Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

Teatro di-vino

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Quando Macbeth  accorre  sulla torre del castello per avvedersi che il bosco orrendamente si muove, come predetto dalle streghe come segno della sua fine imminente, ha ben di che lamentarsi dei suoi sensi ingannevoli. Colpa del vino e dei bagordi? Può un bosco muoversi da solo, come animato da una forza misteriosa? O non sono forse gli occhi tratti in errore dai sensi offuscati dall’alcol, a creare una visione terribile e irreale di alberi che sollevano le proprie radici per mettere le ali ai piedi e dirigersi urlanti contro il traditore?

Si sa come finisce Macbeth, giustamente punito del suo misfatto. E si può anche  dire-che la tragedia scespiriana sia stata ampiamente analizzata sotto vari punti di vista – psicologico, anzitutto; – per non doversi qui ripetere. Tuttavia, un elemento centrale dell’opera sembra essere, non dirò sfuggito, ma certo passato in secondo piano rispetto ad altre simbologie contenute dalla tragedia. E mi riferisco appositamente al vino che svolge  una funzione  cruciale. Infatti l’assassinio del buon  monarca, misfatto di cui si lorda la famigerata coppia Macbeth, può essere da questi imputato all’ubriachezza della scorta e della sentinella reale che, nei fumi dello spirito e del vino, avrebbero compiuto il delitto per unmacabro impulso  sovversivo al regicidio. E per giungere a questa poco convincente versione dei fatti, lady Macbeth – che al posto del debole marito tira le fila dell’omicidio – non ha altra scelta che inondare di vino il banchetto con cui viene accolto ospite il sovrano da assassinare.

Allora è interessante notare come il vino assuma nell’opera scespiriana un ruolo determinante,  al punto da far trapelare un intrinseco legame dionisiaco (e demoniaco)  tra il teatro, nella sua essenza originaria di tragedia in cui si mischiano sangue e obnubilazione alcolica, e la simbologia collegata al culto del vino. Un culto simbolico che dal teatro  riporta al tema propriamente religioso:  la metafisica rappresenta infatti il comun denominatore di un processo che mira a ricercare e a ricreare un’altra realtà nella realtà servendosi del teatro, cioè della finzione, come strumento – lo vedremo – letteralmente di-vino dell’estesi spirituale. Basti pensare ad esempio al fatto che le funzioni religiose  altro non sono che <spettacoli> offerti a Dio (vi si rappresenta la devozione dei fedeli, il loro ringraziamento ecc.) ove il vino, appunto, assume un ruolo fondamentale: esso simboleggia, nella  valutazione cristiana, il sangue di Nostro Signore che viene offerto al mondo per la sua redenzione. Ma il liquido rosso non è vero sangue, si tratta bensì di una rappresentazione, di un simbolo, cioé di un vero e proprio elemento di scena.

Come si vede, pur volendo attenersi all’ambito strettamente teatrale, non si può non travalicare in quello religioso, proprio perché – alle origini – il teatro altro non è che festa (o funzione) religiosa in cui il vino soprattutto, ma anche altri elementi (il pane, la carne), assumono aspetti di non secondaria importanza. Già il termine <tragedia> deve, in questo senso, metterci in allerta. Si sa, infatti, che la tragedia è la forma primordiale della fictìon teatrale. Ma, appunto, che cosa significa tragedia? Questa parola, tragedia, che ci riempie il cuore e la mente di un sapore  così aspro e al contempo romantico, e che ci rimanda alle scene languide di “Giulietta e Romeo” o alle atroci simulazioni amletiche, altro non sta a significare che “capra” o “caprone”. Che c’entrano le capre col teatro? E’ presto detto: il teatro altro non è che lo strumento con cui gli antichi greci gabbano proprio colui che vorrebbero ingraziarsi: rappresentano cioè a Dioniso l’offerta del <capro espiatorio da immolare al suo altare. “Rappresentano”, appunto, nella finzione per non sprecare dell’ottima carne di capra in favore di una divinità che tanto non si accorge della differenza tra simbolo e realtà. Toma così utile anche ai greci la simbologia: un uomo travestito da capra (tragos tragoi, cioè colui che indossa la pelle della capra) fìnge di essere la vittima destinata al sacrifìcio: con un po’ di sangue posticcio il dio è dunque felice e preso per il naso.

Questa finzione sta  all’origine della rappresentazione tragica (la tragedia, ovvero la morte della capra) da cui scaturisce l’idea stessa del teatro, – tragico inizialmente, e poi “comune”, cioè non religioso, che dà forma alla “commedia” nei successivi passaggi storici. E il vino? Come può comunque stabilirsi un legame tra il teatro e il vino attraverso le capre? Ce lo spiega Virgilio:

“Non per altra sua colpa ad ogni altare

in onor di Lièo s’immola un capro,

e su le scene i ludi antichi ascesero,

ed ai poeti i Teseidi offrivano

premi per i villaggi e per i trivii,

e fra le tazze, in mezzo all’erbe tènere

ìlari su per gli unti otri saltavano.”

(Georgiche, II, 380-84 – trad. G. Vitali)

“Da questi versi – nota Mario Untersteiner nel suo fondamentale Le origini della tragedia e del tragico – risulta che il caper, il tragos, il caprone viene immolato perché non è ben visto a Dioniso, in quanto, come Virgilio aveva detto prima di questi versi, è l’animale che danneggia le viti”.

Bisogna infatti sapere che la vite, probabilmente per la sua intrinseca qualità di produrre il vino che procura un effetto dionisiaco, cioè avvicina gli uomini agli dèi, è pianta sacra a Potnia, la grande dea anatolica, con cui appunto Dioniso stringe un divino connubio. Al fine di rendere dunque un favore al dio che ha sacra la vite, gli si immola il eaprone che la distrugge, servendosi però di un espediente ingegnoso, la finzione teatrale, in modo da salvare… capra e cavoli, cioè mangiarsi il capro destinato all’altare, salvaguardando la vite

sacra dai suoi zoccoli e bersi quindi il vino senza scontetare la potente divinità al quale evidentemente questo teatro piace molto: ben presto Dioniso diviene infatti il Nume tutelare della fiction teatral, al punto che nel teatro greco gli va sempre riservato un posto vuoto in prima fila. Il legame vino-teatro, instauratosi in virtù di un culto religioso (il culto è appunto la rappresentazione del mondo metafìsico), trova compimento con Euripide che, in tarda età, si converte all’orfismo. Quella degli orfici è una setta ascetica che individuava nel vino un simbolo sacro (come nel cristianesimo) e che ricercava il dio attraverso “l’entusiasmo”, cioè quel mistico fervore (o stato di alterazione) procurato dal vino che permette, secondo i misteri orfici, di raggiungere la verità. L’ultimo dramma di Euripide (il quale, fra parentesi, fu accusato di aver svelato, a causa  di una brutta sbronza, alcuni misteri Eleusini, meritandosi solo una parziale giustificazione da parte di Aristotele, secondo cui non si commette peccato quando si dice qualcosa di troppo in stato di ebbrezza), l’ultimo dramma euripideo, dicevamo. Le baccanti, risente fortemente di questo rinato e forse mai sopito interesse per il culto di Dioniso, sotto la nuova forma orfica del vino come strumento di ricerca della verità divina. Infatti la vittoria delle Mènadi, che sbranano Penteo reo di aver profanato la loro estasi bacchica,

dimostra come ormai il connubio tra l’essenza del teatro (la tragedia) e il vino (strumento che produce entusiasmo e – aggiungiamo – sdoppiamento della personalità in umana e divina) si realizzi nell’ambito della .finzione teatrale che rappresenta simbolicamente la ritrovata  armonia della natura: Potnia è contenta perché è sacrificato il caprone distrutture della vite, Dioniso si gode lo spettacolo e l’uomo, dopo la recita, mangia la capra e si scola la botte.

Non è del resto un caso che Dioniso, un dio estremamente complesso che racchiude in sé il principio della vita e della morte, sia pur spettatore della tragedia come lo è anche Giove  nell’Iliade, non possa partecipare direttamente alla festa, al banchetto o alla rappresentazione teatrale. A questo scopo delega, come sua gemmazione storica. Bacco che, fondendo in una sola divinità gli attributi del benessere naturale, della spensierata allegria e del simbolismo filosofìco-religioso, diviene al contempo il dio del vino e dell’esaltazione dei sensi, in altre parole della catarsi procurata sia dal vino che dal teatro. Tanto è vero che presso i Romani sono le Baccanti (ovvero, le Strillone), cioè le seguaci di Bacco cui Euripide dedicò la sua tragedia, a celebrare la rappresentazione dei misteri del dio suonando strumenti e correndo scapigliate in frenetico atteggiamento di ebbrezza: in altre parole recitando con quel tanto “straniamento” (Entfremdung) brechtiana che basta. E non è neanche un caso che a Roma le feste e gli spettacoli più seguiti dal popolo sono i Baccanali che, sia pur proibiti dal Senato nel 186 a.C., rappresentano il trasferimento del teatro dal piano metafisico-religioso greco a quello spettacolare-ludico romano.

Ma al di là di questi riferimenti storici, che accomunano comunque la nascita del teatro con il culto dionisiaco del vino come strumento appunto divino della conoscenza superiore dell’essere, resta il fatto che sia il teatro sia il vino producono un’estasi generata dallo sdoppiamento della realtà e della personalità che si realizza solo in virtù di una finzione, di un mondo fittizio di cui può essere responsabile solo la recitazione o il tasso alcolico. Tutti sanno infatti che la realtà rappresentata dal teatro non è una vera e propria realtà reale, maè una realtà altra, ovvero è il rispecchiamento della realtà che ritrova se stessa nella visione (estasi) del suo doppio. Scrive Antonin Artaud:

“Il teatro deve essere considerato il Doppio, non di quella realtà quotidiana e diretta di cui è a poco a poco divenuto soltanto la copia inerte, vana quanto edulcorata, ma di un’altra realtà rischiosa e tipica… Ora questa realtà non è umana, ma inumana… La messa in scena deve ispirarsi a questa specie di doppia corrente fra una realtà immaginaria e ciò che ha preso contatto a un certo momento con la vita, per staccarsene poi quasi subito. Questo scivolamento del reale, questo continuo snaturarsi delle apparenze stimolano alla più completa libertà: arbitrio delle voci che mutano tono, si accavallano le une alle altre, brusca   rigidezza degli atteggiamenti…” (Antonin Artaud, Il teatro e il suo doppio)

Verrebbe da chiedersi se Artaud  stia descrivendo la sua concezione del teatro oppure   l’effetto di una solenne sbronza! Ma il fatto è che il teatro, come il vino, fa vedere doppio, altera la realtà trasformandola in un alcunché di metafisico raggiungibile appunto o attraverso la fìctìon o tramite l’osteria, cioè o col teatro o col vino, laddove questi due elementi sono oltretutto storicamente collegati l’uno all’altro al punto da risultare insolubi, fino a perdersi nella notte dei tempi.. Abbiamo infatti visto che è il vino (a cui è collegato il culto attico della vite) ad aver generato il teatro come rappresentazione del sacrificio della capra che distrugge il vitigno: azzardando si può dire che senza il vino all’uomo non sarebbe mai saltato in mente di recitare, e il teatro chissà se e cosa sarebbe. Ma è d’altronde certo che è il teatro stesso ad essere di- vino, così come il vino porta in sé l’idea del teatro come sdoppiamento della personalità in umana e divina.

Enrico Bernard

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