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“Split”, Shyamalan si muove tra 23 identità per cercare di ricomporre la sua

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“Vedo la gente morta”, recita una delle frasi più memorabili della sua filmografia. Era morto M. Night Shyamalan, cinematograficamente parlando si intende. L’autore di capolavori come Il sesto senso, Unbreakable, The Village, si era perso dentro meccanismi ludici bagnati da isolate logiche di profitto che con il cinema, con l’arte, con la sua poetica, avevano poco a che fare. Era morta qualsiasi forma intelligente di vita-registica dentro di lui, un respiro, un battito che anche solo parzialmente potessero ammortizzare lo sgomento di fronte a tanta miseria provato dai suoi fan, ma anche dalla maggior parte degli spettatori. Oggi, l’autore di origini indiane sta cercando di ricomporre i frammenti della sua immagine intellettuale, di rimettere a posto gli specchi, le lenti, gli schermi della sua visione, andati in frantumi. Ha iniziato con The Visit, circa due anni fa, e il restauro prosegue con Split, attualmente in sala. Diciamolo: sono passi modesti, piccoli, circoscritti, talvolta frustanti perché trattenuti, timorosi, ancora troppo assoggettati ad “altro” che ne minano la spensieratezza, la libertà. Ma sono comunque accenni di un ritorno, che forse si sta costruendo lentamente, ma che è in procinto, speriamo, di manifestarsi.

Con Split non torniamo ai grandi fasti dei tempi passati. La storia del film scritta dallo stesso autore, è inquietante, velata di violenza e allucinazione, ma non ha il peso dell’atmosfera thriller dei suoi capolavori, la ricercatezza di originalità visive e soluzioni linguistiche, la sospensione tra realtà e illusione, l’altezza di certe questioni: fa completamente perno su Kevin, un giovane che soffre di disturbo di personalità multiple, 23, un numero spropositato. Il film perciò si affida all’interpretazione magistrale di un attore troppo, e mi sia consentito ribadirlo, troppo, sottovalutato, e sotto-sfruttato, che è James McAvoy: la sua performance è un ricettacolo di maschere, dalle buone e cattive intenzioni, personaggi diversi dentro lo stesso corpo, ma sempre distanti nel rapportarsi tra loro, e con gli altri, perché poste a confronto su un piano più psicologico che fisico. Si preparano alla venuta della 24esima, la Bestia, che le domina tutte, e che si ciba di sofferenza con la violenza. Per questo Kevin rapisce tre ragazze in un parcheggio, amiche tra loro ma non troppo, e le tiene prigioniere, come spettatrici inermi di una pièce teatrale a monologo del loro persecutore, e vittime ignare del loro destino. Ma negli stilemi fin troppo accademici, e ripetuti, del film horror/thriller degli ultimi anni, tra scantinati, prigionie, e giovani ragazzine ebeti, il prodotto di Shyamalan perde di freschezza narrativa, che l’aria dimessa da opera a low budget e amatoriale non certo aiuta a favorire, assorbendo anche un regia che per l’occasione si fa più asciutta, misurata e controllata. Se McAvoy, come detto, regge la scena in pieno, questo non vale per le attrici che con lui si trovano ad interagire, incapaci di donare ai propri personaggi una rappresentazione più piena, e di trasmettere i sentimenti adatti alla specifica situazione, spesso travisandola totalmente, ed affievolendo ulteriormente la già traballante suspense e tensione del film.

Si poteva osare di più, con un soggetto di tale portata: si poteva spingere maggiormente su un piano fisico, fattivo, che andasse a completare ed esaurire il complesso psicologico ben allestito dall’opera. Ma Shyamalan ha in serbo una parte finale che riesce ad alzare il livello e a ristabilire un ordine delle cose: ordine dove il dolore e la sofferenza non sono condanne eterne, ma fuoco ed incudine che forgiano corazze di salvezza contro le maschere di bestie spietate che esibendo sorrisi, impunite, danzano sul mondo. Ordine dove trova compimento l’ultima inquadratura, il colpo di coda di Shyamalan, ricordo e nuovo principio della sua genialità, che questa volta non solo spiazza per la goduria puramente cinefila, ma soprattutto perché riesce in un certo modo a giustificare e spiegare i sensi, stilistici e visivi, di Split: a ripensarlo immediatamente sotto una nuova luce di giudizio. A concederci la speranza, infine, che anche il suo autore, come il suo protagonista, possa riuscire a ricomporre la sua personalità artistica, in modo definitivo.

Voto 7 su 10

Simone Santi Amantini

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