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Fabrizio Simoncioni, a Bonus Track l’ingegnere del suono per eccellenza

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L’ex tastierista di Ligabue tra nuovi progetti e il ruolo di giudice nella trasmissione tv

Per raccontare Fabrizio Simoncioni servirebbe un libro. Potremmo cominciare col dire che è uno dei produttori italiani più apprezzati, oppure che è un cantante e musicista che nella sua carriera ultratrentennale ha collaborato ai migliori album di Litfiba e Negrita. Molti di voi, poi, lo ricorderanno come tastierista di un periodo d’oro di Ligabue, quello dal 1998 al 2005,quando il rocker emiliano registrava dischi di grande successo e affrontava folle oceaniche nei tour.

Quando si dice Simoncioni, tuttavia, i più pensano al sound engineer per antonomasia in Italia.Pensate infatti che a oggi,come ingegnere del suono, l’aretinovanta 57 dischi di platino e svariati dischi d’oro.

Nella giuria del programma musicale televisivo Bonus Track Fabrizio è l’anima colta, colui che va a cogliere anche le più piccole sfumature per elargire consigli e suggerimenti ai giovani protagonisti in gara.

«All’inizio, quando mi è stato proposto di fare il giurato della trasmissione, ho un po’ titubato – ci racconta nell’intervista. – Non ho mai visto di buon occhio i talent e i musicisti di lungo corso che si mettono dietro a una cattedra per giudicare gli altri.Quando però mi è stato presentato Bonus Track sono rimasto intrigato dal format, l’ho valutato come qualcosa di nuovo. Dopo aver messo dei paletti precisi agli autori, pretendendo un progetto serio e di qualità, ho quindi accettato. Devo dire che le mie richieste sono state esaudite, perché tra gli 82 iscritti è stato davvero difficile scegliere i migliori quattordici da inserire nel programma».

Tornando indietro, sceglieresti gli stessi nomi?

«Dico di sì, perché con i dovuti distinguo alla fine si sono dimostrati tutti all’altezza. Poi, come in ogni concorso, devi fare delle scelte.Fa parte del gioco».

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Da Wikimand

La tua carriera recente parla di America, dove sei volato nel 2007 e dove sei rimasto fino al 2013.

«Vivevo a Città del Messico, nel quartiere di Cojoacán (quello di Frida Kahlo, tanto per intenderci), e mi dividevo a livello lavorativo tragli Obranegra Studio della megalopoli messicana e il celebre Sonic Ranch di El Paso, in Texas, un incredibile studio di registrazione residenziale in quella zona di frontiera dove la musica è frutto della fusione tra quella latino-americana e quella del sud degli Stati Uniti».

Come maturò quella scelta?

«Una domanda che mi fanno spesso. Tra la fine degli anni Novanta e la prima metà del nuovo millennio tutte le produzioni importanti in Italia passavano da me, il mio suono era quello più richiesto. A un certo punto – raggiunto l’apice – sentivo di non poter andare oltre, avevo bisogno di nuovi stimoli. Così andai in America, accettando la proposta lavorativa del produttore italo-messicano Ettore Grenci. Là il mio prestigioso curriculum non contava nulla, gli artisti con cui avevo lavorato non erano noti. Ripartire quasi da zero era una sfida eccitante da affrontare e vincere. Nel giro di pochi anni, da perfetto sconosciuto, sono arrivato alla nomination per il Best Album of the Year ai Latin Grammy Awards del 2012 per il lavoro svolto nell’album Peligro del trio pop messicano Reik. Una bella soddisfazione».

Hai trovato molte differenze con il mondo musicale italiano?

«Mi sono trovato immerso in una realtà completamente diversa dalla nostra. Non era la mia lingua, non era la mia musica, non erano i miei arrangiamenti.In pratica ho perso tutti i riferimenti e sono stato costretto a fare tabula rasa.Quando poi sono tornato in Europa la sensazione è stata bruttissima, perché mi sono reso conto dell’aridità di idee in circolazione, di cui in precedenza non avevo avuto percezione.

In questo senso Bonus Track è stata una piacevole sorpresa. Le band hanno dimostrato che in Italia a mancare non sono i musicisti e la creatività, ma una direzione artistica di larghe vedute che purtroppo provoca quella sterilità di cui ho accennato.Nel corso delle puntate abbiamo visto ragazzi con tanti spunti, magari ancora embrionaliedifettosi, ma comunque da sviluppare».

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Conclusa l’avventura oltreoceano, cosa fa oggi Fabrizio Simoncioni?

«Sto facendo preoccupare i colleghi (ride). Scherzi a parte, sto mettendo a frutto quell’esperienza all’estero per portare nel nostro Paese la mentalità acquisita in America.Ho trovato un finanziatore che ha voglia di investire nel mondo musicale e questa persona mi ha messo a disposizione le risorse per realizzare a Prato il D:PoT Recording Arts, uno studio di altissimo livello ormai pronto di cui avrò la gestione e direzione artistica. Lì, oltre a operare in conto terzi e quindi a fornire ai musicisti gli strumenti e i servizi migliori per registrare il proprio materiale, vogliamo realizzare un polo musicale come era una volta la IRA Records di Alberto Pirelli, un punto di riferimento che negli anni Ottanta valorizzò e sdoganò il rock italiano».

Chi fa musica in Italia oggi lamenta proprio la mancanza di investimenti e spazi.

«Io voglio andare in controtendenza e dare l’opportunità a tutti quelli che hanno talento e creatività di uscire dai loro garage e provare a lavorare in un luogo professionale, dove al posto di uno studio di registrazione casalingo, fatto il più delle volte da un pc,gli artisti hanno a disposizione il top della tecnologia da sfruttare. Voglio far capire, in definitiva,che se ci sono le idee ci sarà anche un Simoncioni pronto a supportarle».

Una battuta finale. Che esperienza è stata Bonus Track per te?

«Bellissima e partirei per la seconda edizione già da domani. Vedere tanta creatività che cova nel sottobosco musicale mi ha dato nuovemotivazioni. Al di là di chi vincerà e si aggiudicherà di diritto la possibilità di registrare nel mio studio,sono quindi convinto che nasceranno delle interessanti collaborazioni anche con altri artisti in concorso».

Marco Botti

www.bonustrack.it
Foto Pamela Nocentini

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