“Lentamente ci uccidono” di Ketty Capra

Data:

Teatro Oscar, Milano, 25 e 26 ottobre 2016

Quel “lentamente” del titolo è ancora più pesante, indica premeditazione, subdola determinazione del maschio, sia esso marito, amante, amico, padre, ad annientare, con armi rivestite di abiti rassicuranti e indispensabili, avvolgenti e suadenti, la vita di una donna.
Poi lentamente gli abiti si sfaldano, si strappano, scoprendo dietro alla maschera dell’amore, quella di un mostro che si sente in diritto di “possedere” la vita di una donna, come fosse una schiava comprata al mercato. E su di lei il mostro pretende di avere diritto di vita e di morte, in nome dell’amore. Ma l’amore di chi? L’amore per chi?

Lo spettacolo firmato, oltre che da Ketty Capra, autrice e anche attrice nei panni di una donna vice sindaco, la cui carica prestigiosa scatena la gelosia e l’invidia del marito, anche da Emanuele Drago. Perché lo spettacolo non esclude la presenza maschile, non è un’accusa verso tutti gli uomini solo per la loro appartenenza al genere maschile, come farebbe una parte settaria del femminismo più intransigente. Per esempio, a fare da filo conduttore è un commissario di polizia che interviene per raccontare al pubblico i casi di omicidio, le indagini, i fatti preliminari e la scoperta dei cadaveri. Durante lo spettacolo si raccontano quattro casi veri di femminicidio, le cui vittime sono donne molte diverse, appartenenti alla classe media borghese, donne che lavorano, istruite, giovani, sognatrici. Donne che con le loro mille sfaccettature, anelano ad essere rispettate e amate, capite e ascoltate. Ma è difficile mettersi a ragionare con un uomo geloso, violento, calcolatore, dipendente da qualsiasi droga, che sia il gioco o l’alcol, un uomo che ha perso il controllo della situazione e che è stato scalzato dal suo ruolo predominante, che non accetta l’ indipendenza femminile, il nostro anelito ad esprimerci liberamente, ad assumere un ruolo utile nella società, oltre a quello di mogli e madri nel privato.

daria_d-_corriere_dello_spettacoloL’aggressività fa parte del DNA, questo è indiscutibile, anche in noi donne alberga tale istinto, ma la storia, le circostanze, i comportamenti e millenni di evoluzione hanno spinto il maschio a esprimerla o in maniera positiva, oppure arrivando a degenerazioni inaccettabili. Come non tutte le guerre sono sbagliate, così non tutta l’aggressività è negativa, basta che venga sublimata.
Per esempio, ogni opera d’arte rappresenta un atto sublimato di aggressività. Chi ha la fortuna, per carattere, per indole, per educazione, di saper trasformare questo istinto “neutro” in qualcosa di bello e di utile, non penserà mai di scatenarsi contro un essere più debole e fragile, indifeso e inerme. Lo scopo dell’infame pratica dell’elettroshock era quello di togliere l’aggressività nella mente del malato, sia vero che presunto, per farlo diventare una larva, portandolo ad una morte lenta, senza più anelito a creare, a pensare, ad agire, nel bene e nel male. Non possiamo sopprimere l’aggressività, quelle sono pratiche da manicomi, armi delle dittature, gulag o campi di concentramento, possiamo però educarla e incanalarla su vie positive. Impegniamoci allora tutti e tutte perché questo avvenga, educando la società all’arte, alla bellezza, al rispetto, alla misericordia.
Oggi la donna ha assunto, velocemente, cariche sempre più importanti, non si accontenta più di essere relegata a ruoli di comprimaria e questo ha spiazzato il maschio, ignorante o educato che sia, che non si sente pronto ad affrontare tali cambiamenti.
Dovremmo cercare, noi donne, di aprire, ove sia possibile, dialoghi e luoghi di ascolto per spiegare all’uomo che non vogliamo essergli nemiche ma camminare insieme, ad armi pari, nel lungo viaggio dell’evoluzione, con rispetto reciproco e amore vero, sano, positivo.

La regia, sensibile ed efficace, come sempre, ha dato ad una giostra, un luminoso carosello che gira lentamente nel buio, il senso dell’incatenamento, ma poi, quando un bagliore malinconico e tragico la mette in luce, ci accorgiamo che pendono quattro lunghe catene cui le vittime sono legate.
Lentamente, ognuna se ne distaccherà per raccontarci la sua storia personale. Saranno storie in cui ci potremmo rispecchiare anche se, per la maggioranza di noi, la fine è stata diversa da quella delle sfortunate donne: una ragazza piena di sogni e che si affaccia alla vita, una divorziata che aspira a ritrovare l’amore, una madre che cerca di difendere il suo bimbo che sta per nascere, una politica che si spende per il bene dei suoi cittadini.
Sembra che l’uomo ci faccia una colpa dei nostri sogni, dei nostri desideri, del nostro anelito a vivere, ma solo rafforzandoci, non per imitarlo o per diventare come lui, ma riprendendo il filo dei nostri istinti perduti in questa epoca troppo materialistica, un po’ disumana e poco altruistica, nonostante tutto, ritornando ad essere le wild women, per correre di nuovo con i lupi, come scrive nel suo illuminante e importante libro la psicologa junghiana Clarissa Pinkola Estés.

Lo spettacolo è stato presentato al teatro Oscar in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ma noi speriamo che trovi anche al di fuori di questa data importante, altri spazi per venire riproposto, e non solo per la forza della drammaturgia, l’impegno emotivo delle brave attrici, ma anche per il dibattito che ne è seguito, tra donne che hanno subito violenze e quelle che si sforzano in tutti i modi, scrivendo libri, lavorando per associazioni, facendo volontariato, dando semplicemente ascolto, di aiutarle.
Anche il teatro è un atto di aggressività, ma verso le nostre coscienze, le nostre paure, le nostre reticenze, i nostri menefreghismi, la nostra passività. E’ una scossa positiva da cui dovremmo uscire migliori, almeno un po’, lentamente.

Daria D.

Regia di Emanuele Drago e Ketty Capra
Scene di Emanuele Drago
Con Ketty Capra, Marco Marzari, Paola Morello, Cristina Rampini e Viola Vazzana
Produzione Pro4

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