“Cold War”. Amore, disillusione, mancanza di libertà

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“Cold War” è una storia tragica di amore, disillusione, mancanza di libertà, di musica come libertà, raccontata con un ritmo che gradualmente cattura lo spettatore nella sua inesorabile discesa nelle viscere malsane e putride dei paesi comunisti, fino ad un punto di non ritorno che però sembra, per i due amanti, Zula e Wiktor, l’unico modo per salvarsi dal loro paese sottomesso, la Polonia, come pure dall’impossibilità di vivere il loro amore liberamente.
Pawel Pawlikowski scrive e dirige un film che lascia il segno ma non perché ci siano “star attached” eppure Joanna Kulig e Tomasz Kot sono delle vere star, straordinari, né attori noti, né sparatorie, né super men o super women, ma perché è semplicemente BELLO.
In un’epoca in cui questa categoria estetica sembra non essere più sufficiente, tanto che si fa a gara nell’infarcirla di stelle, punti esclamativi, aggettivi superlativi a non finire, essere semplicemente, puramente BELLO, è sicuramente il pregio maggiore di questo film.
Ricordiamo che “Cold War” è stato presentato in concorso a Cannes nel 2018 dove ha vinto il Prix de la mise en scène, che si è aggiudicato cinque premi agli European Film Awards 2018 (Miglior film, Miglior regista, Miglior attrice, Miglior sceneggiatura e Miglior montaggio) ed è in corsa per la nomination all’Oscar come miglior film in lingua straniera. Il mio augurio è che si porti a casa tante statuette.
Si ha l’impressione che la parola BELLO/A senza alcun’altra definizione, faccia paura, che non sia abbastanza, come pure mostrare quello che era veramente il comunismo: una dittatura feroce e cretina che riduceva gli esseri umani a schiavi, marionette, mendicanti, togliendo loro la libertà e l’amore, la dignità e la speranza.
In molte recensioni che ho letto, la parola comunismo non viene quasi mai fuori, si nasconde dietro “ideologia”, “politica”, “barriere” e altro, mentre se questa storia finisce tragicamente è anche colpa di una dittatura che ha distrutto milioni di esistenze, riempiendosi la bocca di parole come“popolo”, “uguaglianza”, “diritti”. Bla, bla, bla…
La raffinata fotografia in bianco e nero del polacco Łukasz Żal è come un prezioso ricamo di luci e ombre sulle cose e sulle persone, dalle pareti scrostate di una chiesa, alle unghie mangiucchiate di un contadino, ai capelli biondi di Zula, al suo volto così tragicamente BELLO, alla barba di Wiktor, ai suoi occhi innamorati, dai tasti di un pianoforte alle rovine del dopoguerra, rendendo quell’atmosfera di profondo squallore e tristezza, semplicemente BELLA.
Zula, una giovane donna che la vita ha quasi trasformato in assassina, “mio padre mi aveva scambiato per mia madre”, ha una passione per la danza e la musica ma essendo in libertà vigilata, deve mettere il suo talento al servizio di un gruppo folkloristico che si esibisce per far divertire politici e potenti, in modo che possano vantarsi della grandezza del loro paese.


Ma quando incontra Wiktor, un pianista e compositore costretto anch’egli a suonare per il regime, i loro destini s’intrecciano e si alimentano di fughe e nuovi abbracci, di dolore e di sesso, di amore e d’impossibilità a essere “normali”, fino alla tragica soluzione finale che Zula prende, come fanno di solito le donne innamorate.
E se i canti folkloristici rappresentano un’allegria falsa e imposta, quando finalmente riescono a fuggire a Parigi, la musica jazz suonata da Wiktor nel locale Eclipse, è lo scatenarsi di istinti che danzano, finalmente liberi, ebbri, sudati, sensuali, sui banconi di un bar o per le strade di Montmartre. Ma nonostante questa rinascita, dentro, profondamente nelle loro anime, qualcosa li spinge a tornare in patria, a cercarsi proprio là dove sanno che non avranno nessuna speranza.
Anche con il precedente “Ida” Paweł Pawlikowski ci aveva raccontato una storia in bianco e nero, una storia legata alla sua terra, e a quel periodo buio e opprimente di cui lui non ha perso la memoria.
E mentre vedevo il film, riempiendomi gli occhi di tanta bellezza, poesia, bravura e coraggio, pensavo a quando i politici, gli intellettuali e gli operai dei paesi liberi marciavano… Ma loro, quelli con le pance piene, potevano permetterselo, eccome, di parlare, di viaggiare, di pontificare, di scrivere, di alzare i pugni e di sventolare quelle bandiere rosse… di sangue. Vergogna… Eppure, ancora oggi, si continua a parlare in sordina di quei crimini, come se in nome del popolo tutto fosse permesso, rivoluzioni e internamenti nei gulag compresi. Vergogna…
Grazie a Paweł Pawlikowski per avere raccontato una storia di amore e di anticomunismo, la storia di Zula e di Wiktor, che hanno preferito morire piuttosto che continuare a sopportare l’insopportabile.
Per non dimenticare, ci vogliono film così.

Daria D.

Titolo originale Zimna wojna
Paese di produzione Polonia, Francia, Regno Unito
Anno 2018
Durata 84 min
Dati tecnici B/N
Genere
drammatico, sentimentale
Regia
Paweł Pawlikowski
Sceneggiatura
Paweł Pawlikowski, Janusz Glowacki, Piotr Borkowski
Distribuzione(Italia)
Lucky Red
Fotografia
Łukasz Żal
Montaggio
Jaroslaw Kaminski
Scenografia
Anna Woloszczuk, Marcel Slawinski e Katarzyna Sobanska-Strzalkowska
Interpreti e personaggi
• Joanna Kulig: Zuzanna “Zula” Lichoń
• Tomasz Kot: Wiktor Warski
• Borys Szyc: Lech Kaczmarek
• Agata Kulesza: Irena Bielecka
• Adam Ferency: ministro
• Adam Woronowicz: console
• Cédric Kahn: Michel
• Jeanne Balibar: Juliette
• Anna Zagórska: Ania

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