LO SCRIVANO DI CESARE, IL NUOVO ROMANZO DI SERGIO DE SANTIS

Ci sono vari modi per la narrazione storica. La storia può assumere la forma del “vissuto interiore” ed essere quindi rielaborata come “flusso di coscienza” in cui l’Io Narrante si fonde nel racconto

tra esperienza vissuta e percezione intima come un riflesso dell’anima. È questo ad esempio il meccanismo narrativo de La morte di Virgilio  di Hermann Broch: in questo caso il Narratore ci permette di penetrare nella mente del protagonista, il grande poeta, e ascoltarne i riverberi e gli echi, paure e angosce, il senso della vita che svanisce e che presenta il conto a colui che si sente sulla via del tramonto come un inutile indoratore di pillole, lustrascarpe del potere.

Nel capolavoro di Broch l’Io Narrante è esterno ma poi si trasforma per magia del racconto in un alter ego di Virgilio che conduce Virgilio stesso ad abbracciare il lettore, così creando una nuova unità di chi narra, chi è narrato e il destinatario della narrazione: il lettore in primis diventa Virgilio, un po’ come Dante crea una sostanziale unità col suo Vate, dove va uno con la mente e lo spirito va anche l’altro.

Vi è poi un differente metodo che è quello della testimonianza: l’Io Narrante è il protagonista e parla di se stesso per lasciare una traccia e fornire la propria  versione più obiettiva possibile della Storia,  a futura memoria, svelandone retroscena, ambiguità, ipocrisie e sotterfugi.  Sergio De Santis opta prevalentemente per questo sentiero nel suo nuovo romanzo Lo scrivano di Cesare (Mondadori).  Scartando la “terza persona”, De Santis, che pure è docente di storia e filosofia, evita abilmente il tono didattico della narrazione storica e scava piuttosto in essa per enucleare un personaggio apparentemente secondario, che però  si leva dalla sabbia e dalla polvere del tempo per descrivere la quotidianità e le minute vicende umane di schiavi e legionari, servitori e plebei, patrizi e tribuni all’ombra di Cesare, il sole splendente della Roma trionfante sui popoli del Nordeuropa.

Il romanzo si apre infatti con una suggestiva immagine della flotta romana colta da una tempesta nel canale della Manica, la sofferenza dei legionari usi a combattere coi piedi ben saldi a terra, ora è stremata dalla nausea e dal freddo. L’incipit è segnato da una frase memorabile scandita dal protagonista, appunto Lo scrivano di Cesare: 

I legionari non amano le navi, preferiscono il solido terreno sotto i piedi, piuttosto delle tavole traballanti fra le onde.

Ma l’incipit preannuncia che l’aria britannica non è congeniale ai piani trionfali di Cesare, infatti:

Ieri, dopo giorni di mareggiata, con una luna tanto bella da incantare le onde, a Cesare è parsa la notte giusta per salpare. Troppe battaglie inconcludenti, era stanco della Britannia.

 E ancora:

Nel buio aveva voluto cominciare quest’impresa e nel buio l’ha voluta finire.

Come dicevo l’Io Narrante è il primo scrivano di Cesare, Aristocle, un greco allevato da giovane schiavo in una famiglia patrizia che gli concesse anche una formazione, notando le sue doti intellettive, grazie ad un Maestro anch’egli di origine greca, il che poi lo portò all’emancipazione da liberto e ad una precoce carriera appunto al seguito di Cesare.

La narrazione parte dal rientro precipitoso delle legioni romane dalla semifallita conquista dell’isola britannica da parte di Cesare che però ha una dote suprema, oltre l’abilità di stratega: la capacità di far passare una sconfitta per vittoria, di autoincensarsi e proclamarsi invincibile al di là degli effettivi risultati delle sue campagne di conquista. Aristocle descrive allora minuziosamente il meccanismo di questa apologia di Cesare, che poi nel romanzo di De Santis come nell’opera di Hermann Broch, si delinea sullo stesso piano del rapporto tra intellettuale e potere. Qui Cesare esercita una forza occulta nell’animo dei suoi legionari, decuplicandone la capacità di sofferenza, di abnegazione e  spirito di sacrificio.

Al contempo Aristocle descrive le umane debolezze del grande personaggio che sono pari alle sue qualità: gelosie, rabbie, rancori, ebbene sì anche lui dominato da passioni e umori, nonostante lo si ponga sul piedistallo del semidio.

Ad un certo punto Cesare si accorge della capacità di questo suo solerte scrivano che lo segue ovunque raccogliendo con estrema precisione e chiarezza le parole dettategli a futura memoria. Non voglio azzardare un paragone, poiché trattasi di argomenti assai distanti tra loro, ma in questo contesto ci sarebbe un romanzo di Umberto Eco, Numero zero,  in cui pure vengono messi in luce i meccanismi della persuasione occulta, della propaganda. È pur vero che nel caso di Eco si tratta di un quotidiano politico dei nostri giorni, mentre Aristocle è alle prese con tavolette di cera e papiri di antica data, ma mi pare che la dinamica della costruzione del mito attraverso la falsa narrazione sia in qualche misura parallela.  Solo grazie ad una grande narrazione e con l’abilità di un eccelso “scrivano” il Potere può autocelebrarsi e insinuarsi nelle coscienze, fino a dominarle.

Sappiamo del resto come dittature e tirannie, ma anche centri di potere lobbistici, usino gli “scrivani” moderni, i giornalisti ad esempio e gli intellettuali sempre più disponibili a barattare la libertà per una poltrona, per edulcorare, plasmare, influenzare e pilotare opinioni e passioni politiche.

Il romanzo dunque assume  l’impianto assai attuale di una “confessione”, una “camera caritatis” di un intellettuale che deve piegarsi alla propaganda di regime, ma che dentro di sé mantiene una distanza siderale tra ciò che è costretto a scrivere sotto dettatura e ciò che pensa veramente.

Ecco penso che in questo caso non sia impossibile, anche se difficile per diversità di stili e riferimenti, considerare La morte di Virgilio  di Hermann Broch, Numero zero  di Umberto Eco e Lo scrivano di Cesare di Sergio De Santis esemplari di una tematica sempre attuale, il rapporto appunto tra intellettuali e potere, di cui anche un’opera di Heirich Böll,  Le opinioni di un clown, può considerarsi espressione.

Enrico Bernard

Sergio De Santis
LO SCRIVANO DI CESARE,
Mondadori, pp. 210, 18.00 Euro
Ci sono vari modi per la narrazione storica. La storia può assumere la forma del “vissuto interiore” ed essere quindi rielaborata come “flusso di coscienza” in cui l’Io Narrante si fonde nel racconto tra esperienza vissuta e percezione intima come un riflesso dell’anima. È questo ad esempio il meccanismo narrativo de La morte di Virgilio  di Hermann Broch: in questo caso il Narratore ci permette di penetrare nella mente del protagonista, il grande poeta, e ascoltarne i riverberi e gli echi, paure e angosce, il senso della vita che svanisce e che presenta il conto a colui che si sente…

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