“Adrian”, un Adriano Celentano a fumetti

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Ma un giorno nel paese arriva lui di lunedì.

Diceva così il sottotitolo della sua quarta fatica da regista, targata 1985 e forse una delle sue più compiute anche se come sempre esorbitanti, esondanti, esagerate (Joan Lui); e in fondo, la storia si ripete. Celentano è forse uno dei pochi, se non l’unico, personaggio ancora vivente dello star system italiano a godere di quel particolare status per cui ogni sua apparizione in tv è sacra, e conseguentemente nessuno della rete -che sia mediaset o rai- sognerà mai di dirgli di no.

Prova provata è Adrian, probabilmente il primo, gigantesco e innegabile flop di una carriera costellata da vittorie: perché poi quello di Celentano è un percorso sui generis, che nonostante l’apparente popolanità è invece pregno di riflessioni e contenuti pop meta-testuali. Ma proprio l’ego smisurato dell’artista era destinato ad essere, come in un mito, causa della sua caduta: Adrian non è altro che una lunghissimo, pretestuoso, presuntuoso, arrogante e lezioso monumentum aere perennum,  sperticata e svergognata autocelebrazione di un personaggio che si fa uno e trino (regista, titolo e personaggio della narrazione) ma che ha già poco materiale per una sola figura.

Già l’impianto teatrale-narrativo lasciava dubbi nell’incipit: dopo le fughe -l’avevano capita bene- della Hunziker e di Teocoli come conduttori, sono Nino Frassica e Francesco Scali a tenere il palco nella solita, trita allegoria biblica celentaniana dove i due indossano i panni di due frati con il compito di scegliere chi, tra coloro che si presenteranno, potrà salire sulla nuova arca di Noè e salvarsi da un prossimo diluvio.

Tempi inesistenti, trama svuotata da ogni logica: lo show che precede la serie vera e propria sembra non sapere dove andare, e neanche l’aria straniante di un Frassica sempre centrato risolleva la noia di quasi 40’ senza una minima coerenza. E la partenza del serial vero e proprio, quello in produzione dal 2009 (sic), con i preziosi disegni di un sempre geniale Milo Manara e un budget di 14.000 di euro, non sembra risollevare le sorti di un programma destinato al fallimento: Adrian è un serial d’animazione a passo uno, doppiato malissimo e quasi fuori sincrono, con passaggi da Photoshop amatoriale intercalati ai disegni del maestro Manara (che ha curato gli sketch book e il look dell’animazione), che ripete stancamente i clichè che il cantante della via Gluck propone almeno dal 1960 e che cerca maldestramente di seguire le orme postmoderne dell’animazione d’oltreoceano. Ma la sfida è persa in partenza: se la storia è un susseguirsi di vecchie cose (Celentano e Mori coppia più bella del mondo; il re degli ignoranti; l’uomo rovinato dalla sete di potere e di soldi; la naiveté che salva l’anima; l’orologiaio, e via discorrendo), non c’è niente che dà un appiglio allo spettatore per resistere ai quasi 90’ di un pilota sconcertante.

Non si salva niente, neanche le canzoni. Qualche evergreen e l’ospitata (inaspettata quanto inutile e fuori contesto) della voce di Sangiorgi con il suo tormentone del Mentre Tutto Scorre, sono da corollario agli inediti che sicuramente confluiranno nel nuovo progetto musicale: ma se sono anni che Celentano non cambia una virgola delle sue composizioni, innestandovi però dei testi a tratti interessanti, qua siamo dalle parti del deja vu completo, con echi da Dormi La Situazione Non E’ Buona, a ballad che inseguono L’Arcobaleno di Io Non So Parlar D’Amore, fino alle parentesi sociali moderniste di Facciamo Finta Che Sia Vero.

E con una seconda serata che in pratica è stata la copia carbone della prima (e che ha aggiunto solo una fugace, silente apparizione del deus ex machina della seria in una suggestione morettina sul mi si nota di più se vengo o se non vengo?), resta da chiedersi cosa accadrà per altre sette puntate -sulle nove totali previste-: se il canovaccio dello show avrà dei doverosi aggiustamenti, se la rete applicherà qualche misura in corso d’opera, se Celentano stesso mostrerà qualche ripensamento cambiando perlomeno ciò in cui è sempre stato maestro, ovvero l’arte di comunicare.

A furia di citare la Bibbia, ecco che anche per Celentano è arrivata l’Apocalisse.

GianLorenzo Franzì

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