Alessandra Calabi, negli Stati Uniti per sperimentare…

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Alessandra Calabi è una regista teatrale italiana, che anni fa ha preso la decisione di trasferirsi negli Stati Uniti, dove lavora potendo mettere in pratica la sua idea di teatro…

Ciao Alessandra, innanzitutto ti chiedo, la domanda sorge spontanea, perché hai scelto gli Stati Uniti?

Sono partita dall’Italia molto giovane, sapendo che a Milano non esisteva la realtà artistica che cercavo. New York è capitata un po’ per caso: avevo fatto domanda a varie accademie di arte drammatica all’estero e mi hanno preso lì. Mi sono sentita subita a casa e ho capito di essere arrivata in un mondo che con un po’ di impegno mi avrebbe accolto a braccia aperte. Lentamente, tra la scuola e il lavoro, ho messo le radici e ora New York è la mia città.

Da dove è nata la tua passione per il mondo del teatro? Inizialmente era la direttrice di scena quella che volevi fare oppure ti sarebbe piaciuto fare l’attrice?

Ho sempre avuto questa passione e negli anni ho sviluppato un forte interesse per la drammaturgia, la creazione di testi e la filosofia teatrale. Ancora molto piccola, alle elementari, amavo più di ogni altra cosa passare le giornate a teatro, soprattutto nell’affascinante mondo che si celava dietro le quinte. Dopo il liceo ho intrapreso studi classici di recitazione ma dopo poco tempo mi sono resa conto che non facevano per me. Avevo bisogno di uno stimolo creativo più ampio e volevo imparare sul campo come si crea una pièce. Ho deciso di concentrarmi sugli aspetti tecnici della produzione teatrale per poter essere parte del processo creativo dall’inizio alla fine.

Con quale compagnia stai lavorando al momento? Avete messo su molti spettacoli?

Al momento sto lavorando principalmente con Andrew Schneider e Faye Driscoll, due figure importanti della performance sperimentale di New York. Con Andrew abbiamo creato YOUARENOWHERE, uno spettacolo che ha avuto molto successo di pubblico e critica fin dalla prima al COIL Festival di New York (a gennaio 2015). Da allora, abbiamo portato lo spettacolo in giro per il mondo, tra Australia, Francia, Slovenia e Stati Uniti. Inoltre, lavoro con Faye sulla trilogia di danza Thank You for Coming: la seconda parte sarà presentata alla Brooklyn Academy of Music nelle prossime settimane.

alessandra_calabi_corriere_dello_spettacolo Di cosa ti occupi in particolare, solo della regia oppure lavori anche drammaturgicamente sui testi…

Dipende dalla pièce: il lavoro del direttore di scena nel contesto del teatro sperimentale è poliedrico e cambia a seconda delle necessità dello spettacolo e del rapporto con il creatore/regista. Il mio lavoro può assumere caratteristiche più tecniche, più logistiche o più drammaturgiche. Mi dedico principalmente a nuove produzioni teatrali dove il lavoro di drammaturgia consiste nella creazione del testo e non nella sua interpretazione.

 Tu ti sei avvicinata al teatro sperimentale, che è diviso in molti filoni. Qual è quello che a te senti più vicino? Qual è il tuo teatro? Come vedi invece il teatro classico?

Il mondo del teatro sperimentale, che a New York è conosciuto come ‘downtown theater’, mi ha permesso di sviluppare a pari passo i miei interessi creativi ed intellettuali. Il master di filosofia alla New School for Social Research mi ha permesso di scegliere un percorso di studi interdisciplinare cha ha abbracciato politica, antropologia e teatro. Il focus della mia ricerca accademica si è incentrato sul rapporto di potere tra spettacolo e spettatore. Cerco sempre di lavorare su pièce che rivalutino le dinamiche dello spettacolo dal vivo, dove le relazioni fra le varie figure coinvolte, dal tecnico di scena allo spettatore, sono al centro del progetto.

Apprezzo il teatro classico ma non mi appassiona l’eccellenza artistica individuale. Non sono stimolata a lavorare per degli spettacoli che non abbiano al centro un’importante riflessione sulla forma teatrale.

L’ultimo spettacolo che state portando in giro è “Youarenowhere”, di cosa si tratta?

È uno spettacolo che inizia come un one-man-show autobiografico e velocemente si trasforma in una meditazione profonda sui fallimenti della comunicazione contemporanea. L’uso degli strumenti tecnici teatrali (luci, suono, proiezioni) diventa una riflessione su come la tecnologia che ci circonda nel quotidiano, che dovrebbe aiutarci ad essere sempre ‘connessi’, invece ci porta inevitabilmente ad uno stato di solitudine e di incomunicabilità. La mia critica preferita è quella del New York Magazine, che ha definito lo spettacolo “transcendent mind-fuckery” (uno sconvolgimento mentale soprannaturale).

 Come vedi l’Italia in questo momento?

Non sono ancora venuta in tournée in Italia. Come molti miei colleghi e coetanei vorrei che il mondo del teatro fosse più ricco e coinvolgente anche nel mio Paese, ma poco a poco sto scoprendo che le realtà culturali più interessanti – i festival, i laboratori di spettacolo – non si trovano a Roma o Milano ma soprattutto a livello regionale.

 Progetti futuri?

Ancora tante tournée negli Stati Uniti e nel mondo. Non posso rivelare troppo ma sono molto contenta di essere riuscita ad allacciare dei rapporti con il mondo della performance sperimentale da questa parte dell’Atlantico. Vorrei passare più tempo in Europa, non solo in tournée ma lavorando anche per spettacoli creati qui…

Stefano Duranti Poccetti

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