“Ring dell’inferno”, l’intensa vita di Hertzko Haft

Data:

Milano, Teatro Libero, dal 27 febbraio al 5 marzo 2017

Una storia raccontata suonando tutti i tasti di un pianoforte, i tasti bassi, quelli alti, neri, bianchi, una partitura armoniosa, una stretta collaborazione  tra regia e drammaturgia per dare vita al “Ring dell’inferno” prodotto dal Teatro del Simposio.

Perché la storia di Hertzko Haft è una vicenda, lunga settantotto anni, di sofferenze, odio, amore, riscatto, sconfitte e vittorie e non si può fare a meno che raccontarla toccando tutte queste note umane, perché come ogni vita, non ha una faccia sola ma innumerevoli e se la regia di Francesco Leschiera e la drammaturgia Antonello Antinolfi e Giulia Pes riescono a farci appassionare, emozionare, commuovere, allora la missione è compiuta, per gli Autori e per gli spettatori.

Corriere_dello_SpettacoloIspirato alla biografia che raccolse il figlio Alan e che divenne poi un graphic novel firmato Reinhard Kleist, lo spettacolo ripercorre la vita sofferta di Haft, attraverso scene che sebbene staccate come fotogrammi, in un valzer tragico di sdoppiamenti e racconti in prima persona, di flash back e di memorie raccontate al tempo presente da un uomo ormai vecchio e lontano sessant’anni da quelle vicende, confluiscono in un unico fiume impetuoso a volte, calmo in altre, per sfociare alla fine nel mare profondo di una vita tragica ed esemplare.

Come milioni di altri ebrei, il polacco Hertzko Haft fu internato ad Auschwitz, ma qui, per sua fortuna, divenne l’attrazione dei suoi aguzzini e dei suoi stessi compagni, combattendo sul ring, ogni domenica, incontri di boxe all’ultimo sangue. Haft accettò di uccidere altri giudei, ma “prendere a pugni la morte” era l’unica possibilità per  sopravvivere. Quindi, se prima era la sua morte cui anelava per mettere fine a quella condizione disumana, nel lager è la morte di altri internati, scelti per affrontarlo, a offrirgli un motivo per continuare a sperare. E’ quando non c’è più speranza che l’uomo si annulla, diventando vittima di uomini-mostri, indifeso e pronto a morire o a compiere qualsiasi bassezza.

Haft si rendeva conto di quello che faceva, e l’odio che provava per i nazisti era anche per se stesso, ma mors tua vita mea, come dice il detto latino. Non sta a noi, uomini di oggi, che sappiamo fortunatamente solo attraverso le testimonianze cosa successe nei campi di concentramento, giudicarlo né accusarlo, perché probabilmente avremmo fatto la stessa cosa. La sua vita prima di essere internato era quella di un ragazzino come tanti, innamorato di Lea, una sua coetanea, in un periodo storico segnato da odi razziali, persecuzioni e guerre, una vita difficile, ma almeno fuori dai lager poteva esserci ancora speranza, un debole lumicino di vita in mezzo al fuoco e alle ceneri, alle rovine e alla morte.

Com’è facile trasformare un uomo in una bestia, in un mostro, quando le condizioni smettono di essere umane, quando bisogna lottare per un tozzo di pane, per la dignità, la libertà, la sopravvivenza. E com’è facile abusare di quell’uomo, di quella donna, quando le sue difese sono ridotte a zero, quando l’unico scopo che ha è sopravvivere, dare da mangiare ai propri figli, nutrire la propria anima.

Haft dentro il campo di concentramento divenne un campione di boxe e quando poi, una volta salvatosi dal lager, poté emigrare in America, “buttandosi alle spalle l’Europa”, continuò a usare questo talento con il soprannome di “Harry la bestia”. Si sposò, ebbe un figlio e concluse la sua carriera sconfitto da Rocky Marciano.

Un uomo che, come racconta Alan, era taciturno e riservato, ma con ancora tanta rabbia dentro.

Grazie agli Autori e attori, Ettore Distasio, Giulia Pes e Ermanno Rovella, per questo spettacolo sentito e fatto con amore, bello nella sua mancanza di vanità e di narcisismo, di complicazioni intellettualistiche e lezioni moralistiche, per averci portato a conoscenza di una vita di cui non sapevamo l’esistenza, almeno io. Perché sono le storie piccole che fanno grande il mondo, sono gli spettacoli così, con qualcosa di significativo da raccontare, portatrici di un messaggio e di una speranza, che fanno bello il teatro.

Quando “l’anima continua a cantare” possiamo salvarci, sempre.

Daria D.

Teatro del Simposio
Foto Marco Nocerino
“IL RING DELL’INFERNO”
liberamente ispirato a una storia vera
drammaturgia Antonello Antinolfi e Giulia Pes
regia Francesco Leschiera
scene e costumi Francesco Leschiera e Paola Ghiano
con Ettore Distasio, Giulia Pes, Ermanno Rovella
luci Luca Lombardi
elaborazioni sonore Antonello Antinolfi
assistente regia Alessandro Macchi
scenografie digitali Dora Visual Art
grafica Valter Minelli
produzione Teatro del Simposio

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