“Faccio Film proprio perché non mi piace parlare”. Abel Ferrara a Salerno per il Festival Linea d‘Ombra

Data:

Salerno, martedì 10 maggio 2016

« Faccio film proprio perché non mi piace parlare » esordisce con queste parole Abel Ferrara, regista  di opere cult come “Il cattivo tenente”, “Fratelli”, “ King of New York”, e del più recente “Pasolini”. Con lui, in occasione dell’incontro tenutosi nella neo-inaugurata Sala Pasolini, il salernitano Stefano Falivene e il napoletano Maurizio Braucci, rispettivamente direttore della fotografia e co-sceneggiatore dei suoi ultimi film. Schivo ma allegro, sconnesso e sarcastico, il regista in loro compagnia si concede alla platea senza rivelare praticamente nulla sul suo cinema, che i più già ampiamente conoscono, salvo in alcuni frangenti, tra una risata ed un fraintendimento in traduzione, focalizzarsi su alcuni aspetti della sua passione per il cinema e della sua professione. Disjecta membra.

« Non so assolutamente quello che accadrà » esordisce a sua volta Giuseppe D’Antonio, patron della rassegna, nel presentare l’ospite al pubblico, che ha ha appena finito di vedere il suo ultimo film, il documentario “Searching for Padre Pio”, alla prima proiezione assoluta in un cine-teatro.

« Rispetto ai miei vecchi film, non è la chiusura di un ciclo, ma un nuovo inizio » spiega subito il regista « ogni film che ho fatto è la preparazione per quello immediatamente successivo.

Il documentario è stato una ricerca per i film futuri ed in particolare, un anticipo del film che ho intenzione di realizzare; inoltre, per girare questo documentario, ho fatto ritorno nella terra d’origine del mio nonno paterno,  che è stato figura chiave per me e per tutta la mia famiglia, e che è nato a Sarno, molto vicino a dove, più o meno nello stesso periodo, è nato il Santo.

Personalmente, vengo in Italia dal 1975, ed inizialmente il motivo era proprio comprendere da dove provenisse la mia famiglia, e soprattutto, capire perché mio nonno è andato via, se nell’idea di partire da questo paese e viaggiare per gli States c’era un rifiuto per la propria terra d’origine, o piuttosto l’idea, la speranza che lasciandolo l’avrebbe potuto comunque “ricreare” altrove, anche in un altro continente. Io adesso comprendo il suo viaggio, prima da Sarno a Napoli, due realtà molto vicine geograficamente ma a quei tempi, i primi del Novecento, due mondi completamente differenti.  Suo fratello negli States c’era già stato, due mesi… e poi s’era imbarcato di nuovo, ed è tornato a casa, ma mio nonno non si è lasciato scoraggiare, ha sognato  di vederli realizzati lì i suoi sogni. Mio nonno c’ha creduto comunque, e si è imbarcato… la storia della mia famiglia nasce da lì.

Ma adesso la ragione che mi trattiene in Italia è il cinema, un cinema che non esiste altrove, soprattuto negli States, a partire dal rispetto per il lavoro [artistico n.d.r] del regista: autori quali Pasolini, Rossellini, Fellini, Antonioni, ma anche Fassbinder e pochi altri autori europei a cui mi ispiro… lavorare così in America è impossibile, non c’è un retaggio culturale altrettanto ampio e ricco come questo, né un qualche equivalente filosofico… in America la mentalità è differente, in

fondo non c’è questo ideale di artisticità…» ed ancora sul suo modo di fare cinema: « per me è questo: fare film è assolutamente un lavoro di gruppo. Ad esempio, per quanto riguarda il documentario, con Maurizio Braucci ho scritto sul luogo la sceneggiatura, e lì accanto a me c’erano anche le comparse, e c’era Stefano Falivene. E poi, anche colui che sta davanti alla macchina da presa, l’attore, sia esso Willem Dafoe, Harvey Keitel o Christopher Walken,  rappresenta e riflette assolutamente questo spirito». Suggerisce sagacemente Falivene: « Per capire la differenza del cinema di Abel con quello hollywoodiano, basta andare a vedere il remake de “Il cattivo tenente”…», poi aggiunge Maurizio: «ma poi Abel e Herzog sono andati a farsi una birra insieme. Abel è sì uno scomodo, ma è un uomo di grande cuore e rispetto. Su questo documentario, volevo aggiungere inoltre che gia per la realizzazione di “Pasolini” con Abel avevamo effettuato una grande ricerca, che non avevamo però documentato, come avvenuto invece in questo ultimo caso.

Abel non trovava spazio in America per girare questo tipo di film, ispirato all’estetica degli autori da lui appena citati», e  qui di nuovo Ferrara: «i grandi registi italiani dal 1950 al 1965, sono stati in grado ad ogni film di reinventarsi, di reinventare la forma cinematografica.  Anch’io per questo nuovo film sto cercando  una strada diversa, nello specifico un modo nuovo per rappresentare la vita del Santo. Sono però fiducioso: sono i film ed anzi , è il processo di realizzazione, è il fare film che ti indica ogni volta la strada giusta per girare». A questo punto, chiarisce Falivene: « ad esempio, per “Pasolini” ad esempio abbiamo cercato di ricreare fedelmente l’ambiente borghese nel quale viveva. Lui viveva sostanzialmente così come mostrato, in un ambiente borghese, con la madre e la sorella. E poi c’era il Pasolini che usciva di notte, ed anche qui abbiamo cercato di ricreare l’atmosfera di quella sua vita notturna; non è stato facile ricreare gli ambienti: ad esempio, per mettere in scena il bar dove Pasolini rimorchia Pelosi, la location prescelta è stata una scuola di italiano per extracomunitari!».

Di nuovo Ferrara: «poi, dopo che li ho girati… no, io non odio i miei film, semplicemente… non li riguardo volentieri! Sono in un periodo della mia vita  in cui piuttosto che guardare indietro a ciò che ho già fatto, penso a ciò che vorrei ancora realizzare».

Ed ancora D’Antonio, citando l’horror “ The Addiction”, uno dei film più controversi e suggestivi del regista italo-americano, e cogliendo forse il punto centrale, l’interrogativo metafisico da cui scaturisce ogni suo film: « “Tutto ciò che siamo è eternamente con noi. La domanda che dobbiamo porci, quindi, è: che cosa potrà salvarci dalla nostra folle propensione a propagare il male in cerchi sempre più ampi?”» Ferrara è inizialmente assai vago, poi su questo film dà un suggerimento:  «in “The Addiction” c’è l’idea dei vampiri: protagonisti che non possono morire, ma che per vivere hanno bisogno d’altra vita, di altro sangue… sono le emozioni, le emozioni forti che fanno i film!».

Chiarisce ancora Falivene: «“The Addiction” è sì un film in bianco e nero, ma anche questa modalità di ripresa ha molteplici tonalità, e mi riferisco alla scala dei grigi, ai vari effetti che il bianco e nero può dare. Penso a “L’uomo che non c’era” dei Cohen… Io questo prossimo film su Padre Pio ho suggerito di girarlo in bianco e nero… ».

In chiusura, è intervenuto  poi Vincenzo Napoli, sindaco di Salerno: « Con Abel siamo stati a cena, abbiamo cantato e bevuto insieme. Abbiamo parlato di progetti futuri, e noi Comune ce la metteremo tutta per fare in modo che questa possibilità di un progetto futuro con lui possa infine realizzarsi. I film di Abel sono un’opera aperta, ed il concetto che “tutto ciò che siamo è eternamente con noi” richiama Nietzsche: “noi siamo tutti i volti della storia”. Ammiro la grande sensibilità del regista, che ha il suo retaggio culturale nel Bronx,  la sua grande capacità di cogliere aspetti suggestivi che il meccanismo “classico” di produzione cinematografica interdice.

Credo che Abel Ferrara sia davvero proteiforme e capace, come visto stasera, di dare risposte sintetiche ma penetranti. Voglio citare un film di Coppola, “Un’altra giovinezza”, tratto dal romanzo omonimo di Mircea Eliade: è un’opera illuminante, qui il protagonista è un anziano professore di linguistica che studia i nessi del linguaggio per dare un senso ai nessi del divenire del tempo; questi è  colpito da un fulmine, ed acquisisce un super-potere: una memoria indelebile. Eppure, egli deve riscontrare ed affermare come pur fruendo talvolta d’un’opera già letta o ascoltata, da questa derivi ogni volta una sensazione diversa. Così per  il cinema di Abel Ferrara».

IL FESTIVAL

L’incontro, scandito in due momenti, tenutosi al mattino presso l’Università degli Studi di Salerno,e condotto dal Prof. Alfonso Amendola, e la sera presso la Sala Pasolini, è stato promosso dalle associazioni SalernoInFestival e Tempi Moderni, con il patrocinio del Comune di Salerno.

Ce ne parla Luigi Marmo, direttore artistico della rassegna « questo incontro nasce dalla volontà di creare un degno evento di avvicinamento al festival, in programma quest’anno dal 5 al 12 novembre, e giunto alla sua XXI edizione. L’evento di stasera è rivolto in primis agli appassionati: mi piace ricordare che ci sono registi che hanno successo, e poi quelli che scrivono la storia del cinema. Abel Ferrara è senz’altro tra questi ultimi. Con Peppe D’Antonio, presidente e creatore della manifestazione, siamo convinti che per fare progettazione culturale occorra creare sinergie e reti tra istituzioni, soggetti associativi ed operatori economici attivi sul territorio. Con grande sforzo di tutto lo staff del festival, che crede nel progetto e sta lavorando gratuitamente, stiamo cercando ogni anno di rinnovarci e dimostrare che si possono organizzare grandi eventi anche in una città del Sud».

Bernardo Tafuri

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