“I Duellanti”: Una singolar tenzone infinita per Alessio Boni

 Teatro Petrarca, Arezzo. Domenica 10 aprile 2016

Francia, agli inizi dell’ottocento, durante l’impero napoleonico. Eseguendo un ordine del proprio generale, il tenente Armand D’Hubert (Alessio Boni) si reca presso il pari grado Gabriel Feraud (Marcello Prayer) per notificargli la messa agli arresti a causa di una bravata: Feraud ha sfidato a duello un civile, pratica proibita da Napoleone, e per giunta lo sconfitto apparteneva a una famiglia “bene”. Ignorando il detto “ambasciator non porta pena”, Feraud si ritiene offeso da D’Hubert, che inoltre lo ha interrotto sul più bello mentre stava “socializzando” con una gentil donzella, perciò gli lancia un perentorio guanto di sfida: è l’inizio di un duello che, tra sospensioni per cause di forza maggiore (il ferimento grave di uno dei due contendenti, le guerre…) e riprese, si protrae per oltre vent’anni. Sopravvissuti a varie battaglie, compresa la disastrosa campagna di Russia, i due continuano imperterriti la loro guerra personale, alimentata da una reciproca insofferenza che aumenta man mano che emerge la loro inconciliabile diversità. Nel frattempo, la Francia ha voltato pagina: caduto Napoleone, l’impero è tornato un regno. D’Hubert, da cinico opportunista qual è, non ha alcuna difficoltà a giurare fedeltà ai nuovi “padroni”, e la sua scelta gli permette di diventare generale; Feraud, al contrario, continua ostinatamente a proclamare la propria fedeltà a Napoleone, guadagnandosi così un bel biglietto per il patibolo, commutato poi in una condanna all’esilio grazie all’intercessione segreta dell’eterno rivale. Grazie a ciò, i due hanno l’occasione per regolare i conti una volta per tutte, tramite un risolutivo duello all’ultimo sangue con le pistole. D’Hubert però, ormai cinquantenne e in procinto di sposarsi, ha deciso di godersi il resto della vita in pace e così, ricorrendo alla propria astuzia, riesce a costringere l’altro a una resa incruenta ma definitiva. A questo punto per D’Hubert, pienamente realizzato nella carriera militare e atteso dalla giovanissima moglie, sembra prospettarsi un futuro più che roseo, ma… una strana sensazione di vuoto… la noia… l’assenza di vere emozioni… dove sarà Feraud??

Lo spettacolo, così come l’omonimo (e ottimo) film d’esordio di Ridley Scott del 1977 (I duellanti – The duellists), è tratto dal racconto di Joseph Conrad The duel, del quale costituisce, di fatto, il primo adattamento teatrale in assoluto, firmato da Francesco Niccolini; quest’ultimo ha curato pure la drammaturgia, insieme ai due attori protagonisti e a Roberto Aldorasi (qui anche co-regista al fianco di Boni). Pur se molto diverse tra loro, la trasposizione cinematografica di Scott e la presente versione teatrale sono accomunate dallo stesso clima allucinato e assurdo, che percepiamo poiché spettatori e testimoni di un evento tanto spropositato nella durata quanto insensato e incomprensibile per ciò che riguarda le ragioni “concrete” che l’hanno provocato. Forse sbagliamo a cercare una risposta in superficie, forse la chiave di lettura di questo duello infinito risiede invece nelle ragioni “nascoste”, cioè quelle riposte nei più remoti meandri di quell’abisso senza fine (in termini di profondità e imperscrutabilità) che è l’animo umano. Che cosa spinge due uomini così diversi, direi quasi agli antipodi, a fronteggiarsi per una vita intera rinunciando così a quella tranquillità e a quella pace che la guerra occasionalmente concede loro? Il senso dell’onore e gli ideali cavallereschi –merci di lì a breve sempre più rare, con l’avvento delle nuove armi e delle moderne strategie belliche che apriranno la strada ai conflitti mondiali del novecento-, possono davvero bastare a giustificare tutto ciò? Probabilmente no, come sembra suggerire questo spettacolo che, rispetto alla versione cinematografica, approfondisce, delineandole nella loro nitida opposizione, le personalità dei due contendenti, che rappresentano forse simbolicamente la dualità insita -e irrisolta- in ognuno di noi, due facce della stessa medaglia, l’io e il suo doppio. D’Hubert è quello che oggi definiremmo “un uomo per tutte le stagioni”, o anche un “trasformista”: freddo, razionale, riflessivo, calcolatore, ambizioso, ligio al dovere ma soltanto per interesse e pronto a cambiar bandiera per mantenere il proprio status. Inoltre, è un uomo dotato di eleganza e fascino: un vero e proprio “damerino”, così come lo apostrofa il suo avversario. Si muove con estrema cautela e buon senso, sempre attento a non sporcarsi le mani, salvo necessità. Il suo motto potrebbe essere: “Obbedienza per convenienza”. Feraud è l’esatto contrario di D’Hubert: impulsivo, sanguigno, pugnace e quasi rozzo per i suoi metodi spicci, ma anche idealista fino ai limiti dell’autolesionismo –la sua parabola di ascesa e caduta rispecchia forse quella del “suo” amato Napoleone-, amante del rischio e della trasgressione (il cosiddetto “fascino del proibito”). Insomma: un “guascone” d’altri tempi, la cui condotta rappresenta il lato istintivo e irrazionale dell’uomo. Potremmo pensare che due modi d’essere tanto diversi, una volta entrati in rotta di collisione, siano destinati ad annullarsi reciprocamente in questa estenuante lotta per la supremazia. Peccato però che, strada facendo, i due rivali si rendano conto di aver bisogno l’uno dell’altro, semplicemente per dare un significato alla propria vita… D’Hubert non si sottrae mai alle sfide di Feraud, e non perché non vi riesca: superando le apparenze, è facile capire come, dietro un atteggiamento rassegnato e infastidito, in realtà non faccia nulla per sfuggire alla furia dell’altro proprio perché anche lui desidera ardentemente lo scontro. Uno scontro che per entrambi significa vita. In mezzo a tali implicazioni psicologiche, lo spettacolo offre pure un intenso spaccato della realtà bellica, come testimonia il serrato resoconto sugli orrori della campagna di Russia che i duellanti recitano all’unisono quasi in uno stato di trance.

Dopo aver apprezzato la versione cinematografica, sono rimasto soddisfatto anche da quest’adattamento teatrale, che getta nuova luce e nuove sfumature sulla storia de I duellanti concentrandosi sullo scavo psicologico e sulle questioni esistenziali, elementi, invece, ridotti al minimo nel film di Scott, dove a spiccare sono la raffinatezza e bellezza della confezione (scenografie, costumi, duelli…), davvero ai limiti della perfezione, e il senso “fisico” della lotta.

Ottima interpretazione per i due protagonisti Boni e Prayer che, oltre a scontrarsi nella finzione (belle le coreografie dei duelli, curate dal maestro d’armi Renzo Musumeci Greco), sembrano duellare sul serio per rubarsi la scena a vicenda: la concorrenza è l’anima del…teatro! Da citare anche l’apporto della violoncellista Federica Vecchio -presente in scena nella duplice veste di musicista e attrice- che, con le sue note scarne, commenta i momenti salienti della vicenda aumentandone l’impatto drammatico.

Per finire, permettetemi di spendere due parole per festeggiare la rinascita (FINALMENTE!) dello storico e splendido Teatro Petrarca, un punto di riferimento culturale imprescindibile per Arezzo, rimasto “al buio” per troppo tempo. Con I duellanti cala -in bellezza- il sipario sulla stagione 2015/2016, la prima del nuovo corso. In tempi come questi, per chi ama la cultura, la riapertura di un teatro importante come il Petrarca è una notizia davvero incoraggiante, e trovo quindi giusto e doveroso condividerla con voi, fedeli lettori del Corriere.

Francesco Vignaroli 

 

“I duellanti”
dal 23 febbraio al 6 marzo
Federica Vincenti per GOLDENART Production
Alessio Boni 
Marcello Prayer
 di Joseph Conrad
e con Francesco Meoni
traduzione e adattamento Francesco Niccolini
drammaturgia Alessio Boni   Roberto Aldorasi
Marcello Prayer   Francesco Niccolini
violoncellista Federica Vecchio
maestro d’armi Renzo Musumeci Greco
musiche Luca D’Alberto
scene Massimo Troncanetti
costumi Francesco Esposito
light designer Giuseppe Filipponio
regia Alessio Boni e Roberto Aldorasi
 foto Federico Riva
 Teatro Petrarca, Arezzo. Domenica 10 aprile 2016 Francia, agli inizi dell’ottocento, durante l’impero napoleonico. Eseguendo un ordine del proprio generale, il tenente Armand D’Hubert (Alessio Boni) si reca presso il pari grado Gabriel Feraud (Marcello Prayer) per notificargli la messa agli arresti a causa di una bravata: Feraud ha sfidato a duello un civile, pratica proibita da Napoleone, e per giunta lo sconfitto apparteneva a una famiglia “bene”. Ignorando il detto “ambasciator non porta pena”, Feraud si ritiene offeso da D’Hubert, che inoltre lo ha interrotto sul più bello mentre stava “socializzando” con una gentil donzella, perciò gli lancia un…

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