero delle viti. A chiudere infine la fuga dei fratellini migranti via rotta balcanica, anche qui nel contrappunto delle rispettive ricerche nelle rispettive parole (“Hansel e Gretel in Friuli”). Figure nella loro diversità di un espulsione dell’umano che teme e combatte se stesso in una rotazione infinita. Perché ci ricorda Vit non esistono periferie ma un solo centro dell’uomo straziato ed una sola lingua, quella della naturale aspirazione alla vita, detto senza retorica, e a una vita di pace. Bandiera questa di un appello che trova forma in uno degli ultimi testi, “Letaris a un amigu sintat sora ‘na nula” (“Lettera a un amico seduto sopra le nuvole”). Parole dedicate a tutti noi, e forse anche a Dio, di scendere e di misurarsi da luoghi che non hanno coscienza di esserlo (dove i sogni sono inghiottiti), di “misurà cuant ch’a son fòndis li’ crepadùris dal soreli” (“misurare quanto sono profonde le crepature del sole”). Continua allora a non tradirsi, in chiusura, questa poesia ma soprattutto a non tradire la sua vocazione all’amore che partendo dai piccoli se ne fa barriera. Grazie Giacomo.
Gian Piero Stefanoni

