“Cita a Ciegas” al Rossetti di Trieste: la regia di Andrée Ruth Shammah nobilita la fragilità della condizione umana attraverso la parola

Data:

Trieste, Politeama Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, dall’8 al 12 gennaio 2020

“Cita a Ciegas”, la pièce teatrale più rappresentata al mondo del drammaturgo argentino Mario Diament, è arrivata finalmente anche in Italia grazie a questa produzione (Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana), debuttata nel 2018, e ora al Politeama Rossetti di Trieste.

Luci rosse focalizzano l’attenzione sul sipario chiuso. Musica.

Quando la scena si svela è già poesia, una danza, ora lieve ora più intensa, mai sopra le righe, esplicitata in ogni attimo e mantenuta fino alla fine sul contrappunto delle musiche di Michele Tadini.

La scenografia scarna di Gian Maurizio Fercioni, elegantemente ridotta all’osso e al contempo evocativa dell’atmosfera che guida l’intero testo drammaturgico, rappresenta nel modo più evidente il codice estetico dello spettacolo diretto in modo mirabile da Andrée Ruth Shammah.

La regista ne ha curato anche l’adattamento e la traduzione, realizzata attraverso l’analisi delle numerose versioni in tante lingue diverse.

“Le tenebre sono l’ombra della luce”: la cecità del protagonista risulta essere lo strumento metaforico principe attraverso il quale diventa possibile costruire innumerevoli confronti fra realtà e concetti antitetici, alla ricerca costante di un equilibrio che ne rispetti entrambi e ne sveli la reciproca necessità.

“L’educazione sentimentale” di Gustave Flaubert è la chiave d’accesso che i personaggi usano per entrare inconsapevolmente e rincorrersi senza tregua in un labirinto dalle illimitate possibilità di deviazione dal percorso che conduce all’uscita.

È costituito da specchi, distorti in modo impercettibile che rimandano immagini simili, mai identiche, in un interminabile gioco di illusioni “ottiche” espresso attraverso la parola: sembra realizzato da un costruttore di cattedrali medievali, ma è tutto mentale e lo spettatore si pone nella prospettiva privilegiata di una divinità che da lontano assiste allo svolgersi delle umane vicende: può seguire il realizzarsi delle più incredibili coincidenze, ma è privato della possibilità di intervenire se non per comprendere meglio se stesso.

Al centro di questo dedalo astratto non il Minotauro, ma la Speranza si trova, assieme alla realtà di un “amore inevitabile” perduto e ritrovato.

La semplicità è qui ottenuta attraverso un finissimo e attento lavoro di pulitura da cui è levigato ogni elemento che possa velare l’essenzialità più luminosa.

Le suggestioni più pure sono caratterizzate da un nitore raro: ogni singola azione, verbale o fisica è dotata di un senso profondo e ogni emozione provata dai personaggi giunge in sala chiara, netta e precisa, ma immersa in un’aura lirica che ne amplifica le dimensioni, proprio perché liberata da qualsiasi orpello, nota determinante di una partitura preziosa, immaginifica e sublime.

Gioele Dix gioca il ruolo dello “scrittore argentino cieco” con garbo straordinario, gigantesco in un ruolo che trova in un’apparente debolezza, l’esaurimento ormai quasi totale della vista, gran parte della sua forza, che  a sua volta rimanda a una visione profetica del tutto priva di retorica, carica piuttosto di dolce ironia. La sua parte risuona infatti continuamente di echi letterari e umani, filosofici e scientifici, arcaici e modernissimi espressi con un sorriso interiore che mai si affievolisce, curioso e indulgente verso le miserie e le sofferenze vissute da chi incontra lungo il cammino. Si percepisce la sua presenza anche quando non è in scena, evocata dai dialoghi degli altri.

Il personaggio affidato a Laura Marinoni, “la donna”, cammina su di un filo teso sopra un abisso creato da lei stessa che si risolve solo nel confronto con “la psicologa”, Silvia Giulia Mendola,  alla quale passa il testimone delle proprie angosce, mentre “la ragazza”, Valentina Bartolo, entra ed esce da ipotesi e realtà, comportamenti intenzionali e agiti.

Ma chi innesca, attraverso l’incontro con “il cieco” l’intero e affascinante effetto domino è  “l’uomo”, Elia Schilton, la cui confusione interiore è rappresentata da un’inquieta goffaggine, espressione del perduto ruolo nella società.

L’elegante complessità di di questa trama parla al nucleo più intimo dell’animo umano, il luogo in cui si cela la comune fragilità.

Si assiste alla rappresentazione di una passione bruciante o si è di fronte a una follia autodistruttiva? Il tipo di prospettiva usata, il “punto di vista”, determina la risposta.

Paola Pini

Trieste, Politeama Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
dall’8 al 12 gennaio 2020
Cita a Ciegas (Confidenze fatali)
di Mario Diament
traduzione, adattamento e regia di Andrée Ruth Shammah
con
Gioele Dix (cieco)
Laura Marinoni (donna)
Elia Schilton (uomo)
Silvia Giulia Mendola (psicologa)
Valentina Bartolo (ragazza)
scene di Gian Maurizio Fercioni
costumi di Nicoletta Ceccolini
luci di Camilla Piccioni
musiche di Michele Tadini
produzione Teatro Franco Parenti e Fondazione Teatro della Toscana

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