“Temi il Folle”. La rivista Fili d’Aquilone dedica ampio spazio alle poesie di Massimo Triolo

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La poetica di Massimo Triolo è intessuta di uno stile ricercato e ricco, dando luogo a versi densi e intensi. Si tratta di testi dove realtà e visione coincidono, tanto che per Triolo potrei parlare di “sogno concreto”, con le liriche, che in questo caso hanno per filo conduttore la follia, trattanti l’attualità attraverso l’elemento onirico.

Chi è il folle per il Poeta? Una personalità da temere, perché fuori dagli schemi, non uniformato alla massa e per questo portatore della pura verità.

A seguito le poesie pubblicate nella rivista Fili d’Aquilone:

 

CLAUSTRATA INSANIA

Quanto angusta è questa terra che tempra,
e un’anima setaccia, silente e incolore,
dogliosa e inadorna.
Cosa giace nel cuore della pietra,
nel velo rosso dei fiori in fiamme?

Le parole smarriscono la rotta,
inspessiscono dolori
simili a piccole sommosse di uno spirito.
Parvente m’è un canto, di verde smeraldino,
lambito da nebbie evanescenti.

Chi custodisce il grido e lo spasmo
di queste mani simili a sdutte, pallenti foglie?
Aduso al giorno è il mio canto
vibratile come sentiero fumigante nella calura
di un agosto intollerabile, che tutto candisce.

Tormentavo la veste – troppo candida
per queste spoglie grate alla mortalità –
con le mani posate in grembo,
e non osavo voce nel luogo
in cui la pena ha un grido opaco.

Di là da sbarre e succinte feritoie,
florida danzava primavera,
e dentro portavo l’inverno ancora
di un silenzio greve e ottuso,
ferita su ferita, alla vista imbandito.

Soglia non pietà né sdegno,
presso questi stracci d’ossa,
che sognavano il calore di una mano,
pelle che fosse prebenda al cuore adusto,
e giorni più liberi che in questo vivente sepolcro.

TEMI IL FOLLE

Temi il folle:
egli non farà né ciò che si conviene, né ciò che conviene.
Temilo perché è folle.
E non gli estorcerai niente, di ciò su cui far leva è ragionevole,
e vigliaccamente, secondo ragione, ricattare.
Solo sarai capace, di avvicinarlo nello stigma e nel timore.
Egli non si redime né può,
né ha da servirgli d’esser redento:
e questo lo rende un dio, al tuo confronto.
Dove tu indugi, sarà tiranno,
farà strame e macello.
Dove tu tiri dritto, indugerà con gusto e letizia,
e gentilezze squisite che non puoi
né devi conoscere –
inusitate e imprevedibili.
Deliberatamente carezzerà il nemico,
fuori d’ogni ragione utile,
e trafiggerà chi gli sorride tendendogli la mano;
ma potrebbe anche arrivare
a torturare il suo torturatore,
e il nemico far soccombere, fra sangue e guano,
e senza una ragione, ancora,
che tu comprenda o possa al modo suo.
Temilo perché senza essere a modo tuo,
egli è in sé, e più che te od altro.
Temilo perché non fa ciò che serve,
perché è un mostro e un Dio,
in salute della sua malattia, che veleni morali non sa:
tutti gli elementi in lui coesistono e sono,
senza prevalere l’un sull’altro, secondo ragione,
che non sia natura alla natura sparsa,
come lava nella lava.
Temilo perché non potrai piegarlo avvicinandolo a te,
perché non potrai ricattarlo –
benedizioni o maledizioni non conoscendo,
che inflitte siano, o da chissisia ammannite.
Egli è sempre distante oceani e stelle,
egli è dove tu paventi e non comprendi:
nel suo male e nel suo bene,
ontico e ontologico assieme.
Per questo né si salva né salvezza concepisce,
e la sua colpa sempre, è originaria,
i suoi fini terrifici e netti –
che son l’una cosa e l’altra senza giustificazioni.
Temilo perché lo torturasti proprio come un folle,
quando violento non fu né esser voleva,
e lo blandisti spremendo altra violenza,
per paura della sua violenza,
dalle nutrite tette della sua anima superiore.
Temilo perché inventasti tu, la colpa e la cura,
e mai sapesti andare oltre il delitto dell’una nell’altra.
Temilo perché Napoleone e Hitler furono e sono
colpevoli, e non folli abbastanza,
e della stessa tua colpa che abbisogna d’un concetto
in soccorso all’inerzia del suo macchinico sfacelo,
ma mai fuori da essa, se non per “pruderie” morale
dell’inconcepibile.
Temilo perché ottimizzare il delitto a scopi ritenuti superiori,
è cosa tua e non sua.
Temilo, perché, al fine, la libertà non potrà essere né merce
né privilegio desunto – nel bene e nel male.
Temilo in entrambe, dunque.

BALLATA DEL FOLLE AMORE

La sera bussavi alla mia porta, figlio caro,
lo sguardo di cucciolo impaurito,
la grossa testa china sul pettuccio cavo,
e mi pregavi di raccontarti una nuova fiaba.
Dopo i primi scampoli d’irrealtà
i tuoi occhi si schiudevano, spalancandosi,
come quei fiori che sbocciano solo di notte.
Ti mordevi le labbra per l’emozione,
partecipavi come non altri di cose pure, fatate;
ti facevi vicino, e come l’ape satolla di polline
trovavi il riposo e il mio grembo ti accoglieva.
Che pena nasconderti la verità, figlio mio…
A mattino ti vestivo dei migliori vestiti,
ti servivo una calda colazione e tu tacevi,
ti baciavo sul viso ma il tuo sguardo era vacuo.
Tornato da scuola mi tempestavi di domande,
ti facevi tutto rosso per la foga di sapere…
Ed io dovevo quadrare il cerchio,
rimpolpare di senso nuovo una vecchia storia
inesorabile come la morte, vuota come un teschio.
Ma già cresceva il tuo cuore
sotto un petto mai lievitato,
ed io non sapevo più cosa ancora inventare,
morivo di mentire,
morivo di mentire.
Così, una notte chiara non potendovi fiaba,
ti portai in cima a un colle,
mano nella mano sedemmo sotto le stelle.
L’aria era calda e amabile,
tiepida di un tepore uterino.
La luna, rimasta un po’ nascosta,
avvenne maestosa come un miracolo nel cielo.
Tu la guardasti e su lei gli occhi fissi:
“Sai mamma, anche la luna ha le piaghe…
come qui, su tutto il mio viso,
e guarda com’è bella, com’è luminosa…”
Non potei trattenere la commozione,
e piansi le lacrime che mai avevo pianto
davanti a te, figlio innocente e puro.
Allora tu, che nelle mie speranze materne
dovevi aver vissuto reale la fiaba
e fiaba sempre la realtà,
volto a quella luna udendo il mio singhiozzo:
“Non piangere mamma, io e la luna siamo amici,
amici da tempo, da quando le fiabe han perso colore,
da quando ho preso ad ascoltarle per compiacerti…
Solo, quelle le capivo, il resto non capisco ancora:
perché qua fuori non è mai come adesso, con te?”
“Guarda la luna, figlio mio, e non fare più domande;
guardala, finché non vedrai che quella,
splendi con lei, finché non sarete una cosa sola.”
E così dicendo gli infersi la morte,
mentre il suo sguardo si spalancava,
si spalancava una volta ancora,
come quei fiori che sbocciano solo di notte.

DELIRIO MI AVVINGHIA…

Mi torna il canto di mille incunaboli di giorno fatto,
questo vago sentore di tepida mano.
Non sormontato dal dovuto suo fiore è lo stelo slanciato,
ma reciso nella forma di pietra della morte.
I volti hanno sguardi plurimi e insistiti
sulla mia dolce follia,
sul plastico riverbero del suo diapason di luce.
Ho conosciuto forme vaghe di sogno,
e crudezza di notti che non cedevano ad albe guaritrici,
ho solcato spume di mari procellosi inchiodato a un letto.
Ho maturato nelle mani il male oscuro dell’esistere.
Senza tregue, senza alfabeti e senza calmo raziocinio.
I dardi del furore ho conosciuto tutti,
in un pallido volo abbattuto nel bianco del giorno.
Crinita d’oro è la mia anima sola tra le cose del mondo,
sparsa nella forma di una manciata di giunchi secchi,
inutile a queste mani e condannata fuori dal solco.
Delirio m’avvinghia e spreme,
luce finissima dei miei pulviscoli mentali.

COSÌ

Con stupida acribia ho soppesato e osservato le regole.
Il tempo scorreva quieto come un fresco torrente nella stagione
che è detta dolce e amabile dal poeta.
Con machiavellico nitore di logica si passa la vita a prevenire
o al peggio arginare i danni,
tanto che tutto par diventare piegar bene il vestito,
e poi rammendo su rammendo,
portarlo alla buona ma con dignità.
C’era il sole fuori, ma la sua luce mi pareva colma di ferocia.
“’Accontentarsi delle piccole cose”, dice la gente,
ma si può mai dire che la “gente” sia un soggetto compiuto?
E serrare le mascelle aspettando tutt’al più la pioggia,
leggere un buon libro,
mentre il fuoco langue nel camino e fuori, il vento,
infuria chiuso fuori.
E le passeggiate, il giornale della domenica,
le circostanze misurate col compasso:
è così che una vita esangue non butta sangue.
C’era il sole fuori,
ma le tapparelle erano calate come cataratte…
e le urla dei bimbi in gioco, dai giardini, mi accoltellavano il cervello.
Cominciai a odiare qualche sporadica cimice,
lo scricchiolio di una porta, un oggetto mal riposto,
il rumoreggiare sinistro che ha il mattino quando tutto
si rimette in moto
e la macchina della vita ciancia le sue ragioni
nel tuo orecchio sonnolento –
che poco alla volta perde le cure amorevoli del silenzio.
Vidi rischi e motivo di renitenza in cose sempre più futili.
E una vecchia foto, la sola che tenevo,
cominciò a guardarmi con disprezzo…
un vecchio, caro sorriso, divenne ghigno crudele…
C’era il sole fuori,
e una radio, da qualche parte, tranquillizzava gli ascoltatori
sugli ultimi sviluppi di una certa faccenda che non capivo,
ma mi parve da subito minacciosa…
Poi scivolarono come su un immaginario tappeto rosso,
i miagolii di un altro cantante
e note orticanti che gli facevano il contrappunto.
Io chiusi gli occhi e piegai il capo,
ma la grazia del sonno non venne…
mentre tutto sembrò cominciare a danzare.
Una vita esangue non butta sangue, e chi vuole mai ferirsi:
meglio un’attenta profilassi.
Non avevo che da uscire per recarmi a lavoro,
e tornare al più presto a casa:
niente rischi, niente incantamenti traditi, niente botte,
e scosse, e ferite che bruciano.
Il mondo era una cosa ridicola che continuava a girare,
e finiva quando in casa mi potevo ritirare.
Finii per buttarla, quella vecchia foto:
mi pareva sempre più mostruosa e carica d’insulto.
Coprii tutti gli specchi.
Poi, alle prime luci di un mattino, mi decisi e li buttai in un cassonetto.
I libri mi parvero dei buonissimi amici, fidati e fedeli:
basta allungare una mano per aprirli quando vuoi –
mentre il cuore di certe persone non si apre mai.
C’era il sole fuori, di questo sono certo,
mi tolsi di dosso la vestaglia stropicciata e vestii il mio migliore vestito.
Cominciai una lenta, meticolosa rasatura –
senza specchio naturalmente;
e senza più sapere da molto tempo, a che punto era il mio volto…
Mi sciacquai tre volte il viso – due pacche sulle guance –
e mi sembrò ancora tonico e compatto.
Le mie mani, invece, erano molli e bianche come molluschi,
e rigirandomele sotto gli occhi, ne provai orrore
ricordando i miei soli quarant’anni.
Affilai di nuovo il rasoio,
e con lucida follia mi aprii la gola da parte a parte.
Ebbi stupore di quanto sangue uscisse fuori, in spruzzi,
rivoli, gorgogli –
perché le mie vene erano secche da tempo.
La cosa buffa è che mi trovarono solo dopo molti e molti giorni –
oh, non di questo mi stupisco, non di questo dovete sorridere –
però vedete: già marcio frollo, e vestito in maniera impeccabile,
col mio migliore abito tirato a lucido.
Un cadavere gonfio e olezzante vestito a festa.
Già già… Così è stata la mia vita.

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