“Glass”, cinecomic di lusso

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Che non si venga a dire che Glass non è un cinecomic: anzi, è forse il padre di tutti i cinecomic, il film che ne nobilita il genere (e anzi lo rende ufficiale a tutti gli effetti), ne sancisce le regole, ne detta addirittura le condizioni emotive.

E se alcuni lo hanno paragonato a Watchmen sbagliano di grosso: perché là dove il film di Snyder -e la graphic novel di Alan Moore- erano la decostruzione del genus, qui invece Shyamalan compie esattamente l’azione opposta: raccoglie gli indizi lasciati qua e là, si dimostra ancora una volta grande conoscitore dei fumetti e dirige la loro apoteosi, la loro agiografia.

MITOPOIESI POSTMODERNA

Glass riprende le fila delle storie dei protagonisti di due precedenti opere del regista indiano (esattamente, The Unbreakable e Split) chiudendo in qualche modo questa trilogia apocrifa dedicandola all’uomo di vetro: e va detto che lo fa nel migliore dei modi, perché non snatura quello che ha già raccontato ma anzi compie un’abilissima retcon -anche questa, è caratteristica del fumetto postdmoderno: accade quando uno scrittore riscrive il passato di un personaggio aggiungendo, nelle “pieghe” di quello che già si conosce, particolari nuovi- che rende particolarmente coeso questo straniante Shyamalan-Universe.

Ci sono tanti piccoli indizi che dimostrano la volontà dell’autore di celebrare la settima arte e la sua natura mitopoietica, come i libri di Euripide che fanno bella mostra di sé nello studio della psicologa protagonista (e che ha il volto seriale di Sarah Paulson) o come le sottolineature di Elijah Price (un Samuel L. Jackson sempre più calato in un mondo cinefilo e fantastico) per ogni svolta che la storia prende. Glass diventa insomma un trattato sul superomismo, Nietsche e Stan Lee aggiornati agli anni Dieci, la filosofia che prende vita attraverso i supereroi con superproblemi della Marvel. E non che il regista lo nasconda: perché sulla cover della rivista che diventa centrale per il finale del film, campeggia la scritta “a true Marvel” con lo stesso font, addirittura la stessa impostazione grafica della celebra Marvel Comics, la casa editrice di Avengers e SpiderMan oggi protagonista anche al cinema – un logo però svuotato dai suoi colori soliti, rosso e bianco, che diventa semplice titolo che indica la via.

Come se già tutto questo non bastasse (oltre ad una bella prova di James McAvoy che dà finalmente un senso alla sua recitazione giuggiolona; e ad un Bruce Willis indomito e pietrificato, solido come un classico), Glass è però un film profondamente di Shyamalan: film d’autore ma anche film dell’autore.

L’IMMANENZA

Non sono i colpi di scena n sé per sé a dare un marchio di fabbrica ai film dell’autore del Sesto Senso: perché a volte assenti (come nell’alimentare L’Ultimo Dominatore Dell’Aria), a volte inutili (come in Lady In The Water), a volte telefonati (come nello stesso Glass o anche nel precedente Split): no, quello che lega i film di Shyamalan è la volontà ferrea, ossessiva, di utilizzare il cinema per mostrare la verità, per sparare un flash di luce improvvisa sulla Verità che è nascosta proprio sotto i nostri occhi, per strappare quel qualcosa di indefinibile che si agita proprio dietro l’angolo del nostro campo visivo. L’osservato non visto. Rispetto a vent’anni fa, quando questo ragazzotto amante del mistero ha indicato un nuovo modo di raccontare il cinema e il mistero, il mondo è cambiato e sono cambiati anche i media: ma non è cambiata la sua voglia di mettere costantemente sotto osservazione le immagini, di ricostruirne i pixel per poi restituirne la potenza. Glass è un impenetrabile, solidissimo dispositivo intertestuale che fonde insieme la nuova serialità e i tradizionali modelli di narrazione per costruire un unico, immenso universo dove tutto è collegato a qualcos’altro, che sia il racconto o il testo stesso.

LA FINE DEL PERCORSO

Glass è cinema purissimo, talmente consapevole di sé e della propria ricerca che scava nelle sue stesse immagini del passato e in quelle sedimentate nell’immaginario collettivo per coronare la ricerca del regista, che cerca testardamente, ostinatamente, la verità negli scarti, negli interstizi, negli spazi. Il cinema come monumento alle differenze, il fumetto come immane serbatoio di miti e leggende che riprendono la realtà e ce ne mostrano il vero significato: tutto fluidificato in un film che non ha paura di mostrare la potenza rivoluzionaria di un abbraccio, ma che alla fine diventa mastodontico e piccolissimo, trasparente ed incredibilmente denso. Un film perfetto.

GianLorenzo Franzì

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