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IL TEATRO DELLA PAROLA PER RICORDARE IL TERREMOTO DELLE MARCHE. LA BRUTTA AVVENTURA VISSUTA DA A. FILOTEI RACCONTATA CON UMORISMO IN “9 H SOTTO CASA”

Data:

Dal 23 al 28 novembre 2021 al Teatro de’ Servi di Roma

Chi non ha mai visto la morte da vicino sentendo muoversi la terra sotto i piedi ed osservando oscillare i lampadari di casa o dell’ufficio? C’è chi lo può narrare per esorcizzare il trauma avvertito in sè e ritrovare la calma della serenità interiore, pur provando il dolore per la perdita dei propri parenti ed amici, chi al contrario è stato travolto dal sisma imprevedibile e letale per la sua rapidità di distruzione degli immobili. Si potrebbe parlare di “ Sommersi e salvati” come il libro di Primo Levi per i “Lager” nazisti con l’unica distinzione che lì c’era la responsabilità umana proditoria che desiderava selezionare la razza, qui invece il tutto è dovuto all’assestamento della crosta terrestre per cui il terremoto può essere ondulatorio o sussultorio. Nella Sabina e nelle Marche avvenne nella notte del 24 Agosto del 2016 ed i crolli, le macerie, sono ancora evidenti in quanto la ricostruzione è lenta e non è arrivata nemmeno alla metà, nonostante gli sforzi del commissario “Ad acta” Legnini. Qualcuno ha avuto la possibilità di testimoniare sulle responsabilità civili nel primo grado di giudizio davanti al Tribunale di Rieti, che s’è concluso con assoluzioni o lievi condanne, mentre altri rammentano la sciagurata disgrazia com uno sfortunato episodio della loro vita, da cui fortunatamente sono usciti indenni. Una di queste persone è Alexandra Filotei che, rifacendosi al teatro della narrazione di Duccio Camerini, ci porta emotivamente a rivivere il dramma vissuto in quella fatidica notte durante il suo riposo nelle braccia di Morfeo. Si sentì un boato e si ritrovò improvvisamente sottoterra con la casa addosso, riflettendo sul fatto che il fratello aveva fatto in tempo a partire la mattina presto da Arquata del Tronto per San Benedetto con il suo bambino piccolo, rimanendo lei la malcapitata della situazione. Stava immobile sotto le rovine rannicchiata su se stessa, infatti differentemente dal celebre motivo di Raffaella Carrà non poteva muoversi e per non soffrire più, non morire soffocata, era disposta ad uccidersi, tuttavia in che modo era il vero problema del momento. Sarebbe finita come i deceduti sotto la casa universitaria dell’Aquila se non avesse avuto una forte fibra ed incredibile spirito, istinto, di sopravvivenza, tale che dopo 9 ore appunto la trovarono i soccorritori ancora in vita e, dopo una degenza in ospedale con la psicoterapia riabilitativa per superare il tremendo scioch subito, potè riprendersi e felice d’essersela cavata tornare a casa, dove va a farle visita un suo amico, incarnato dall’attore Stefano Viglianese che ha ideato con lei il testo storicamente datato ed ambientato nel Piceno, che è stato l’epicentro della scossa d’elevata entità nella scala Mercalli .Le porta in dono una piantina contenuta in un vaso simbolo della sua vita che sta rinascendo, come se fosse stata graziata ed una ballerina rispecchia con leggiadre movenze i suoi vari stati d’animo, che sono andati dal terrore alla gioia d’avercela fatta. Il pubblico s’è lasciato coinvolgere emotivamente nel racconto in “flash – back” espresso con distaccato sarcasmo, tuttavia con ancora tanta paura negli occhi e tracce psichiche desumibili dalla sua verbale dizione .Nello stile sobrio e pacato, talora ilare della storia sperimentata in prima persona, s’è percepito tutto il dramma umano provato con crescente pathos per la tragedia che stava per concretizzarsi spietatamente. La fibra femminile ancora giovane e la sua voglia di resistere e non soccombere hanno fatto il resto, assai improbo e di poche opportunità favorevoli in tali circostanze. “Historia docet”!

Giancarlo Lungarini

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