Diego e noi

È già passato un anno dalla scomparsa di Maradona, avvenuta il 25 novembre 2020. Si è trattato di un evento epocale, e non solo per gli amanti del calcio, visto l’impatto – che lo si voglia ammettere o meno – della sua figura nella cultura popolare del XX secolo. Lo abbiamo pianto in tanti – chi simbolicamente, chi letteralmente – e, piangendo lui, abbiamo pianto un po’ anche per noi stessi, come sempre accade quando affrontiamo la scomparsa di qualcuno che ci è caro. Abbiamo pianto per il ricordo di un tempo che non tornerà più, abbiamo pianto per aver ricevuto l’ennesima riprova dell’esistenza della morte come fatto naturale e ineluttabile, come elemento inscindibile dalla vita. Abbiamo pianto per la consapevolezza di aver perso qualcosa per sempre, per l’amara constatazione della chiusura di un ciclo collettivo, ma anche individuale. Abbiamo pianto ripensando alla bellezza e alle emozioni che Diego ha dispensato senza mai risparmiarsi, rendendoci partecipi sia della sua Arte che della sua esistenza. Per questo, pur non conoscendolo personalmente, gli abbiamo voluto bene. La sua vita è stata un film lungo sessant’anni, un’opera dalla sceneggiatura a dir poco movimentata, ricca di colpi di scena, ascese, cadute, resurrezioni, grandi trionfi e grandi sconfitte. Una sceneggiatura appassionante e inimitabile, che però, purtroppo, non prevedeva un lieto fine.

Se nella vita quotidiana il Maradona uomo ha mostrato tutte le sue fragilità, i suoi difetti, i suoi “peccati”, il Maradona calciatore ha invece dimostrato sul campo di essere il più forte di tutti, il più forte di sempre, per il passato, il presente e anche il futuro. Non è una questione legata al “quanto” (cioè del palmares personale, molto meno ricco di quello di tanti calciatori “normali”), ma al “come”: Maradona è stato l’uomo dell’impossibile, ha vinto dove non si era mai vinto prima, ha realizzato imprese sportive che nessun altro avrebbe potuto nemmeno immaginare, contagiando i suoi vari compagni d’avventura con la sua grandezza, con il suo carisma, con la sua magia. A Pelé, atleta dalla carriera lunga ed esemplare, il campione di tutto, quello dei 3 Mondiali e degli oltre 1000 gol segnati, si può riconoscere il titolo di “numero 1 del calcio”. Bene, giusto. Ma per Maradona, come disse Lucio Battisti a proposito di sé stesso nella sua ultima intervista, ”BISOGNA INVENTARE UN POSTO PIU’ PRIMA DEL PRIMO”. O, meglio ancora, si può, anzi, si deve collocare Diego “oltre”, cioè non al di sopra, bensì al di là delle cose umane. “DA QUALE PIANETA PROVIENI?”, si chiedeva il telecronista Victor Hugo Morales dopo aver assistito, estasiato e incredulo, al “gol del secolo” il 22 giugno 1986. Forse è proprio la domanda giusta per capire quale posto spetti a Diego nella storia del calcio. Un posto talmente speciale da rifuggire ogni banale classifica. Una dimensione “altra” che, in qualità di suoi contemporanei, abbiamo avuto il privilegio di poter ammirare, pur consapevoli di non poterne far parte.

Da piccoli ci sentiamo tutti un po’ “speciali”. Poi, cammin facendo, ci pensa la vita a toglierci questa illusione, fornendoci abbondanti prove quotidiane della nostra “normalità”, spesso in modo impietoso. Tra i tanti motivi che mi hanno portato a capire di non essere una persona speciale, ne posso individuare uno molto facilmente: non ho mai incontrato Maradona.

Francesco Vignaroli

È già passato un anno dalla scomparsa di Maradona, avvenuta il 25 novembre 2020. Si è trattato di un evento epocale, e non solo per gli amanti del calcio, visto l’impatto – che lo si voglia ammettere o meno - della sua figura nella cultura popolare del XX secolo. Lo abbiamo pianto in tanti – chi simbolicamente, chi letteralmente – e, piangendo lui, abbiamo pianto un po’ anche per noi stessi, come sempre accade quando affrontiamo la scomparsa di qualcuno che ci è caro. Abbiamo pianto per il ricordo di un tempo che non tornerà più, abbiamo pianto per aver…

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