Pontormo e il Mediterraneo: il mare mosso dell’arte e il superamento dei confini

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Quando parliamo di Pontormo, ovvero di Jacopo Carucci, parliamo di un artista che, per molti aspetti, può essere considerato un autentico antisistema. Pontormo è uno dei massimi rappresentanti del Manierismo, un artista che ha scelto un linguaggio fuori dagli schemi, lontano dagli equilibri classici e dalle regole geometriche del Rinascimento. Ha scelto, per così dire, il mare mosso. I suoi personaggi sembrano sottrarsi a uno spazio geografico rigidamente delimitato. Le coordinate tradizionali si dissolvono, le figure sembrano galleggiare in una dimensione sospesa e l’iconografia si apre a nuove possibilità espressive. È come se la sua arte non conoscesse barriere doganali. I grandi innovatori della storia dell’arte sono spesso spiriti inquieti, capaci di oltrepassare i confini del proprio tempo. Pontormo, con i suoi colori acidi, i corpi liquidi, le figure allungate e apparentemente abbandonate alla forza di gravità, sembra mescolare luce e materia, cielo e acqua, in un movimento che richiama la natura mutevole del Mediterraneo. Un mare che, da sempre, è spazio di incontri, scambi e contaminazioni culturali. E mentre una parte della cultura occidentale, soprattutto in epoche più recenti, ha faticato a riconoscere pienamente il proprio debito nei confronti delle altre culture del Mediterraneo, Pontormo ci invita a guardare oltre le categorie consolidate, a interrogarci sulle possibili connessioni tra linguaggi artistici, sensibilità e tradizioni differenti. Il Manierismo rappresenta una frattura, un disorientamento estetico, una scossa interiore per gli artisti e per chi, nei secoli successivi, ne avrebbe raccolto l’eredità. I corpi di Pontormo sembrano fluttuare come bagnanti nell’istante del galleggiamento: i suoi soggetti rispondono quasi alla gravità dell’acqua più che a quella della terra. Non poggiano semplicemente nello spazio, ma sembrano attraversarlo, sospesi in una dimensione instabile. Nei suoi dipinti la luce cambia, vibra, si trasforma. I colori esplodono con un’intensità sorprendente, come se una fiamma potesse accendersi sulla superficie dell’acqua. L’arancio, in particolare, sembra custodire il calore di un tramonto nordafricano. È una tonalità che, nella mia immaginazione, richiama Marrakech al calare del sole, quando la luce avvolge la città e la silhouette della Koutoubia si staglia contro il cielo, mentre il richiamo del muezzin attraversa l’aria. È un’associazione personale, certo, ma è proprio da queste suggestioni che può nascere uno sguardo nuovo sull’opera d’arte: uno sguardo capace di mettere in relazione la percezione estetica con la memoria culturale e con la geografia emotiva dei luoghi. E allora i corpi di Pontormo diventano anche naufraghi in mezzo al mare, immagini attraverso cui possiamo evocare le migrazioni contemporanee, le partenze, gli approdi negati, le vite sospese tra la speranza di essere accolti e la paura di non trovare terra. Come migranti di un’emigrazione che troppo spesso rimane invisibile, non riconosciuta, non accolta. La luce e il colore possono diventare, in questa lettura, un simbolo di speranza per quelle braccia che si tendono verso l’altro, per chi cerca un approdo e rivendica uno spazio in cui poter esistere. Una speranza che si muove tra resilienza e tempesta, tra il desiderio di salvezza e la rabbia di chi si sente privato di un diritto fondamentale: quello di essere riconosciuto.

Non si tratta di attribuire a Pontormo una consapevolezza delle migrazioni del nostro tempo, ma di riconoscere all’arte la capacità di generare immagini che continuano a parlarci, anche a distanza di secoli. Perché l’arte, talvolta, sembra vedere in anticipo. Non necessariamente perché preveda il futuro, ma perché riesce a dare forma a inquietudini, fratture e tensioni che la storia continuerà a riproporre. E allora eccoci qui, al Quirinale, dove una delle più importanti istituzioni culturali italiane accoglie un artista che possiamo leggere come una figura emblematica della rottura degli schemi e della libertà espressiva. Le opere che vorrei prendere come riferimento in questo percorso sono soprattutto la Visitazione di Carmignano e la Deposizione o Trasporto di Cristo, realizzata per la Cappella Capponi nella chiesa di Santa Felicita a Firenze. Se mi soffermo sulla storia sociale dell’arte, sulla circolazione dei materiali, sui commerci e sugli studi comparativi transculturali, il Mediterraneo entra prepotentemente nel discorso. Non come una suggestione da sovrapporre arbitrariamente alle opere, ma come uno spazio storico di scambi che merita di essere interrogato. Il primo elemento sul quale mi sembra interessante soffermarsi è quello dei copricapi e dei tessuti. Nel Cinquecento Firenze era un importante centro di produzione e commercio tessile, inserito in reti economiche che collegavano la penisola italiana al Mediterraneo, al Nord Africa e al Levante. Stoffe, colori, tecniche e motivi decorativi circolavano attraverso mercanti e porti, contribuendo alla diffusione di gusti e immaginari. Nella Visitazione di Carmignano e nella Deposizione della Cappella Capponi, i panneggi, i copricapi e l’accostamento di rosa, azzurri e bianchi catturano lo sguardo. Le vesti diventano elementi essenziali della composizione, capaci di guidare il movimento delle figure e di amplificare la tensione emotiva della scena. I copricapi possono suggerire un confronto con le rappresentazioni occidentali dell’Oriente biblico e con l’immaginario tessile mediterraneo del tempo. Anche i colori, per la loro intensità e per il modo in cui si accostano, invitano a riflettere sulla circolazione di materiali e sensibilità attraverso le rotte commerciali. Occorre tuttavia distinguere tra ciò che possiamo osservare nelle opere e ciò che possiamo documentare storicamente: l’eventuale legame diretto tra specifici tessuti nordafricani, particolari tinture e le scelte cromatiche di Pontormo richiede riscontri documentari. È proprio questa distinzione a rendere più solida una lettura transculturale. Nel Rinascimento italiano, la prospettiva e la costruzione geometrica dello spazio avevano assunto un ruolo fondamentale. Nelle tradizioni artistiche del mondo islamico, invece, in molti contesti la decorazione, l’arabesco, il ritmo delle forme e il colore avevano sviluppato soluzioni visive differenti, senza che questo escludesse la presenza di altre modalità di rappresentazione dello spazio. In Pontormo la costruzione prospettica tradizionale viene spesso destabilizzata. Le figure si sovrappongono, gli spazi si comprimono, i corpi si intrecciano in composizioni di grande densità visiva. Ne deriva un senso di instabilità che possiamo mettere in dialogo, sul piano interpretativo, con altre sensibilità estetiche mediterranee. Non significa sostenere che Pontormo abbia necessariamente derivato queste soluzioni dall’arte maghrebina o islamica. Significa, piuttosto, domandarsi fino a che punto la storia dell’arte europea possa essere letta anche attraverso gli scambi, le relazioni e le contaminazioni che hanno attraversato il Mediterraneo. Anche la storia economica della Toscana ci ricorda quanto fossero importanti queste connessioni. La politica commerciale medicea e lo sviluppo di Livorno, soprattutto nella seconda metà del Cinquecento, si inserirono in una più ampia strategia di apertura ai traffici marittimi. È un contesto che aiuta a comprendere l’importanza delle reti mediterranee, pur senza poterlo considerare una prova diretta delle fonti visive di Pontormo. È da queste domande che nasce il mio interesse per una storia dell’arte capace di superare i confini disciplinari e geografici, mettendo in relazione le opere con la storia sociale, la cultura materiale e la circolazione delle immagini. La mostra alle Scuderie del Quirinale riunisce oltre 130 opere, 84 delle quali di Pontormo, e offre un’occasione straordinaria per confrontarsi con la complessità di un artista che ha trasformato profondamente il linguaggio figurativo del suo tempo. Curata da Cristina Acidini, con Elena Capretti, Philippe Costamagna, Bruce Edelstein e Carlo Falciani, l’esposizione è visitabile fino al 7 febbraio 2027 e comprende opere fondamentali del percorso dell’artista, tra cui la celebre Visitazione di Carmignano e la Deposizione della Cappella Capponi, insieme a una ricca selezione di dipinti, affreschi e disegni.

Maria Laura Perilli

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