Saviano, Salvini ovvero… SALVIANO! Di Enrico Bernard

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Saviano, Salvini ovvero… SALVIANO! Di Enrico Bernard

L’appello di Roberto Saviano rivolto ad artisti, scrittori, giornalisti, blogger, drammaturghi,  intellettuali, attori eccetera  a „prendere posizione“  a „far sentire la propria voce“, insomma a non rinchiudersi in una Torre d’Avorio che ricorda le amnesie del mondo della cultura sotto il fascismo,  merita senz’altro considerazione e attenzione. E naturalmente una risposta. Risposta che ovviamente non può che essere positiva e affermativa di valori umanitari ampiamente condivisi.

D’altro lato però l’appello di Saviano presenta il lato debole di un’eccessiva genericità: il „salvare vite umane“ è un principio come accennavo ampiamente condiviso da destra a sinistra, perfino lo stesso Salvini ha detto „non voglio far affogare nessuno, sono un padre di famiglia“.

Non entro nel merito del tema ampiamente discusso nelle più  disparate sedi (anche qui:  a che pro l’appello di Saviano, visto che i social non sembrano parlare d’altro?) dell’apertura dei porti, dell’accoglienza, della ripartizione europea dei  migranti.

Intendo solo dimostrare che quando si lanciano proclami sul genere „procomberò sol io“ (vedi l’appello di Veronesi sottoscritto da Saviano a fare scudo coi propri corpi alle navi delle ONG) o dell’attuale „armiamoci e partite“ anzi „armetevi e partiamo“,  bisogna sgombrare prima il campo da ipocrisie e retoriche che non fanno bene alla causa.

L’ipocrisia di cui parlo e che denoto nei toni di Saviano, unitamente alla retorica, non riguarda comunque il sospetto, ingiustamente avanzato, di un comportamento furbesco motivato da fini propagandistici della propria figura. Né alla megalomania di questo strano „conducator“ della Colonna Infame che si fa Capopolo degli artisti –  sia di quelli „desiderati“  dalla grande stampa nazionale come lui Massini e  Veronesi, sia dei  „diseredati“  come me che  non hanno accesso ai chiusi porti  e approdi della cultura italiana che conta, lobbystica e mafiosetta (lo dice Leonardo Sciascia ne L’onorevole).

Piuttosto l’ipocrisia e conseguente retorica dell’appello di Saviano consiste, come dicevo, nella sua genericità e della mancanza di un’analisi anche autocritica da parte dell’intellighenzia  della residua sinistra sempre più moraleggiante che praticamente operativa e propositiva per mancanza di una „politica“, a cominciare da un „politica“  del fenomeno della migrazione.

L’intervento di Saviano è stato paradossalmente anticipato da un importante quotidiano socialista di Zurigo, Il Tages Anzeiger (giovedì 5 luglio p. 12, articolo a firma di Sandro Benini dal provocatorio titolo: Prova muscolare sulla durezza: non sono le destre populiste a chiudere i confini ai migranti, ma i partiti tradizionali), che ha  reso inutile l’appello, la chiamata alle armi dell’impegno, dello scrittore napoletano. Il quale deve cominciare a guardare anche e soprattutto in casa propria

Nell’amplissimo articolo si leggono i motivi per cui   „i migranti dovrebbero temere più le intenzioni dei  cosiddetti buonisti, piuttosto che le politiche dei cattivi partiti populisti“  e  che „le socialdemocrazie si sono rivelate come i più efficienti e severi guardiani dei confini“.

Se andiamo infatti a vedere quali sono state le politiche dei governi francese, tedesco, spagnolo e tanti altri  – non solo dell’attuale  stagione politica, ma dell’ultimo decennio –noteremmo infatti come le socialdemocrazie  europee non abbiano aperto alla migrazione, ma serrato i confini (Ventimiglia docet, idem Gibilterra).

La politica dell’ultimo governo di sinistra in Italia ha del resto intrapreso  col ministro Minniti una direzione di progressiva chiusura ai flussi grazie anche all’accordo per la costituzione di centri di raccolta sulla costa africana. Tant’è che oggi come oggi i migranti più che della furia di Salvini, hanno paura dei ritorni nei campi di concentramento libici, condannati da tutte le organizzazioni umanitarie, dove stupri e violenza, commercio di esseri umani e omicidi sono all’ordine del giorno.

L’autore dell’articolo del Tages Anzeiger mette così a nudo, prima ancora di conoscerlo, l’ipocrisia e retorica dell’appello di Saviano. Elenca infatti una serie di problemi planetari senza la soluzione dei quali i cosiddetti „buonisti“  non possono dare altra risposta ai migranti che costituendo centri di accoglienza fatiscenti e  disumani, favelas e  campi di concentramento, non solo in Nordafrica ma anche  sulle rotte di terra come denuncia il giornale socialista svizzero.

I problemi che dovrebbe affrontare Saviano – per non finire come Salvini a fare la guerra ai mulini a vento delle navi ONG – sono vasti, apparentemente irrisolvibili, ma da contrastare con la massima urgenza anche a livello personale. Un esempio? L’Africa patisce le conseguenze dei cambiamenti climatici provocati dai gas serra del mondo industriale: bisogna ridurre i consumi di energia. E ancora, la pesca intensiva sulle coste africane, il fallimento delle politiche agrarie per i tornaconti delle multinazionali che dirigono le produzioni all’estero, e tante altre questioni cui il solo Che Guevara con 15.000 soldati cubani mandati in Africa a combattere gli interessi economici imperialisti e colonialisti del mondo  ricco, cercò di contrastare. Ma Saviano non è Che Guevara, rischia di essere il grillo parlante in un mare di „grilli“ che cantano alla luna.

Ma non entro nel merito delle questioni gigantesche sollevate dal quotidiano svizzero che lascia però intendere che non ci può essere  „buonismo“ senza la „cattiveria“ di un’azione pratica di contrasto all’eccessiva ricchezza mondiale detenuta in poche mani.

Altrimenti, se non corredata da questa chiosa, la proposta di Saviano ad alzare la voce senza dire chiaramente contro chi, o meglio solo contro Salvini, rischia di essere un dialogo a due, tra Saviano e Salvini, un Giano bifronte che alla fine dei  conti  potrei ironicamente chiamare: SALVIANO.

La verità, è saggezza antica, sta sempre nel mezzo. E se Saviano ha ragione ad incitare ai soccorsi in mare, Salvini ha ragione da parte sua a sostenere „aiutiamoli a casa loro“.  In entrambi i casi, però,  la ragione vale solo se i soccorsi portano da parte di tutta la comunità dei paesi industrialmente avanzati che hanno sfruttato l’Africa fino al midollo ad una vera accoglienza, così come questo „aiutiamoli a casa loro”. Non può rimanere una frase ad effetto senza azioni concrete perché per risolvere il problema, Che Guevara lo capì anzitempo, occorrono atti culturalmente e  economicamente rivoluzionari, non pezze calde insomma.

Con chi stare dunque? Né con Saviano, il ¨buonista idealista¨ che fa il Che Guevara dalle pagine di Repubblica  (troppo comodo) né con Salvini ïl cattivo populista¨, tantomeno con questo mostro, il Giano bifronte ovvero l’Idra a due teste che ha ora un nome preciso: SALVIANO. Che tradotto in soldoni sarebbe come il parlare molto e fare poco.

Salviamo piuttosto per salvarci.  E salviamoci tutti cambiando.

Enrico Bernard

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