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L’arte di coniugare grandezza e leggerezza: Stefano Bollani “Solo” all’anfiteatro di Solomeo

Data:

Festival Villa Solomei, Solomeo (PG). Sabato 1 luglio 2017

“L’IMPORTANTE E’ AVERE UN PIANO” (titolo di un recente programma televisivo di Stefano Bollani)

Un vero e proprio discolaccio, Stefano Bollani! Non sta fermo un secondo: si agita, si dimena, salta, fa le smorfie, lascia che le sue due (anche se in alcuni momenti sembrano almeno quattro!) mani litighino tra loro, consentendo alla vanitosa mano destra di mortificare la “povera” sinistra con interminabili dimostrazioni d’abilità al piano, mentre l’altra, per tutta risposta, cerca di rifarsi con le tastiere… A chi altri, se non a Bollani, verrebbe in mente di prendere l’esile tema della filastrocca de I tre porcellini e ricavarne una credibile versione jazz, per variarla successivamente prima “alla russa” e poi “alla tedesca”? Chi, se non Bollani, potrebbe inventarsi un fantomatico musicista argentino chiamato Gustavo Esencial –nomen omen– la cui unica ragione di vita è migliorare, semplificandole (cioè tagliando le note “superflue”), le opere dei più grandi compositori della storia (letteralmente esilaranti le versioni “essenziali” di Per Elisa e del Rondò alla turca)? Perfino il pianoforte, in certi momenti, sembra sorridere, trascinato dal contagioso buonumore che il musicista spande a piene mani durante le sue giocose esibizioni solitarie, come nel caso di questa serata estiva d’eccezione tenutasi nella splendida cornice dell’Anfiteatro di Solomeo (un borgo-gioiello alle porte di Perugia da visitare assolutamente!), letteralmente preso d’assalto da un pubblico entusiasta e partecipe, riversatosi in ogni angolo disponibile (compresi il Teatro Cucinelli e la piazza principale del paese, luoghi muniti di apposito maxischermo per consentire di seguire l’evento in diretta a quanti non fossero riusciti a trovare posto all’Anfiteatro).

Bollani è la “scheggia impazzita” del jazz italiano, il terrore degli snob, per i quali esiste solo la musica “colta” e non è concepibile scherzare con essa o, peggio ancora, su di essa. A colpi di battute, trovate e folgoranti contaminazioni musicali, il Nostro demolisce sistematicamente le inveterate certezze dei parrucconi che si ostinano ad avere della musica una tale visione austera e rigida, e scalza uno dopo l’altro i paletti che frazionano in aree ben definite questa sconfinata forma d’arte, dimostrando che la suddivisione in generi è solo una convenzione di comodo, e che con creatività e passione si può ricavare grandezza anche dalle idee apparentemente più semplici e banali, conferendo loro una dignità e uno spessore precedentemente insospettabili.

Al netto di frizzi&lazzi, imitazioni (immancabile il solito Paolo Conte di Copacabana) e trovate demenziali (come il divertissement di Microchip, brano cantato che ricorda un po’ l’umorismo dell’amatissimo Frank Zappa) che dimostrano anche –oltre a quello musicale- un formidabile talento da intrattenitore e mattatore che gli permette di sintonizzarsi immancabilmente col pubblico che ha di fronte (cosa di cui ho fatto personale esperienza in più di un’occasione), Bollani non tralascia certo di regalare -verbo quanto mai appropriato in questo caso, data la natura gratuita di questo concerto, come pure di tutti gli altri eventi del Festival Villa Solomei- momenti “seri” di grande pianismo. A questo proposito cito almeno il brano d’apertura del concerto, Mayreh, del grande pianista Horace Silver, e una splendida rilettura di Azzurro. Notevoli anche le composizioni autografe, cariche di suggestioni davvero difficili da tradurre in parole.

Nei concerti di Stefano Bollani, specie in quelli di piano solo, le sorprese sono sempre dietro l’angolo, ed è quasi impossibile ipotizzare dove si andrà a parare: non esistono scalette, poiché la musica segue il flusso del vento, cioè della funambolica e imprevedibile mente del protagonista, che spesso si affida all’ispirazione del momento o, come nel caso delle pirotecniche suitesbis finali, anche ai suggerimenti del pubblico, cui chiede di indicare almeno una decina di brani di qualsivoglia genere –il Nostro se li appunta con matita e taccuino- che poi cuce insieme con la consueta maestria.

Un grande artista, che riesce a far sembrare facili anche le cose più difficili, e che sa condividere la propria arte senza prendersi mai troppo sul serio, senza pedanteria né presunzione. Con la sua capacità comunicativa e con il suo umorismo riesce sempre (sempre!) a creare un’atmosfera confidenziale e ammiccante, rendendo piacevole e divertente anche per i profani una materia tutt’altro che semplice come il jazz. Ma come fa Bollani, tutte le volte, a trascinare la gente e a “intrappolarla” nel suo mondo di note, colori e umori? Qual è il segreto? Io credo che la risposta sia abbastanza semplice: a fare ciò che fa – e questa è una colpa gravissima agli occhi dei suddetti parrucconi- Bollani SI DIVERTE…

Francesco Vignaroli

Foto Valentina Cenni

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