“Donne che scrivono di donne”

“Profumo di tiglio nella cittadina di riviera, ed eventualmente potersi sedere all’ombra, dall’alto vedere la massa d’acqua che s’offre senza pudore. I baci fatui e frettolosi d’un ragazzino che guai a spettinarlo, la mia calma nervosa nell’offrirgli il frutto adeguato alla stagione. Bocca. Lentamente s’addensa la calura del pomeriggio estivo. Le parole se ne vanno al bar e consumano bibite ghiacciate nostro malgrado. Che dire. Stanca di muretti, di panorami disturbati da presenze umane, di momenti che solo in superficie perfetti, se fossi quella roccia a picco sul mare.”

Emanuela Giustozzi, marchigiana dallo sguardo ardente e una corrisposta passione per la letteratura, ragazza del terzo millennio così raccontava le sue passioni, ancorandole, lo sguardo intrepido, alle emozioni del suo cuore e della sua terra.

Ragazza di un tempo ambiguo, respira velenoso il profumo di un mare amico-nemico, così come  un po’ più di cent’anni prima, dalla finestra della sua casa maritale attigua ad una vetreria che oggi recita silenzio e polvere, Sibilla Aleramo nella inospite Civitanova tentava l’impossibile itinerario della sua vita di donna: “Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane, ma ero priva ormai  di ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto all’elemento borghese, esso mi appariva più volgare ancora di quello che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse col penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra e empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa erano tutta la loro vita”

 Oltre cento anni: cantata dei mesi pari e dei mesi dispari sussurrata o gridata da voce di donna, essere umano femmina che nel contatto con la nostra terra, nel calore d’un sole mai troppo caldo, per sé e per le altre, in profonda indesiderata sorellanza, tentava la via di una vita migliore: “Nel paese regnava una grande ipocrisia… non una moglie era sincera col marito del rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano reciproca fedeltà e di parecchi signori si indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili…molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa ostentavano il candore sfidando il paese a portare prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio d’autorità paterna! Guai se qualcuno si attentava a mostrare pubblicamente qual era!”

Un lungo itinerario di liberazione che Joyce Lussu, scomparsa alla fine dello scorso millennio, riacciuffa per la coda nelle storie che la madre le racconta e che hanno a protagonista la nonna, la bisnonna “ donne liberate già da molto tempo”, quelle “inglesi in Italia” che, come nonna Margaret Collier, raffinata, colta e emancipata ragazza inglese, giungono spose in una terra marchigiana che usciva dal dominio dello Stato Pontificio e con l’aguzzo della penna raccontano impressioni incise a fuoco.

Un tessuto di memoria, lucido sguardo disteso che è importante catturare nel suo vagare oltre la “Casa sull’Adriatico”: “Prima di terminare queste mie descrizioni, debbo ricordare Giuditta la postina. Quando le andavo incontro per domandarle se c’era una lettera per me dall’Inghilterra, pensavo quant’era pittoresca sullo sfondo del paesaggio, nel suo costume da contadina, col suo canestro in testa, la conocchia in mano, il fazzoletto rosso al collo, e la sottana azzurra annodata sulla sottoveste bianca che arrivava appena sotto le ginocchia e faceva contrasto alle sue gambe ben fatte e abbronzate. Era una donna maestosa, alta e dritta, la figura che ci voleva sullo sfondo di querce e ulivi, mare e cielo azzurri, gli Appennini incappucciati di neve. Aveva sposato un uomo assai più giovane di lei, che stava a casa senza fare nulla, e non contento di mandare la povera donna a fare il suo lavoro la picchiava spesso al suo ritorno; il che succedeva se osava protestare quando trovava in casa una donna più giovane. Essendo una donna di carattere, cacciava subito la rivale, ma le botte successive le subiva con mitezza….un brutto giorno d’inverno scivolò sulla neve, cadde e rimase storpia per tutta la vita… fu una voce allegra che chiamò da una finestra “Signora ricordi la postina?”, alzai gli occhi e vidi la mia vecchia amica comodamente seduta in poltrona, in compagnia  di un gatto  dal pelo lucido che faceva le fusa. E fu con soddisfazione che vidi poi tornare il marito, accaldato, impolverato e stracco, col suo paniere pesante e con la faccia  di chi non ha più voglia di picchiare nessuno”.

S’affacciava il‘900 quando Dolores Prato collezionava preziosi frammenti di memoria  che la mano incerta di donna anziana  e mai completamente “liberata”  avrebbe steso su carta nella sua “Giù la piazza non c’è nessuno”: la piazza quella di Treja, il dolore quello di una figlia abbandonata per vergogna, raccattata per carità, mai completante amata, mai totalmente capace d’amore: “A Roma le donne andavano senza busto e sì che le chiamavano matrone perché erano grosse. Un’indecenza! Questo lo sapevo già, lo dicevano le Cervigni tra le malefatte di mia madre. Però quando la sera vedevo con che sollievo la zia se lo levava, pensavo che, per fortuna, essendo romana, non avrei mai messo quello strumento di tortura. “A Roma la gente mangia per strada”, anche Eugenia mangiava per strada, ma Eugenia era una serva, a Roma, invece potevano essere serve e signore quelle che mangiavano per strada. A Treja solo le popolane si permettevano di masticare per la strada.”

E’ lunga la strada percorsa e raccontata dalle donne, un secolo – il diciannovesimo – che si chiudeva coi suoi rimpianti e le sue smanie bambine, un secolo che si apriva coi suoi desiderati arcani: “L’anno cominciava a mezzanotte nel Duomo…”, un tempo duro che ci auguriamo concluso: “La zia mi pettinava, o meglio, mi lisciava come faceva lei, avanti a un nodo passava a largo, lo evitava; la mia testa era piena di nodi, ma i nodi non si vedono; capelli così neri, così lucidi, così ricci, erano un capriccio; la zia li stava lisciando con il pettine. Con un urlo, mai emesso uguale, glielo strappai di mano e lo spezzai. Il mio primo atto di violenza concludeva la mia lunga infanzia. Un attimo nel quale fui una furia infernale nell’urlo e nel gesto. Non spezzavo un pettine, spezzavo un trave, spezzavo chi mi spezzava; spezzavo me stessa dato che spezzarmi bisognava. Un urlo diabolico, un gesto infernale…”

Giovanna Righini Ricci, romagnola, così raccontava in  “UN PUGNO DI TERRA”, il tempo delle donne.

“L’ultimo giorno dell’anno nonna Tugnina metteva sulla fornace il paiuolo grande e scaldava l’acqua per il bagno generale. Le giovani madri allora si impadronivano di noi e, nella stalla, sotto lo sguardo indifferente delle vacche, ci immergevano, a turni, nel capace mastello.Mia madre mi strofinava così vigorosamente collo e orecchi da levarmi la prima pelle. Il giorno dopo, ci vestivamo tutti di nuovo, da capo a piedi, e noi, lustri e impacciati, con le orecchie vermiglie, ci guardavamo le mani e non sapevamo cosa fare.(…)Femmine in giro non se ne dovevano vedere per Capodanno, perchè “portavano danno”.Così mi relegavo con la mia vestina nuova, nella stalla, accanto alla nonna che filava e alle zie che rammendavano, mentre tutti i maschi, anche i marmocchi, infagottati nei loro pastrani troppo grandi si allontanavano, vociando, verso i casolari dei contadini.(….)Così fino a sera, finché i miei cugini rientravano, trionfanti, e si spartivano monete e zuccherini, seduti sui gradini della scala, azzuffandosi in silenzio, sotto il mio sguardo vanamente sprezzante: tanto, quel giorno, neanche mi vedevano!(….)Mia madre lavorava nei campi, con i grandi. Spesso io la vedevo solo la sera, quando mi lavava i piedi e mi metteva a letto. Parlava poco, non alzava mai la voce; quando ne combinavo una delle grosse, taceva, per non attirare l’attenzione del nonno, ma mi tirava i capelli, ferocemente.Anch’io non dicevo niente.Odiavo i capelli e quando mi capitavano a tiro le forbici, giù larghe sforbiciate. I miei capelli erano sempre cortissimi, inspiegabilmente per gli altri, ma non per mia madre.Le donne erano sempre d’accordo fra loro: se c’era da picchiare uno di noi, siccome era sempre difficile identificare il vero colpevole, ci picchiavano tutti. Pensavamo poi noi a ridistribuire in segreto, senza distinzione di sessi, i cazzotti al responsabile! (…)Mia madre faceva il bucato di notte; di giorno non aveva tempo: doveva lavorare nei campi. Io allora sedevo in silenzio sulla soglia e stavo a guardarla, incantata. Sopra di noi il  cielo era sempre buio e rannuvolato – mia madre sceglieva sempre una notte piovosa, nella speranza che la pioggia il giorno dopo impedisse l’opera sui campi – e gli alberi, laggiù, erano una massa scura, paurosa. Mia madre si muoveva leggera dal paiuolo al mastello; il lanternino a petrolio, che reggeva con una mano, gettava lunghe occhiate gialle attorno a lei.”

Marcella Cioni nella sua “La corimante”, Sellerio, 1993, racconta le donne di Toscana.

“C’era una volta…” Finalmente posso raccontare la mia storia con  “C’era una volta”  e, così, coprire di erbe matte ogni mio passo su rocce di lava e dolomie. E’ la veglia, nel buio del treno, a darmi potestà di tramutare i patimenti in cantilena e grazia, solo con l’inganno di un “c’era una volta… “ ma la mia lingua è fasciata come un batacchio da venerdì santo e solo dentro me il parlate si dipana chiaro, come lo appresi nella mia lontana Toscana. C’era una volta… avevo quindici anni, allora, e dovevo andare a servizio, lontano. Questa partenza pareva una gran fortuna, alla nonna: -Ione, figlia mia, con quanto è successo, almeno tu sarai sistemata. La pelle mi s’era fatta d’ortica e i denti d’odio Nell’urlare che non volevo andarmene. Solo la mia casa, dagli accenti di vento tra i castagni, mi capiva, io non volevo andarmene e poi non sapevo ancora le erbe e i segni che guariscono. “Meglio me ne sia scordata per San Giovanni, vedi cosa è servito insegnarli a tua madre… buoni per i carabinieri di Pistoia, che se la son portati via e te, tu sembri uno scialle nero, il tuo corpo non sorte che per altezza! Ione basta con le fattucchierie, meglio tu diventi una serva… vuoi finire in un bordello? Perché dopo il collegio per discoli. di Prato lì finiresti … poi non sei mica bella…” Però la nonna, mentre mi dava la mano e scendevamo per prati verso il treno nel fondovalle, aveva aggiunto “se proprio lo vuoi proverò a passarti i poteri, anche di lontano”, ma io ero solo stupita di quanta gente riempiva le carrozze, perché per me era la prima volta che salivo sul treno. La nonna sapeva di non rivedermi e io sapevo che alle sue arti ormai non ci credeva più e, anche se alla maglietta m’aveva cucito uno di quegli scapolari che preparava contro il pidocchio, era stato per cucirmi un pezzo di sé e non lasciarmi andar via sola. A che poteva servirmi? Nessuno avrebbe mai potuto invidiare me, così cupa e scura da sembrare un uccellaccio.”

Anna Maria Mori e Nelida Milani raccontano in “Bora” il senso di una storia femminile di sconfitte, rinunce, ma anche piccoli e grandi trionfi:

“Cicina e’una bambina volitiva e ribelle: a un padre amoroso, generoso del suo tempo e delle sue passioni musicali, letterarie e botaniche, ma talvolta anche impaziente e pronto allo <<scapaccione>>, Cicina, fin da piccolissima, l’età stessa della foto, tiene testa, o ci prova: usa buttarsi a sedere sulle piastrelle o i parquets di casa, lucidati uno ad uno con la paglia di ferro, e chiede: “No papa’, non gli scapaccioni su sedere, fammi il discorso…”, e domanda di capire. Capire: una speranza e un’ossessione incominciate li’ nella casa di Pia col sedere per terra a difenderlo da una sculacciata del padre, e continuate, stupide e imperterrite, per tutto il resto di una vita irrazionalmente dedita al razionale.

Quella bambina con la frangetta bionda di capelli sottili e gli occhi a fessura per il gran ridere, con la voglia di vivere e andare avanti, coniugata alla paura di vivere e di andare avanti raccontata da quei suoi piedini grassi chiusi a cerchio l’uno con l’altro “contro” il mondo fuori, proprio lei, quella che da piccola tutti chiamavano Cicina, per oltre cinquant’anni e’ stata come una bolla d’aria nello stomaco e nell’anima di quell’altra, uscita con il suo nome banale – e la vita coraggiosa per forza più che per scelta – dalle pagine di Carolina Invernizio. L’adolescente prima della classe e bulimica; la ragazza emancipata anzitempo, sola a Roma, in camera ammobiliata zona San Camillo; la trentenne che spericolatamente ha poi cercato di coniugare professione e maternità (che non si elidono tanto per ragioni di tempo, come si e’ detto e creduto, ma per la pretesa di due passioni contemporanee di essere, come vogliono le passioni, ognuna sola, e assoluta), queste tre creature femminili in una, si sono dedicate per cinquant’anni, succedendosi l’un l’altra, a cancellare la bambina da cui tutte e tre avevano preso inizio: hanno cercato di non vederla, di non sapere. Non sapevano e non volevano interrogarla, <<com’eri?>> o <<come pensavi di essere?>>, <<a chi ridevi, e perché?>>, <<cosa sognavi?>>, <<come ti pensavi, nel futuro?>>. Ma la bambina ogni volta tornava a galla, con quel suo ridere forte, quei piedini timidi e sfrontati, quel vestitino di organza inamidato.”

CarolE intanto è il 2016 a intonare l’urlo dell’antibattaglia o della battaglia finita o dell’impossibilità di un’altra battaglia. Come ha scritto in un impeto di sincerita’ uno studente ventenne alla piccola posta di un rotocalco femminile, “sostenere il peso dell’emancipazione delle donne e’ una fatica quasi insopportabile”.

E’ la nostra Emanuela a raccontarcelo, un augurio festoso e giocoso per cento e cento e cento anni ancora ma solo se all’insegna della serena convivenza, di generi e di sogni: “La scena della piazza della biblioteca. Bianco e terribile implacabile metafisico del suolo, grande spiazzo vuoto, costruzioni: niente. Altro che realtà virtuali. Urlo, crisi nervosa che lui non conosce, ne è scioccato. E’un ragazzo intonato, farà strada”.

Maria Laura Platania

“Profumo di tiglio nella cittadina di riviera, ed eventualmente potersi sedere all'ombra, dall'alto vedere la massa d'acqua che s'offre senza pudore. I baci fatui e frettolosi d'un ragazzino che guai a spettinarlo, la mia calma nervosa nell'offrirgli il frutto adeguato alla stagione. Bocca. Lentamente s'addensa la calura del pomeriggio estivo. Le parole se ne vanno al bar e consumano bibite ghiacciate nostro malgrado. Che dire. Stanca di muretti, di panorami disturbati da presenze umane, di momenti che solo in superficie perfetti, se fossi quella roccia a picco sul mare.” Emanuela Giustozzi, marchigiana dallo sguardo ardente e una corrisposta passione per…

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