Il Teatro Antico: una forma operistica

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Quando parliamo di Teatro Greco Antico, lo facciamo su un qualcosa che sta tra il mito e la realtà, la storia e la fantasia. Ancora non abbiamo capito alla perfezione come funzionassero veramente gli spettacoli rappresentati nei grandi teatri greci all’aperto e questo ci permette di sognare e di immaginare come secondo il nostro punto di vista avvenissero.

Mi piace pensare che il Teatro Greco somigliasse più a una forma operistica che non di prosa. D’altra parte si sa che l’elemento della parola non era l’unico preminente, ma veniva accostato alla musica e alla danza, con ampio uso delle parti corali. Mi immagino questa grande struttura all’aperto, degna della grande opera ottocentesca, in cui mi sembrerebbe strano che gli attori, senza naturalmente essere elettricamente amplificati, potessero arrivare alla piena attenzione degli spettatori meramente recitando – con scene, si presume, piuttosto povere di scenografia. È vero che i personaggi portavano delle maschere che estendevano il suono della voce, ma non credo si potessero raggiungere tutte le zone degli spalti solo declamando. È per questa ragione che mi immagino un Teatro Greco in cui gli attori/cantanti facessero proprio uno stile che stava tra il cantato e il recitato (una sorta di “recitar cantando”?). D’altra parte i testi dei grandi Tragici sono contraddistinti da lunghi monologhi, quali fossero vere e proprie arie, intrisi di un alto valore poetico, nonché da corali dove il quoziente musicale si rivelava vitale. Quando inoltre si parla di “Catarsi”: quel processo che vede coinvolto lo spettatore, che alla fine della Tragedia dovrebbe percepire in sé una ieratica sensazione di purificazione, tra i Tragici si parla di questo procedimento spirituale ed emotivo in chiave invero sostanziale. Sicuramente per arrivare a questo lo spettacolo doveva essere in grado di toccare tutti i sensi degli astanti.

Noi accettiamo la distinzione, fatta da alcuni filosofi, tra melodie aventi un contenuto morale, quelle stimolanti all’azione e quelle suscitatrici di entusiasmo; in esatta corrispondenza vengono classificate le armonie. A ciò si aggiunga che secondo noi la musica non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi […] E queste emozioni come pietà, paura ed entusiasmo, che in alcuni hanno una forte risonanza, si manifestano però in tutti, sebbene in alcuni di più e in altri di meno. E tuttavia vediamo che quando alcuni, che sono fortemente scossi da esse, odono canti sacri che impressionano l’anima, allora si trovano nelle condizioni di chi è stato risanato o purificato.1

Lo stesso Aristotele riporta la “purificazione” alla musica, la quale, certo, doveva avere un valore fondamentale nelle Tragedie. In effetti, da come se ne parla, non penso che da sola una pièce di prosa avesse la possibilità di giungere al livello di scuotere in modo così prorompente l’anima del pubblico.

La Tragedia Greca aveva strettamente a che vedere con la sacralità e anche questo aspetto, certo, incrementava la possibilità di una catarsi spirituale. Fu Wagner a riscoprire il misticismo e la sacralità in teatro e l’ha fatto nel modo più adeguato e integro che si potesse fare, creando la sua Opera d’Arte Totale. Wagner ha scritto molto sull’opera e tanto si è rifatto al Teatro Greco. Forse non ci ha detto tutto di quello che aveva scoperto – anche se di questo studio e di queste intuizioni ne sono palesi i risultati. Forse aveva avvertito che, in effetti, questa antica forma di Teatro non fosse davvero e soltanto prosasistica e gli elementi che la componevano non rappresentavano solo un contorno di colore al copione. Si trattava invece di una struttura ben congegnata e complessa, che probabilmente aveva molto a che vedere con il melodramma.

Stefano Duranti Poccetti

1 Aristotele, Politica, 7, 1341b 32 – 1342a 16, trad. di Augusto Viano

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