“Il Viaggio a Reims”, un Viaggio a metà

Data:

Verona, Teatro Filarmonico, dal 20 al 28 maggio 2017

Se dovessimo consigliare a un neofita un compendio per familiarizzare con Rossini, non avremmo dubbi: Il viaggio a Reims è quel che cerca! Non opera, non dramma, ma articolata cantata scenica dall’intento encomiastico per l’incoronazione di Carlo X di Francia, racchiude nei soli nove numeri l’intero lessico musicale del Pesarese. Riscoperto nel 1984, dopo l’oblio conseguito alla natura occasionale, il Viaggio oggi rientra a pieno titolo nei cartelloni di ogni dove. Non da meno, il Teatro Filarmonico di Verona lo propone in coproduzione con Lubecca e Kiel, affidandone le sorti alla coppia Maestrini-Held, già impegnati due anni orsono in un fortunato Barbiere. Se lì la funzionalità dell’animazione andava a braccetto con la regia in un felice connubio che esaltava le potenzialità del libretto e della musica, qui il discorso si fa più farraginoso. Abbondano le allusioni sessuali sfruttando l’ambigua malizia dei centri termali, evocando atmosfere da b-movie anni Settanta: Melibea (la Polonia) se la fa coi camerieri, contesa tra Libenskof (la Russia) e la Spagna (Don Alvaro), Lord Sidney alza il gomito sospirando per Corinna, scappa qui e lì a Don Profondo qualche gesto lascivo. Non mancano richiami colti ironizzati, ad esempio la lune di Méliès e una Venere distesa con cuffia da doccia, ricordi d’infanzia, un gioco da tavolo con un manichino da cui andavano tolti degli organi interni, e riferimenti all’attualità, ossia il tentativo di domare al lazo, con grande sforzo dei presenti durante il finale, la Gran Bretagna per riportarla in Europa dopo il referendum Brexit. Fermo restando il diritto a reinterpretare anche ciò che opera non è, lascia perplessa l’abolizione di quella grandeur dei personaggi prescritta dalla drammaturgia, svilita nell’impellenza della minzione durante Arpa gentil o All’ombra amena, improvviso dove tutti si assopiscono, re compreso. Le scene minimali, la fa da padrona il cartoon, sono di Alfredo Troisi che cura anche i costumi abbastanza caricaturali, ma piacevolmente colorati.

Il maestro Ommassini dirige l’orchestra con piglio deciso e intelligente, senza perdere d’occhio il palcoscenico e le varie sezioni. Nel complesso rimane però un’esecuzione ordinaria, ricca di tempi troppo rallentati, in alcuni casi per venir incontro ai cantanti, e uniformità a una tavolozza un po’ stinta nelle dinamiche.

Il giovane cast si presenta, con qualche distinzione, preparato e consono all’ardua prova. Su tutti si distingue Lucrezia Drei, Corinna dalla voce limpida e di grande rilevanza tecnica, ottima anche sotto il profilo scenico. La seguono Marina Monzó quale Contessa di Folleville assai versatile nelle agilità e nella recitazione, sebbene il suo Partir o ciel desio possa essere migliorato in coloratura e precisione, e Xabier Anduaga, Belfiore dalla bella tessitura acuta, dal fraseggio importante e dal timbro squillante. Bene la Marchesa Melibea di Raffaella Lupinacci, voce dal timbro scuro assai seduisant, ma migliorabile negli accenti. Giovanni Romeo, nei panni di Trombonok, disegna con tratti definiti il personaggio. Meno efficace Francesca Sassu, Madama Cortese dal gesto scenico coerente, ma dalla voce disomogenea nel centro e in basso, seppur predisposta alle virtuosità. Alessandro Abis non possiede le carte adatte per Don Profondo, come si evince da una Medaglie incomparabili poco incisiva in volume e sillabato oltre che nella caratterizzazione degli accenti stranieri. Sopravvalutato il Libenskof di Pietro Adaini, certo facile ad acuto e agilità non sempre eseguite con misura, ma afflitto dalla tendenza a cantare con una brutta postura. Marko Mimica, offe un Lord Sidney discreto, confezionando una corretta Nel suo divin sembiante. Bene il Don Alvaro di Alessio Verna e il Don Prudenzio di Omar Kamata. Completano la compagnia la Maddalena di Alice Marini, il Don Luigino/Zeffirino di Stefano Pisani, e Francesca Micarelli e Stefano Marchisio quali Delia e Antonio.

La prova del Coro, diretto da Vito Lombardi, risente probabilmente dei costumi che attutiscono la voce non impedendo però un Viva il diletto augusto regnator di buon effetto.

Applausi convinti alla recita del 28 maggio da parte dello scarso pubblico, con approvazioni particolari per Drei, Lupinacci, Monzò, Adaini e Anduaga, salutano questa divertente produzione. Soprattutto il target più agée gradisce e ride alla malizia profusa da regista e cartoonist in tutta l’opera.

Luca Benvenuti

 Foto Ennevi
Il viaggio a Reims ossia L’albergo del Giglio d’Oro
Dramma giocoso in un atto
Libretto di Luigi Balocchi
Musica di Gioachino Rossini
Personaggi e interpreti:
Corinna: Lucrezia Drei
La Marchesa Melibea: Raffaella Lupinacci
La Contessa di Folleville: Marina Monzó
Madama Cortese: Francesca Sassu
Il Cavaliere Belfiore: Xabier Anduaga
Il Conte di Libenskof: Pietro Adaini
Lord Sidney: Marko Mimica
Don Profondo: Alessandro Abis
Il Barone di Trombonok: Giovanni Romeo
Don Alvaro: Alessio Verna
Maddalena: Alice Marini
Don Luigino/Zefirino: Stefano Pisani
Don Prudenzio: Omar Kamata
Delia: Francesca Micarelli
Modestina: Alice Marini
Antonio: Stefano Marchisio
Direttore: Francesco Ommassini
Regia: Pier Francesco Maestrini
Scene e costumi: Alfredo Troisi
Animazione: Joshua Held
Orchestra Coro e Tecnici dell’Arena di Verona
Maestro del Coro: Vito Lombardi
In collaborazione con il Theater Lübeck e il Theater Kiel

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