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Intervista con Riccardo Vannuccini. “Il teatro non è intrattenimento, ma strumento di comprensione del presente”

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Riccardo Vannuccini, celebre regista e autore, dopo il clamoroso successo dello spettacolo Sabbia ottenuto nella passata stagione, torna al Teatro Argentina di Roma il 28, 29, 30 giugno con Respiro, seconda parte dell’ideale trilogia del Teatro del Deserto. Queste tre date romane sono il coronamento di un laboratorio con i rifugiati del C.A.R.A. (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Castelnuovo di Porto, vicino Roma. Lo abbiamo raggiunto in vista del debutto.

Vannuccini, comincerei dal significato di “Teatro del deserto”, che con Respiro entra nella seconda parte dell’omonima trilogia.

Fa riferimento ad una serie di cose, innanzitutto i luoghi da cui queste persone partono, che è appunto il deserto e l’Africa, dai tanti Paesi di provenienza come il Congo, il Mali, la Siria, la Libia, la Somalia, quindi un primo riferimento è proprio ai luoghi di provenienza. Ne abbiamo fatto una trilogia: dopo Sabbia, ora Respiro e finiremo con AfricaBar, sempre al Teatro Argentina. Un secondo motivo è legato all’ispirazione che mi ha dato un libro di una poetessa che ci accompagna in quasi tutti i nostri lavori, che si chiama Ingeborg Bachmann, il cui titolo è appunto “Libro del deserto”, che parla della sua esperienza di donna occidentale in Africa. Un libro molto forte, molto bello, che ci accompagna nel nostro lavoro.

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Cosa c’è di particolarmente originale in questo spettacolo, Respiro, che metterete in scena all’Argentina, da essere stato da lei definito “non un teatro che illustra o giudica, non un teatro pedagogico, ma semplice evento.”? Su cosa ha lavorato in particolare, registicamente?

Registicamente ho lavorato su delle scene molto semplici. Quando dico che non è illustrativo e pedagocico, ad esempio, è perché non raffiguro i rifugiati come siamo abituati a vederli, con le maglie da calcio occidentali magari, o con i bagagli, ma con le giacche, le camicie, i pantaloni. Persone raffigurate come prima che accadessero gli eventi tragici, prima della fame, o della guerra.  Eseguono azioni semplici, non è un teatro che segue tanto un testo, quanto piuttosto sono le azioni che vanno a formare il personaggio. Non è lui che si racconta, ma è quello che fa che ci fa capire. Queste azioni sono molto semplici, si caricano di significato perché vengono eseguite con senso, con attenzione. Le faccio un esempio: se spostiamo una sedia in casa, è per fare spazio o far accomodare qualcuno. Sul palco quella sedia diventa una casa, una macchina, i ricordi. Costruiamo lo spettacolo per suggestioni.

Quasi un dipinto, mi sembra di capire.

Esatto. La differenza nel trovarsi di fronte ad un quadro di Giotto, dove quello che vedo è ciò che realmente è dipinto, oppure di fronte a un quadro di Kandinski, per comprendere il quale c’è bisogno di una partecipazione immaginativa dello spettatore.

Una curiosità: come sceglie questi uomini e donne che sono poi i protagonisti dei suoi spettacoli?

In realtà siamo noi ad essere scelti, nel senso che spesso ci presentiamo in posti di guerra, ma in questo caso specifico ci siamo rivolti al C.A.R.A. (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Castelnuovo di Porto vicino Roma, affiggendo dei volantini, degli avvisi in diverse lingue, e dopo un lavoro di quasi un anno, la selezione diventa naturale. Chi si diverte, chi si annoia e preferisce andare a Roma in treno…alla fine rimangono i guerrieri. E con loro si costruisce lo spettacolo.

Vannuccini, lei ha lavorato spesso in zone di guerra, portando il teatro in mezzo ai conflitti, lo ha fatto nelle periferie del mondo, così come in quelle delle nostre metropoli. Perché questa sua predilizione?

Perché il teatro ha sempre fatto questo. Il teatro, prima ancora di diventare un mezzo di intrattenimento, è stato uno strumento di comprensione del presente. L’uomo, a differenza di tutti gli altri animali, sa di dover morire. Questo è il primo terrore, e si protegge da questa paura con il teatro. Mette in scena la relazione coi morti, con l’aldilà, l’insondabilità del mistero sulla nostra fine. Qui interviene il teatro, che in questo caso cerca di capire il fenomeno delle migrazioni forzate e lo fa come sa fare, mischiando i corpi, le tradizioni, le religioni. Ecco, mi sembra che in questo modo il teatro torni ad essere protagonista, piuttosto che passare le due di notte passivamente davanti ad una televisione.

Il teatro, quindi, oltre l’intrattenimento…

Il teatro da intrattenimento, ormai, non significa più nulla! Ormai ci intratteniamo coi telefonini e tante altre cose. Come strumento di conoscenza del mondo e degli esseri umani, il teatro è invece ancora uno strumento potente! Ed è quel che succede andando nei posti che lei diceva prima. Non si va lì per un intervento sociale o medico, si va a conoscere delle persone e quindi a conoscere se stessi. E’ un po’ come dilatare le proprie capacità espressive, le proprie esperienze e quindi comprendere il senso dello stare al mondo, a fronte di una sterminata strumentazione tecnologica che, invece, ci allontana sempre più dall’esistenza.

Mi ha molto colpito una sua frase nelle note di regia. Lei ci invita ad “osservare l’invisibile, uomini e donne fuggite dai telegiornali per incontrare altre persone sulla spiaggia del palcoscenico.” Il teatro è quindi un approdo di speranza per l’uomo?

Io penso proprio di si! Il teatro, innanzitutto, è capace di farci vedere qualcosa che normalmente non riusciamo a vedere. Dovrebbe appunto servire a farci vedere altre cose rispetto a quelle che vediamo giornalmente in tv. La speranza, ad esempio, non si vede. La si può percepire incontrando un’altra persona. Il palcoscenico, in questo caso, essendo un concentrato della vita quotidiana, su cui siamo convocati per quel tempo definito dalla durata di uno spettacolo, deve contenere un motivo per cui siamo lì. Ogni gesto deve essere extraquotidiano, ci deve raccontare qualcosa di più dell’andare a prendere le sigarette. Più che un’ultima spiaggia, il teatro è un posto protetto dove poter fare esperienza.

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Una piccola provocazione… io spero di no, ma temo che operazioni come questa che andrà in scena all’Argentina, rimangano un esercizio rivolto ad una piccola cerchia. Non c’è il rischio che ci si parli addosso, nel senso di dire “quanto siamo bravi, quanto siamo umani”, ma poi come si arriva al grande pubblico? Non vedo spettacoli come questo nei tanti teatri privati italiani.

Questo tipo di teatro si rifà ad antiche esperienze del primo novecento, con Artaud, Grotowski, ed è un teatro che si riferisce più alle persone che lo fanno, che non a quelli che vi assistono. Intanto il nostro interesse è rimettere in piedi i 20/25 giovanotti e noi stessi che lavoriamo con loro. Questo, si dirà, è un numero molto piccolo, però se un padre di famiglia mette in piedi uno, due, tre figli, quel padre è un uomo straordinario. I numeri sono piccoli, bisogna vedere come li misuriamo. Se lo facciamo coi dati, sono numeri piccoli, se li misuriamo come avventura della vita, sono numeri importanti. Il nostro interesse è soprattutto verso chi partecipa a questo lavoro.

Ora, intanto, tre giorni al Teatro Argentina di Roma.

Ecco, a proposito di numeri…l’anno scorso abbiamo fatto due date con due esauriti. Ora siamo in scena tre giorni, dal 28 al 30 giugno, con il prossimo AfricaBar ne faremo quattro. In realtà il mondo del cosiddetto terzo settore è un mondo molto attivo, forse lavora silenziosamente, ma è uno dei settori culturali, sociali e addirittura economici di maggior sviluppo. Anzi, se mi posso permettere una controprovacazione, mi sembra che il teatro ufficiale sia quello che ormai interessa molto poco alle persone,  perché ha uno scarso potere di incidere nella coscienza e negli interessi degli spettatori!

Paolo Leone

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