Con Pierfrancesco Favino, La notte poco prima delle foreste al Bellini di Napoli

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Il Teatro Bellini presenta La notte poco prima delle foreste, il monologo di Koltès reso celebre da Pierfrancesco Favino che ne ha presentato un piccolo estratto al grande pubblico, sul palco del Festival di Sanremo 2018 dove era coconduttore con Claudio Baglioni e Michelle  Hunziger, suscitando  grandi emozioni e commozione.

I temi assoluti di  Koltès,  prematuramente scomparso a quarant’anni, affiorano in un poema che è un monologo, dove solo un grande attore come Favino può riempire la scena per quasi 80 minuti di show, trattando i problemi dell’identità, della moralità, dell’isolamento, dell’amore non facile. Poco prima del punto di non ritorno della nostra umanità.

La regia  è firmata da Lorenzo Gioielli ed offre una  scena basica, senza fronzoli o grosse messe in scene, ci sono una sedia e luci al neon intermittenti nascoste da un velatino a rappresentare una pioggia battente ed incessante, il tutto per favorire un’atmosfera intima e che ci si possa immedesimare per poi riflettere nel monologo decantato. Il regista fa modo che questo calarsi nella scena diventi quasi un imperativo categorico.

Sotto il temporale si muove Pierfrancesco Favino nelle vesti dello “straniero”, dell’“immigrato” dalla postura inclinata dal dolore e dalla voce spezzata dal dolore che sta vivendo.

L’attore da voce agli emarginati, ai reietti della società, quelli che sono considerati i “diversi”, le voci fuori dal coro, quelle su cui non punteresti mai e che invece possono sorprenderti. Il testo è molto forte, sia a livello di lessico che di contenuti, e all’interno degli 80 minuti si cambia spesso registro e bisogna restare concentrati su ogni cosa che Favino esegue in scena, ma analizzare anche il non visibile e l’invisto, su quel gioco di detto e non detto.

Le parole struggenti di Koltès danno vita ad un monologo al tempo stesso caloroso e crudo che esprime e denuncia l’oppressione del diverso, il suo dolore e la sua ribellione. «Mi sono imbattuto in questo testo – spiega Favino – un giorno lontano, mi sono fermato ad ascoltarlo senza poter andar via e da quel momento vive con me ed io con lui. Mi appartiene, anche se ancora non so bene il perché. E’ uno straniero che parla in queste pagine. Non sono io […] eppure mi perdo nelle sue parole e mi ci ritrovo».

Marco Assante

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