THE LAST DUEL, IL SOGGETTIVO CHE RILEGGE LA STORIA

Prima The Last Duel, poi (a dicembre) House of Gucci. Insomma, in 3 mesi ci facciamo una bella abbuffata di Ridley Scott. Sicuramente non si può che gioire se il regista di Blade Runner e di Alien (per citarne due a caso) ingombri con le sue opere le sale cinematografiche e ci faccia privilegio di cotanta necessaria bellezza.

The Last Duel racconta un evento storico reale, la vicenda che ha visto coinvolti nella Francia di fine ‘300 Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver), scudieri del “re folle”, che si sfidarono in un duello all’ultimo sangue: un duello giudiziario per stabilire chi avesse ragione, a chi appartenesse la verità sul racconto dell’abuso subito da Marguerite de Thibouville, la bellissima sposa di de Carrouges. La matrice storica dell’opera viene sottolineata fin da subito attraverso precise didascalie che recano luoghi e date. Ridley Scott da un campo lunghissimo fa precipitare la macchina da presa dentro la Storia, senza titoli di testa, tra fango e uomini; spinge lo spettatore a respirare fumi e odori, e sentire l’umidità, a calpestare terreni limosi, ad attraversare atmosfere di battaglie, spade, scudi e sangue, a vedere una Notre Dame in costruzione. The Last Duel è solo una pagina di questo libro infinito ed eterno, ma una pagina che Scott ci fa toccare e percepire attraverso tutti i sensi. E che ci mostra adottando tre punti di vista diversi: quello dei due uomini, e quello di Marguerite. Ascoltiamo il racconto della vicenda per tre volte nell’arco della durata del film: sono le tre verità dei tre protagonisti, il loro porsi di fronte ai fatti con il loro modo di essere.

Al netto di perplessità che mi sorgono nel valutare la scelta, alquanto discutibile, dell’autore nel rimarcare come la vera verità delle tre arrivi solo nell’ultima parte, quando “leggiamo” la vicenda attraverso il punto di vista di Marguerite, annullando così il senso delle prime due parti “maschili”, e inficiando anche il senso che sta alla base dell’approccio narrativo a punti di vista multipli: perché mi proponi tre verità, quando tu hai già scelto per me quale sia la verità? Perché scegliere, curiosamente e provocatoriamente, il soggettivo per rileggere la Storia, se poi privarlo della sua ragione d’essere e della sua forza decostruttiva e costruttiva, tornando senza sfumatura alcuna ad un oggettivo palesato? È proprio nella scena chiave del film, dell’abuso subito da Marguerite, che il senso dei punti di vista e della soggettività emerge con chiarezza e precisione, esaltando l’intuizione di questa scelta di approccio: una scena girata con attenzione ai dettagli, alle sfumature che lo spettatore nota e sulle quali si interroga, attraverso una lettura e poi una rilettura più psicologica che fattuale, più sottile che plateale, più nascosta negli sguardi, nei movimenti, nei silenzi. Una scena che non avrebbe diradato la nebbia dei dubbi, né tantomeno confermato un giudizio piuttosto che un altro, ma che con quella didascalia buttata là, inequivocabile, ad inizio del terzo atto, sicuramente perde di importanza, di impatto, di senso appunto. Comunque dicevo, al netto di questo, l’opera di Ridley Scott è potente, impressionante, e bellissima.

The Last Duel è un film che cresce, soprattutto nell’ultima parte, quando “ascoltiamo” il racconto di Marguerite, perché è lì che collimano non solo dal punto di vista narrativo, ma anche tematico, i significati di questa pagina di Storia che Scott ci ha voluto mostrare. Il film sale di potenza, anche registica, l’ultimo duello è qualcosa di spettacolare; ma come lo sono anche i primi e primissimi piani di Jodie Comer, che riempiono l’inquadratura e invadono la sfera emotiva e la coscienza dello spettatore. Sale anche per potenza di messaggio, di quello che sottintendono le immagini, una potenza che da maschile si fa femminile, anche in mezzo ad un duello crudo e cruento, muscoloso e rabbioso, perché lo fa nella dignità di una lacrima, nella fermezza morale di una scelta. Marguerite è una donna libera che parla, da un tempo lontanissimo, a tutte le donne di oggi.

La storia di The Last Duel, ambientata nel 1300, sembra parlare del presente. Non solo per la riflessione sul femminile, ma perché Ridley Scott ragiona sul potere e l’ambiguità delle immagini: basta un controcampo per mostrarti una verità differente o nascosta, che non conoscevi, che pensavi non fosse possibile o plausibile. Basta un’inquadratura diversa, più larga o più stretta, basta un taglio di montaggio, basta un dettaglio mostrato in un modo piuttosto che in un altro, per incrinare certezze e alimentare dubbi. Il film parla, sottotraccia, del potere dei media e delle immagini nel veicolare verità, racconti storici, messaggi. E lo fa con le immagini, con il Cinema, senza didascalie inutili.

Simone Santi Amantini

Prima The Last Duel, poi (a dicembre) House of Gucci. Insomma, in 3 mesi ci facciamo una bella abbuffata di Ridley Scott. Sicuramente non si può che gioire se il regista di Blade Runner e di Alien (per citarne due a caso) ingombri con le sue opere le sale cinematografiche e ci faccia privilegio di cotanta necessaria bellezza. The Last Duel racconta un evento storico reale, la vicenda che ha visto coinvolti nella Francia di fine ‘300 Jean de Carrouges (Matt Damon) e Jacques Le Gris (Adam Driver), scudieri del “re folle”, che si sfidarono in un duello all’ultimo sangue:…

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