Lo splendor di Turandot

Data:

Verona, Arena, andata in scena dal 23 luglio al 25 agosto 2016

Anni fa, visitando villa Puccini a Torre del Lago, gli occhi caddero su alcuni appunti del Maestro su Turandot. Mi colpì la calligrafia nervosa che vergava la disperazione di Liù e come da essa trasparisse anche quella del compositore, prossimo alla morte. Spirò, ironia della sorte, assieme alla giovane schiava. Questo pensiero fuggevole mi assale prima di assistere all’imponente Turandot areniana, a cui arrivo con due minuti di ritardo che mi costano il primo atto in gradinata laterale. Le scene di Zeffirelli e i costumi del premio Oscar Emi Wada ricreano una Cina da cartolina ottocentesca, vissuta da dragoni, acrobati, nastri, ombrellini, ventagli e chi più ne ha più ne metta, di sicuro effetto sul pubblico. Dietro le mura di Pechino si cela la reggia imperiale che al suo schiudersi viene salutata dall’inevitabile applauso del pubblico, sbalordito dal tripudio di ori e comparse. Le sapienti luci di Paolo Mazzon aumentano il contrasto tra Luna-Thánatos e Sole-Eros, gli antipodi verso cui si muovono Calaf e Turandot. Le idee registiche non mancano, ma in questa ripresa appaiono trattate con stanchezza, eccezion fatta per qualche volenteroso interprete.

Andrea Battistoni, già da me visto alla guida dell’orchestra veronese nel medesimo allestimento nel 2012, coglie con maggior precisione le peculiarità del linguaggio pucciniano, optando per scelte dinamiche e timbriche abbastanza condivisibili.

Cast mediocre. Turandot dal buon fraseggio, ma nulla più quella di Oksana Dyka che assimila la freddezza dell’argentea principessa in tutto il suo essere, sforzando gli acuti e calando verso un registro grave poco interessante. Le va riconosciuta comunque la disinvolta padronanza della gestica della glaciale principessa. Anche Walter Fraccaro spinge su acuti privi di energia, dimostrandosi stanco fin dalle prime battute. Nessun dorma, acme drammaturgico sovente bissato, perde qualsiasi venatura emozionale per farsi mera prassi esecutiva. Non sufficiente la Liù di Donata D’Annunzio Lombardi, potenziale miglior artista della serata. Il personaggio, ricco in spessore drammatico che l’interprete deve cavar fuori, svanisce in un’esecuzione esangue, fagocitata dal sistema zeffirelliano. Causa ne può essere l’incidente accorso durante Signore, ascolta, attaccata bene. Mentre tiene la nota sull’ “Ah, pietà!” finale, cercando di protrarre l’acuto in un bel molto ritardando, la voce del soprano cade per tornare subito a recuperare il salvabile. Ciò può aver influenzato lo stato d’animo di Liù per il resto della recita.

Si difende ancora Carlo Cigni, Timur presente e corretto. Ping, Pong e Pang (rispettivamente Marcello Rosiello, Francesco Pittari e Giorgio Trucco) assolvono con professionalità il loro dovere, seppur non manchi qualche problema di volume e sincronia. Dall’alto del trono, l’imperatore ottuagenario di Cristiano Olivieri non si ode in platea. Paolo Battaglia è il fugace mandarino.

Buona la prestazione del Coro areniano e del Coro di voci bianche A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini.

Apoteosi delle belle forme e tripudio generale di un’Arena quasi al completo all’ultima recita del 25 agosto.

Luca Benvenuti

 

Turandot
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
Personaggi e interpreti:
Turandot: Oksana Dyka
Altoum: Cristiano Olivieri
Timur: Carlo Cigni
Calaf: Walter Fraccaro
Liù: Donata D’Annunzio Lombardi
Ping: Marcello Rosiello
Pong: Francesco Pittari
Pang: Giorgio Trucco
Mandarino: Paolo Battaglia
Il principe di Persia: Michele Salaorni
Direttore: Andrea Battistoni
Regia e scene: Franco Zeffirelli
Costumi: Emi Wada
Movimenti coreografici: Maria Grazia Garofoli
Lighting designer: Paolo Mazzon
Orchestra, coro, corpo di ballo e tecnici dell’Arena di Verona
Coro di voci bianche A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini

 

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