Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

“Vigliacco chi ragiona!”. Roberto Latini, impressioni di Pirandello

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Salerno. Una piccola sala adibita a teatro. Un ex cinema porno.

È qui che, corpo, carne e voce, si invera il mito profano dell’arte e del suo sacerdote: Roberto Latini incarna Pirandello, ad ottant’anni esatti dalla morte del drammaturgo, in scena con “I Giganti della Montagna / Radio edit”.

Radio edit…

Da sempre, noi trattiamo lo spettacolo come materiale in movimento: non c’è mai un atteggiamento assoluto rispetto a quanto portiamo in scena, come se quanto prodotto fosse conclamato ed arrivato a un punto di definizione. In questo senso, la versione radio edit si pone quale possibilità altra ed ulteriore rispetto all’idea originale, perché quanto già prodotto non sia il nostro limite, ma ogni volta, soltanto un punto di quel confine oltre cui esplorare nuove possibilità, nuove occasioni di rappresentazione. Nello specifico, questa versione ha soprattutto la facilità e la felicità delle parole di Pirandello: andiamo in scena senza scenografie, senza movimenti di scena, senza macchinerie.

 “Immaginazione!”

È la parola chiave, l’accesso, la richiesta, la disposizione, credo in qualche modo anche il titolo.

È una parola che c’è nel primo atto, nella prima scena: Cotone la reclama, è qualcosa che ha a che fare con la disposizione da adottare rispetto a quanto viene messo in scena: assumere un atteggiamento diverso rispetto a questo testo, nel nostro caso, puntare alle parole di Pirandello nella loro nudità, nell’essere un po’ disarmate, armate soltanto dell’immaginazione e del potere che ha la parola di costruire.

roberto_latini_corriere_dello_spettacolo “Siamo qui come agli orli della vita…”

“…Vaporano i fantasmi. (…)  I sogni, la musica, la preghiera, l’amore…. tutto l’infinito che c’è negli uomini”  parole bellissime,  parole che sento fisicamente, difficilissime da pronunciare, di una bellezza disarmante. “Respiriamo aria favolosa”, ogni volta mi fa chiudere gli occhi,  per poterle restituire le parole, per poter dire è necessario un dono: l’ascolto.

“Le parole diventano crudeli”

Allo spettatore si dà e si chiede qualcosa che ha a che fare con il processo delle parole: non è una riduzione per attore solo, per un attore che fa tutti i personaggi, in realtà l’attore in scena non ne fa nessuno, questo mi piace pensare, l’unico personaggio, l’unico protagonista siano le parole.

“Le figure non sono inventate da noi; sono un desiderio dei nostri stessi occhi”, è la chiave, una lezione di teatro anche, o di atteggiamento rispetto al teatro.

“E vigliacco chi ragiona!”

È diseducazione: da spettatori, ci si pone tentando di comprendere immediatamente, di capire, di esprimere un giudizio. Per me non ci sarebbe neanche bisogno di dirselo dopo lo spettacolo: ogni volta sappiamo già come è andata la serata, lo sappiamo noi sul palco, lo sappiamo noi in platea, lo so io spettatore quando vado a teatro. Noi certo restiamo sempre nell’accoglienza di questo slancio, che è comunque prezioso, che fa piacere, ma fondamentalmente, bisogna comprendere che lo spettatore non si rivolge a te, ma a se stesso, lo dice alla propria partecipazione.

“Una sordità per cui tutte le parole diventano crudeli”

Un punto fondamentale, apriamo il secondo atto con “l’arsenale delle apparizioni”.

Una delle definizioni più felici da dare al palcoscenico, al teatro in generale, a quello spazio che c’è tra platea e palco, l’arsenale è qualcosa di armato dall’immaginazione, dalle apparizioni.

La fantasmagoria di cui è pieno il teatro, e di cui questo testo è capace: creare vuoti,  poi volumi, e parole che anzi svuotano, che creano differenze…

“Quasi sera”, “alba lunare”, l’atmosfera che Pirandello da subito prefigura…

Le didascalie sono fondamentali: uno spazio indefinito fuori dal tempo.

Nella metafora della sua personale condizione, Pirandello muore e non conclude “I Giganti della Montagna”. Io trovo giusta questa incompiutezza, l’ultima parola che Pirandello scrive è “paura”: due giorni prima di morire, dice “io ho paura”, nel finale adesso lo abbiamo trasformato in una domanda:“tu non hai paura?”.

Bernardo Tafuri

 

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