Quotidiano di Cultura diretto e fondato da Stefano Duranti Poccetti nel 2011

L'”Orlando Furioso” di Vincenzo Zingaro

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E’ innegabile che il teatro rientra nell’ambito delle arti visive. Sembrerebbe un assioma.  Ma ecco  un’obiezione: se il teatro dovesse farsi al buio, a occhi bendati del pubblico o solo per radio, perderebbe qualcosa della sua teatralità? Certamente smarrirebbe la sua potenza visiva, la capacità di comunicare “anche” per immagini. Tuttavia sottraendo la funzione dell’immagine, viene ad assurgere la PAROLA, tutta in maiuscolo, come protagonista assoluta, avvolgente,  capace di creare nella mente dello spettatore, trasformato in ascoltatore  dalla moltiplicata attenzione che collega l’udito allo spirito,  un caleidoscopio di visioni interiori. E quanto più interiori sono le visioni generate dalla catarsi drammatica, tanto più forti sono le emozioni e la catarsi stesse.

Naturalmente per ottenere questo straordinario effetto la PAROLA, sempre tutta in maiuscolo, necessita di un messaggero, di un intermediario, di una cassa di risonanza perfettamente temprata  che trasmetta al pubblico sensazioni, sentimenti, passioni, curiosità. In altri termini essa, LA PAROLA, ha bisogno di una voce.  Ma intendiamoci, non di una voce qualsiasi, bensì di una voce che si riveli come  fonte sacra, sacerdotale, spirituale: umana eppure trascendente al divino!

Queste riflessioni mi sorgono spontanee assistendo all’eccellente lettura di una vasta scelta di canti dell’Orlando Furioso  realizzata da Vincenzo Zingaro al Teatro Arcobaleno di Roma con la partecipazione di altre due anime recitanti, la bravissima Laura Jacobbi (figlia d’arte del grande e indimenticabile regista, critico e poeta Ruggero) e del convincente  Filippo Velardi.

La regia di Zingaro non rinuncia comunque alla visionarietà del sogno cavalleresco dell’Ariosto concentrato nella gigantesca  Luna sulla quale Orlando pazzo d’amore va  alla ricerca del senno perduto. E’ una luna misticheggiante e viva come un corpo ultraterreno che assiste alla commedia umana che volge in follia (e in poesia): il satellite si tinge di diverse colorazioni come un’immmensa spugna che sembrerebbe un corpo vivo capace di percepire le sensazioni catalizzandole e proiettandole sul pubblico.

Ed è un canto antico, perlomeno rinascimentale, quello di Vincenzo Zingaro che  declama dei cavalieri, armi ed amori come farebbe Ariosto stesso, proprio come se impersonasse il grande poeta  del rinascimento al qual si deve la poesia cavalleresca. E’ un concerto di suoni e di sensi, di significati e significanti che si strutturano nella perfetta dizione, perfetta ma non asettica bensì vissuta, espressiva come i cantori di un tempo.  Una vera e propria sinfonia grazie anche alle esecuzioni musicali di un’orchestra perfetta, celestiale o demoniaca a seconda dei casi,  che aggiunge un violino (Michele Campo), un flauto(Francesca Salandri), un violoncello (Irene Maria Caraba), una sonata al pianoforte  o un’aria rinascimentale come una partitura per voci. Splendide le musiche originali di Giovanni Zappalorto che esegue al piano.

Non si tratta comunque di  sottofondo musicale, ovvero di stacchi, piuttosto di un concerto per voci ed orchestra nella fusione degli strumenti che generano note significative  come parole musicalissime  e viceversa in un inseguimento acustico e semantico proiettato verso la l’astro luminoso e poi oltre nell’infinito. Un vero e proprio viaggio insomma  nel suono del verso ariostesco! Una sorta di Pierino e il lupo di Prokoviev tanto per proporre un paragone sul modello del fiabesco,  dell’incantesimo  e ell’affabulazionecui questo Orlando  di Zingaro fortemente propende.

Allora questo reading, che è molto più di una lettura, piuttosto lo definirei come ho appena detto   un concerto per voci ed orchestra,  si può interpretare come un ribaltamento della versione ronconiana dell’Orlando furioso. Nella trasposizione di Ronconi la teatralità emergeva infatti  dal gesto  e dalla drammatica del testo rinascimentale, insomma una forma di chanson de geste, mentre nelal versione di Zingaro è  il verso a rappresentare il contenitore di una teatralità in nuce che sboccia nel suono e si fa teatro dell’anima in contrapposizione al teatro delle macchine di scena. Vero è che in entrambi i casi, con Ronconi e Zingaro, siamo in pieno rinascimento: Zingaro per la forma orale della recitazione poetica, Ronconi per il recupero della tecnica scenica del Sabbattini (vedi “Scene e macchine teatrali” del 1567). Senonché pur racchiusa in uno spazio più intimistico, è Zingaro a mio avviso a stupire sì meno di Ronconi, ma a conquistare di più l’animo dello spettatore colpendo l’udito e il cuore piuttosto che l’occhio.

Enrico Bernard

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