Gabriele Lavia rapisce il pubblico catanese con la sua interpretazione de “Il sogno di un uomo ridicolo” di Dostoevski

Data:

Sabato 5 agosto al Teatro Antico di Catania

La tormentata vita dello scrittore Fëdor Michajlovič Dostoevskij andò di pari passo con la fortuna delle sue opere. Se il romanzo, “Povera gente” segnò l’esordio della sua lunga carriera, fu dal 1860 in poi che la frenetica attività letteraria lo portò a raggiungere una condizione di benessere economico oltre che di riconoscimento artistico, che perdurò fino alla sua morte.

Nelle sue opere indagò l’interiorità umana e i sentimenti contrastanti che interessavano l’io, anticipando Freud e la psicoanalisi, e prestando grande importanza alle contraddizioni dell’inconscio. Nel 1870 divenne direttore della rivista “Il cittadino”, dove solo qualche anno dopo prese a pubblicare articoli e testi fra i quali si annovera “Il sogno di un uomo ridicolo”, del 1877.

Il racconto è portato in scena, una sera d’agosto, da Gabriele Lavia, che giunto in Sicilia per il Festival di Taormina Arte e di Anfiteatro Sicilia, è approdato prima al Teatro di Morgantina e poi al Teatro antico di Catania, regalando al pubblico una delle sue interpretazioni più coinvolgenti. L’attore milanese ha un legame speciale con la città etnea; come racconta lo stesso, infatti, prima che la famiglia Lavia si trasferisse a Torino, per via del lavoro del padre, il piccolo Gabriele trascorse parte della sua infanzia a Catania. Così, tra un resoconto della sua vita privata e qualche citazione shakespeariana a descrivere la situazione intima in cui ci trovavamo, “Noi pochi, noi pochi felici”, Lavia dà voce al protagonista del testo.

 Quest’uomo ridicolo, perché privo di stimoli rispetto alla vita, ha deciso già da qualche tempo di mettere fine alla sua esistenza. In casa ha una rivoltella e ogni notte immagina di puntarsela alla tempia, finché una sera, ispirato da una stellina nel cielo, decide che è giunto il momento. Mentre l’idea assume contorni netti nella sua testa, viene distratto da una bambina, che dopo avergli tirato la giacca, con poche parole invoca il suo aiuto. Pare che la sua mamma stia male ma l’uomo noncurante della richiesta, la scaccia brutalmente. Giunge così alla sua umile casa dove, dopo aver compiuto il mesto rituale, è pronto a uccidersi. A un tratto il pensiero della bambina fa scattare in lui qualcosa, si sente sopraffatto da emozioni discordanti, come l’empatia e la vergogna, che non pensava più di poter provare, accantona dunque l’idea di suicidarsi e si addormenta. Nel sogno l’uomo vede se stesso, giace morto dopo essersi sparato al cuore e sente tutto ciò che avviene durante il suo funerale e la sua sepoltura, in una condizione indefinita di spazio e tempo.

UOMO RIDICOLO 1 Si chiede allora chi è quell’essere che lo costringe a patire tali tormenti, lui, che ha sempre creduto all’esistenza di un non-essere. A questo punto, una creatura lo conduce sulla Terra, ma si tratta di una copia, qui, infatti, gli uomini vivono felici e in pace tra loro e la natura è rigogliosa. A un tratto l’uomo è pervaso dalla vita, ma ben presto quell’Eden inizia a essere devastato dalla menzogna, dalla gelosia, dalla crudeltà, che lui ha portato, così quasi per gioco, mentre la natura viene distrutta e gli animali diventano cattivi. Quel sogno non è altro che la realtà.

Alla fine svegliatosi, comprende che la sua missione è di predicare la verità. Ritrova la bambina ma il suo messaggio d’amore lo porta a essere deriso dagli uomini e a finire in manicomio.

Il testo, dunque, non è altro che un’attenta riflessione sulla vita che sfiora la filosofia e la religione, e che per la profondità della tematica non può far altro che smuovere le coscienze.

Così come in “Memorie del sottosuolo”, romanzo del 1864, nell’opera è innegabile il rifiuto della scienza sociologica e del positivismo, considerati come materie sterili alle quali attingere. Inoltre, così come avveniva nel testo precendente a placare la crudeltà del protagonista verso il genere umano è la fede. Per l’autore la presenza di Dio si concreta nell’incontro con gli ultimi della società, siano questi una prostituta o una bambina. Una contraddizione solo apparente, dunque, che mostra come anche l’uomo più distaccato alla fine possa provare amore incondizionato verso i suoi simili, essendo questa una condizione innata.

Le parole pronunciate come una litania e ripetute all’inverosimile, mostrano un uomo segnato dall’età, anche se il protagonista ha solo quarantasei anni, e dalla sofferenza da qualche tempo lo affligge. Forse è lo stesso dolore che è toccato al giovane Dostoevskij, il quale dopo essere scampato alla fucilazione, per aver preso parte a una società segreta con scopi sovversivi, venne condannato ai lavori forzati. Certo è indubbio che le sue opere risentano di aspetti autobiografici e un inno così sofferto alla vita non può che essere figlio del dolore.

Uno spettacolo di grande contenuto e d’inestimabile valore reso tale dall’immensa bravura del protagonista, nel doppio ruolo di attore e regista, che è davvero uno dei maggiori interpreti del nostro tempo.

 Noi siamo stati tra i pochi, insieme con altri settanta, ad aver avuto la felicità di ascoltarlo.

 Laura Cavallaro

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