UN’ESPERIENZA “DOPPIA”: SE RESPIRA EN EL JARDIN COME EN UN BOSQUE DI EL CONDE DE TORREFIEL A SANTARCANGELO 2020

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Quando Howard Becker ne “I mondi dell’arte” formulava la cosiddetta teoria della “natura collettiva della produzione artistica” secondo la quale il significato di un’opera d’arte (sia essa un manufatto o uno spettacolo teatrale) è prodotto dal fruitore, oltre che dall’artista, non dico abbia pensato ma sicuramente mai avrebbe potuto immaginare che la sua tesi trovasse una certa corrispondenza con l’ultimo spettacolo di El Conde de Torrefiel, “Se respira en el jardin come en un bosque”. Qui, in questo spettacolo, il significato e l’azione sono creati direttamente dallo spettatore che è sia artista che fruitore dello spettacolo.
Come in un viaggio dentro sé stessi, all’esterno del Lavatoio Comunale – location scelta per la rappresentazione – lo spettatore viene fornito di un paio di cuffie dalle quali fuoriesce la suadente e rassicurante voce di Tanya Beyeler che lo accompagna in tutta la durata del viaggio/spettacolo: si entra nel teatro, dietro le quinte, prima della rappresentazione. In questo momento lo spettatore incarna la parte dell’artista: la guida vocale ci conduce sul palcoscenico e ci indica i movimenti e le azioni da compiere. Lo spettacolo prende man mano forma e il fruitore è il protagonista/artista. La cosa eccezionale però è che nel pubblico c’è qualcuno che ci guarda e ci applaude: è il fruitore (lo spettatore) che poco prima – in un gioco di scambio di ruoli – ha sostenuto/interpretato la parte dell’artista.
Trenta minuti totali di spettacolo: la prima metà si è artista, nella seconda spettatore. Uno spettacolo che all’apparenza non ha né attori né pubblico: in realtà siamo noi che sosteniamo entrambi i ruoli, vivendo due anime diverse. La drammaturgia di El Conde de Torrefiel, compagnia nata nel 2010 a Barcellona, su testo di Pablo Gisbert, è stata costruita in modo tale da creare un’esperienza dalla quale possa emergere una riflessione sulla comprensione della realtà, sulla capacità di costruirla, come accade in teatro, e sul piacere di restare in silenzio, in osservazione. Lo spettacolo, quindi, ti proietta verso una doppia azione, propria del teatro: il “creare” e l’ “osservare”.
All’uscita del Lavatoio, ancora con le cuffie, ci si lascia ancora per un po’ accompagnare dalla nostra guida che si congeda in un modo particolare: stimolando in noi l’immaginazione, osservando il paesaggio intorno che man mano si è creato e modellato fino a diventare quello che vediamo. Perché, in fin dei conti, il teatro è anche questo: immaginazione.

Francesco Pace

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