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29 aprile 1990: 30 anni fa il secondo Scudetto del Napoli di Maradona

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Nel corso dei sette campionati (dal 1984 al 1991) disputati in Italia da Diego Armando Maradona abbiamo assistito a prodigi di ogni tipo. Il Napoli, unica Società italiana che ha avuto il privilegio di poterlo vedere giocare con la propria maglia addosso, ha vissuto un’età dell’oro mai conosciuta prima e, ad oggi, nemmeno in seguito. Sette anni indimenticabili che hanno riscritto la storia del calcio italiano, lasciando un ricordo indelebile non solo per i tifosi napoletani ma anche per i veri appassionati di questo sport. Dopo un percorso di crescita graduale e il primo, incredibile Scudetto del 1987 si sono schiuse le porte dell’Impossibile, e continuare a sognare (e a vincere) a quel punto era diventato legittimo. E allora, giusto per arrotondare, nel 1987 è arrivata anche la Coppa Italia, per una formidabile doppietta che poche altre squadre possono vantare. Poi, due secondi posti consecutivi (quello, contestato, della stagione 87/88, con il titolo sfumato sul filo di lana a causa della rimonta del Milan di Sacchi, e quello dell’anno successivo, a distanza siderale dall’irraggiungibile ”Inter dei record” di Trapattoni), la storica vittoria in Coppa UEFA del 1989 – primo e unico alloro internazionale del Napoli – e, finalmente, nella stagione che sarebbe culminata nel Mondiale di Italia ’90, la ripetizione del miracolo di “San Gennarmando” (così come era stato simpaticamente ribattezzato Diego dai tifosi, in una funambolica mescolanza di sacro e profano): lo Scudetto 1989/90.

E dire che la stagione non era cominciata sotto i migliori auspici, anzi. Pur se protagonista di una buona partenza in campionato (tre vittorie e un pareggio nelle prime quattro partite), il Napoli era alle prese con la spinosa “questione Maradona”, che si trascinava dall’estate precedente in un estenuante tira e molla che aveva fatto temere più vole il peggio, cioè la rottura definitiva. Tutto era iniziato dopo la conquista della Coppa Uefa: Maradona, logorato dallo stress del calcio italiano e alle prese con seri problemi personali (che sarebbero venuti fuori solo in seguito), aveva chiesto al presidente Ferlaino di essere ceduto, magari in Francia, destinazione Olympique Marsiglia, per poter condurre una vita più tranquilla e terminare la carriera in un campionato meno usurante. Di fronte al deciso rifiuto del presidente era cominciato un braccio di ferro tra il Napoli e Diego, con quest’ultimo deciso a non tornare più in Italia, a dispetto del contratto che lo legava alla Società partenopea fino al 1993. Questa situazione di stallo, più volte sul punto di degenerare (con la Società pronta a ricorrere alle vie legali a causa delle inadempienze contrattuali del giocatore, e i tifosi in subbuglio), alla fine aveva portato Maradona a cedere e a ripresentarsi in Italia, sia pure in clamoroso ritardo, a campionato già abbondantemente iniziato. Tutti gli interrogativi sul suo rientro (quando sarebbe avvenuto? come sarebbe stato accolto dai compagni, dall’allenatore, dai tifosi? in che condizione atletica si sarebbe ripresentato?) avrebbero trovato una risposta il 17 settembre 1989, giorno della quinta giornata di campionato, Napoli-Fiorentina.

Partito dalla panchina con un’inedita maglia numero “16”, dopo essere stato accolto dal suo pubblico col calore di sempre Diego entra a inizio ripresa, chiamato dal tecnico Albertino Bigon a una vera e propria impresa: il Napoli è infatti sotto per 2-0, punito da una doppietta del giovane Roberto Baggio (un eccezionale slalom in solitaria e un rigore di precisione). Dopo appena un paio di minuti a Diego capita l’occasione giusta per dire al suo pubblico – citando Massimo Troisi – “SCUSATE IL RITARDO”: un calcio di rigore. Ma tirare così, a freddo, si rivela un errore, e Diego calcia debolmente tra le braccia del portiere viola Landucci. Superato il momento di sconforto il Napoli ha una reazione veemente, e a pochi minuti dalla fine, dopo il pari firmato da Careca, Maradona pennella un cross per la testa di Giancarlo Corradini, che insacca il gol della vittoria: 3-2. Questa partita – ennesima conferma di quanto la presenza di Maradona fosse indispensabile in campo – rappresenta senza dubbio una svolta nel campionato 1989/90, ed è il primo dei due momenti-chiave nella stagione del Napoli.

Sulle ali dell’entusiasmo per aver ritrovato il proprio Capitano, il Napoli marcia spedito verso il platonico titolo d’inverno, dopo aver messo in riga entrambe le milanesi nel mese di ottobre (prima il Milan, con un perentorio 3-0, poi l’Inter, con un netto 2-0: due vittorie impreziosite dalla firma di Maradona) e pareggiato con le altre grandi Juventus, Roma e Sampdoria. La prima sconfitta arriva solo all’ultima giornata del girone d’andata, 3-0 a Roma contro la Lazio, ma sembra un semplice incidente di percorso, dovuto forse al rilassamento post natalizio…

Invece, nel girone di ritorno la squadra accusa un vistoso calo e il Milan ne approfitta per rifarsi sotto. Alla ventiquattresima giornata, restituendo a San Siro il 3-0 subito all’andata, i rossoneri agganciano il Napoli, e due turni dopo, approfittando del nuovo tonfo dei partenopei a Milano (3-1 per l’Inter), avviene addirittura il sorpasso: il Napoli rivede i fantasmi della stagione 1987/88. Ma gli azzurri si riprendono prontamente e rimangono in scia, raggiungendo nuovamente il Milan alla trentunesima giornata: è l’8 aprile 1990, giorno del secondo momento-chiave del campionato. Il Milan pareggia 0-0 a Bologna, e anche il Napoli ottiene lo stesso risultato a Bergamo contro l’Atalanta. Il punteggio, però, è condizionato da un episodio: al settantanovesimo minuto il centrocampista brasiliano del Napoli Alemao è infatti costretto a uscire per infortunio, dopo aver subito un colpo alla testa causato dal lancio di una monetina dagli spalti. Sulla base del referto dell’arbitro Luigi Agnolin, il Napoli sporge reclamo e ottiene la vittoria per 2-0 a tavolino, agguantando così il Milan: la partita passerà alla storia come quella della “monetina di Alemao”. L’Italia, come sempre, si divide in due fazioni: chi ritiene sacrosanta la decisione di assegnare la vittoria al Napoli e chi, invece, vede nella vicenda un piano per favorire gli azzurri. Ma è giusto ricordare che anche lo 0-0 di Bologna-Milan è stato viziato da un episodio altrettanto – se non più – discutibile: un “gol fantasma” del bolognese Marronaro, reclamato invano dai rossoblu e non visto dall’arbitro Lanese; un gol che la moviola televisiva dimostrerà poi essere netto.

Misteri e polemiche a parte, a tre giornate dal termine le due squadre sono alla pari in testa alla classifica e si fa perciò sempre più concreta l’ipotesi-spareggio: sarebbe la seconda volta nella storia della Serie A, dopo quello disputato nel 1964 tra Bologna e Inter e vinto per 2-0 dai Felsinei. Ma al penultimo turno di campionato, mentre il Napoli passeggia a Bologna vincendo per 4-2 con una gara sontuosa, il Milan incappa, come già nel 1973, nella “fatal Verona” perdendo, oltre alla partita (2-1), anche la testa: i rossoneri finiscono infatti la gara in 8, dopo le espulsioni di Rijkaard, Van Basten e Costacurta, oltre che dell’allenatore Sacchi. Un nuovo mare di proteste e accuse, ma il dato di fatto è che il Napoli si è praticamente cucito sul petto il secondo Scudetto.

Arriviamo così al “nostro” 29 aprile 1990, ultima giornata di campionato. Il San Paolo è pronto per la festa-bis; tra il Napoli e lo scudetto c’è soltanto la Lazio. Nonostante i biancazzurri non abbiano più molto da chiedere alla stagione, in campo è partita vera, ma il Napoli trova subito il gol con un colpo di testa di Marco Baroni al settimo minuto del primo tempo, e il punteggio non cambierà più. Gli azzurri tornano così a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro della Serie A a soli tre anni di distanza dalla prima volta, e un’intera città è di nuovo in delirio per la gioia.

Ma se il primo Scudetto aveva assunto per vari motivi (Società in via di consolidamento e senza alcuna esperienza di vittorie, rosa competitiva ma, Maradona a parte, ancora inferiore a quella di altre squadre…) i connotati dell’impresa miracolosa, e potremmo perciò definirlo come lo Scudetto “dell’entusiasmo giovanile e dell’incoscienza”, qui il discorso è diverso: il Napoli campione d’Italia 1990 è ormai una Società strutturata per vincere e perfettamente consapevole della propria forza. Attorno alla figura leggendaria di Maradona, oltre ai gloriosi “reduci” del 1987 (giocatori del calibro di Ciro Ferrara, “Rambo” De Napoli e Andrea Carnevale), ruotano campioni veri come i brasiliani Careca e Alemao, l’esperto Mauro, il portiere Giuliani e il giovane prodigio Zola, senza dimenticare gregari di lusso come Crippa, Francini, Corradini, Fusi – che l’anno successivo vincerà un altro scudetto “impossibile” con la Sampdoria – e lo stesso Baroni. Lo Scudetto del 1990 è, quindi, quello “della piena maturità”, e costituisce l’apice del ciclo partenopeo, ma anche la sua fine: a parte il colpo di coda dell’altisonante successo in Supercoppa (5-1 alla Juventus) ottenuto pochi mesi più tardi, resterà per un bel pezzo l’ultimo successo del Napoli, che dovrà attendere quasi 22 anni per alzare nuovamente un trofeo (la Coppa Italia 2012, primo titolo della gestione De Laurentiis). E sarà anche l’ultima vera gioia calcistica per Maradona, atteso dall’atroce delusione di Italia ’90 e dal successivo declino, cominciato con la “fuga” dall’Italia dopo la squalifica per doping: una caduta senza rete, interrotta solamente per un attimo dall’illusorio lampo accecante a USA ’94 (il gol alla Grecia).

Fortunatamente rimangono i luccicanti ricordi di un periodo straordinario e irripetibile non solo per i protagonisti di questo anniversario, ma anche per l’intero movimento calcistico italiano: lontano dalla triste monotonia odierna e da un calcio sempre più freddo e asettico, dove la logica del profitto ha definitivamente prevalso sugli aspetti sportivi, la Serie A degli anni Ottanta e Novanta era davvero il campionato più bello del mondo, aveva una dimensione ancora umana e sapeva perciò regalare emozioni autentiche. Oltre a ciò, era un campionato “democratico”, dove tutti (o quasi) potevano vincere, e basta scorrere l’albo d’oro per farsene un’idea: nello spazio di meno di dieci anni (dal 1983 al 1991), accanto ai nomi delle “solite note” Juventus, Inter e Milan troviamo infatti Roma, Verona, Napoli e Sampdoria… Tutto un altro mondo, insomma, un mondo equilibrato, aperto alle sorprese e all’incertezza, un mondo che non sembra neppure possa essere esistito veramente, vedendo la situazione attuale.

Quello tra il Napoli e Maradona è stato un vero e proprio matrimonio scritto in cielo: l’incontro giusto al momento giusto. Dopo il mezzo fiasco dell’esperienza barcellonese, l’ambiente napoletano si è rivelato perfetto per il rilancio di Diego come calciatore numero uno al mondo. A Napoli il “Pibe de Oro” ha trovato la casa ideale per la sua indole ribelle e fantasiosa, a Napoli ha trovato calore e colori, entusiasmo e passione. La città lo ha amato incondizionatamente e lui, “figlio adottivo” prediletto, ha saputo ricambiare, dispensando arte e sogni senza risparmiarsi. Ma il troppo amore, alla lunga, può essere soffocante, ed è probabilmente per questo che il rapporto si è pian piano indebolito, fino a interrompersi.

Senza entrare nel merito delle enormi valenze sociologiche attribuite a quel ciclo di vittorie (riscatto morale e sociale dei napoletani nei confronti del resto d’Italia, rivincita del Sud sul Nord…), a livello squisitamente sportivo l’epopea del Napoli di Maradona, per le modalità e le condizioni in cui si è manifestata, ha i contorni di una storia epica, poetica e romantica, se non magica. Una magia che nemmeno il brusco e amaro epilogo della vicenda ha potuto ridimensionare, anzi: come lo stesso Diego ha giustamente affermato nel corso di un’intervista rilasciata a Gianni Minà, le imprese del suo Napoli diventano sempre più grandi man mano che passa il tempo, in attesa che altri riescano a ripeterle…

Francesco Vignaroli

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