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Questo “Bohemiam rapsody”: un’illusione che ha del “kind of magic”

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“Vivere non è difficile / Potendo poi rinascere/ Cambierei molte cose: un po’ di leggerezza e di stupidità”, cantava Franco Battiato nel suo “Animale”. È un po’ come riuscire a dire: “Anyway the wind blows, doesn’t really matter to me”. È con questa stessa leggerezza, da non confondere con superficialità, che il regista Bryan Singer ci racconta con guanti di velluto la Leggenda di Freddie Mercury (interpretato da Rami Malek) e dei Queen. Amanti della Star, della Musica o – come me – tutti gli inguaribili Rockettari, attendevamo questo momento da anni. Viene da pensare che nessuno fino ad ora avesse avuto il coraggio di narrare una tale Storia, per non cadere nel già detto, nel didascalico, nel documentaristico, nell’enciclopedico dell’Era del Wikipedismo imperante. Si è dovuto aspettare la fine del 2018, a pochi giorni dal 27 ° anniversario della morte di Mercury, per poter apprezzare una pellicola di tal fatta, una nuvola colorata, un lenzuolo di seta, un soffio che sa di Magia, un racconto senza tempo, un intreccio sublime tra Musica e Vita, Vida és Sueno d’altronde. Come quando ci si risveglia dopo aver sognato, ci si sforza delineare i contorni dei momenti che più ci hanno emozionato, restano immagini sconnesse di questo film: due gatti che da una poltrona guardano innamorati il loro padrone, una abat-jour che parla un linguaggio morse nel buio, un sorriso con due incisivi in più, un gallo che canta nel mezzo del nulla di una campagna, fiumi di birra su una batteria, la porta blu di un bagno con la scritta MEN, una pietra scagliata contro la finestra dell’EMI, Mary, Love of his Life, un cappellino da baseball, apostrofare un collaboratore fidato come “Miami Beach”, un’occhiale a specchio, un’offesa ad una giornalista frigida, una pioggia battente e la fine di una storia, un fazzoletto sporco di sangue e quello stesso sguardo fiero di sempre che lo accompagna anche se di tempo gliene rimane poco. Questo film non è per i secchioni e i raziocinanti, non parla agli sterili e ai gossippari amanti dei giorni, dei mesi e degli anni, non parla ai “biografisti”, è un film che non dice nulla a quelli che Fabrizio de André avrebbe apostrofato come “i cinghiali laureati in matematica pura”: questo Bohemian Rapsody è l’essenza della sala d’incisione, la natura stessa del dissidio e della passione, l’Inferno dei festini e il Paradiso di Wimbley, è un profumo, è il piacere, spesso allude e non dice, è una poesia e in quanto tale non devi chiederti se sia vera, è arte fine a se stessa, è quella cosa che ti fa piangere e fa tamburellare le mani e battere i piedi a ritmo su ogni nota. Questo film è una voglia irrefrenabile, il canto strozzato della sala che non vorrebbe cantare ma non può farne a meno, è un po’ di spirito dionisiaco. “In principio era il Verbo Gerundio: Innuendo” così recita il primo verso di Cover, firmato da Caparezza: ho la netta impressione – e mi auguro – che questo film rimanga nelle sale più del dovuto, sarà una sequela di sold out internazionali che farà da piccolo omaggio allo storico quartetto londinese che ha cercato la felicità senza avere la paura di riconoscersi come Mito.

Chiara Cataldo  

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