Rachele Varvaro. La scrittrice dimenticata che riemerge con il suo “Uragano”

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A volte nella vita si fanno incontri strani e bizzarri. Parlo di incontri letterari e uno di questi incontri è avvenuto per me nella chiesa di San Cristoforo a Cortona, dove sono venuto a contatto con un’autrice dimenticata, a torto, dalla storia. Avete presente quei libri che si trovano di sovente nei luoghi sacri, i quali con una piccola offerta possiamo prendere? Ebbene sì, proprio questo mi è accaduto ed è così che ho potuto entrare in contatto con Rachele Varvaro, scrittrice di cui, almeno facendo una rapida escursione su internet, non si sa praticamente niente e che eppure ha scritto alcune opere di valore. Sono così entrato in contatto con due suoi lavori: il dramma “L’uragano” e “La regina del bosco (fiaba dolomitica in un tempo)”, pubblicati rispettivamente nel 1961 e nel 1962. In queste pubblicazioni in bello stile, dove sono presenti anche illustrazioni, non si trovano marchi di case editrici, si presume dunque che si tratti di pubblicazioni auto-prodotte, con il testo che in effetti si presenta in qualità di dattiloscritto.

In questo articolo mi soffermo in particolar modo su “L’uragano”, “dramma in due tempi e otto quadri” dove la Varvaro fa un omaggio alla “Butterfly” di Puccini, pubblicando all’interno del volume anche degli stralci dello spartito dell’opera. In effetti la trama è molto affine al melodramma, con la protagonista Bianca che viene abbandonata dal suo amato Giovanni, del quale è rimasta incinta. Purtroppo anche il bimbo morirà e la protagonista bramerà vendetta contro l’uomo, costringendolo in qualche modo agli arresti. Il rimorso però arriva e riuscirà a far salvare Giovanni dall’avvocato Roberti, che in cambio di questo favore pretende la mano di Bianca, che alla prima notte di nozze si suicida, ancora innamorata di quello stesso che l’aveva abbandonata. In questo senso “L’uragano” che dà il titolo all’opera, più volte citato dalla scrittrice, è quell’evento che spazza via il sole in un istante: è la tragedia che s’insinua improvvisamente, devastando una felicità che sembra eterna, in tal caso quel sentimento che sembrava destinato a durare per sempre per Bianca, ma che poi viene distrutto dall’inaspettato allontanamento da parte dell’amato.

Bianca – Ancora una volta… l’inutile attesa… se lui sapesse che cosa significa per una donna che attende l’uomo amato e non lo vede arrivare, attendere sola, con la folla dei ricordi, sempre stringente nell’aria attorno… sulle cose… sulle voci della strada, nel rintocco delle ore che giungono dal campanile della piazza dell’indimenticabile primo incontro, quando sul sagrato della chiesa vendevo i fiori… e lui, mi apparve per la prima volta… lui, il più bell’uomo del mondo… Vestiva di bianco avorio, era l’estate, e quegl’indescrivibili occhi scuri profondi e tristi, mi presero per sempre, mi legarono a quello sguardo, e per la vita…

La scrittura della Varvaro è sentita, ispirata, fluida e poetica. Non si può che immergersi e lasciarsi emozionare dal suo mondo, dove si percepisce che la donna ha toccato queste vicende con mano e che ne ha voluto trarne delle vicende letterarie, che sono a stretto contatto con il piano operistico e musicale, sapendo rielaborare l’opera pucciniana in modo originale, trasportandola nel quotidiano, immaginando un amore tra una fioraia e un giovane benestante, in una società dove ancora la status sociale rivestiva un ruolo preminente.

Non abbiamo purtroppo la biografia dell’autrice, neanche nel libro, ma sappiamo che, per sua stessa ammissione, parlando del testo:

DEDICA

ad un violino…

ad un violoncello…

ad un’arpa…

Se qualcuno vorrà portarlo un giorno sulle scene, chiedo che la musica legata ai suoi quadri, sia espressa soltanto dagli strumenti a cui ho dedicato questo lavoro: sono quelli che prediligo, perché… il violino lo suonava mio padre, udito ben poco nel breve tempo che ho potuto vivere con lui da piccina, ma fra la terra e il cielo le sue note raccolgo ancora con le mie parole… Il violoncello lo suonava un caro zio, prof. Fabrizio Natoli dell’Università di Palermo, che nei pochi anni vissuti dopo di lui, ha cercato di mitigare il mio primo grande dolore… ad un’arpa, quella di una cara zia la baronessa Tina Varvaro Camerata, che nella sua affettuosa casa di Roma, mi ha dato la più bella primavera della mia vita di ragazza, alla quale ancora oggi va la mia gratitudine per il suo affetto e la sua musica…

Ho spesso scritto ascoltando la musica, ma forse senza sentirla, ho scritto le mie pagine migliori perché un violino, un violoncello e un’arpa, avevano scosso per me, le ormai silenziose corde…

Emerge una donna sensibile, amante delle scrittura, appassionata delle parole, come del resto della musica, che si ritrova nella sua dedica, ma anche nel suo stile, sempre ritmico e piacevole all’ascolto. Così ho scoperto Rachele Varvaro, autrice di certo interessante, esempio che scrittori di primo piano si è anche senza una casa editrice che ponga la sua etichetta, anche senza una storia che pare essersi dimenticata di quei talenti… ma se c’è il valore il momento della riscoperta prima o poi arriva, per fortuna…

Stefano Duranti Poccetti

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