Maria Ludovica Franchini, professionalità al femminile

Idee chiare, serietà e professionalità. Temi spinosi sempre più attuali nella società di oggi. “Mi occupo di mondi apparentemente distanti tra loro: organizzazioni, individui e sport. In realtà tutti sono accomunati da un unico denominatore comune: la persona, il benessere, il bisogno di realizzazione, la capacità di conciliare ambizioni individuali e aspettative esterne”. Maria Ludovica Franchini lavora nell’ambito del counseling e della psicologia, è formatrice ed esperta di comunicazione, una figura capace di distinguersi sui social per aver sempre saputo unire la sua immagine ai suoi contenuti. Brava, bella, competenza, elegante. La dimostrazione che per giudicare una persona, occorre sempre capirla, leggerla, comprenderla. Ed è questo anche il suo lavoro: una continua valorizzazione nell’altro delle competenze e delle risorse individuali, al fine di aumentarne il senso di autoefficacia e di fiducia.

Riavvolgiamo il nastro e… presentati!

Mi chiamo Maria Ludovica Franchini, ho il nome delle mie due nonne, cosa che mi rende molto orgogliosa. In fondo, se siamo ciò che siamo, lo dobbiamo anche al nostro passato e alle nostre origini. Vivo a Torino e ho sempre viaggiato molto per lavoro, da nord a sud. Mi sono laureata nella mia città in Psicologia del lavoro e delle Organizzazioni e mi sono poi specializzata in seguito in Psicologia dello sport, a Milano. Sono esperta in Mindfulness Psicologia Positiva e gestione emotiva. Faccio parte dell’Osservatorio Violenza e Suicidio come responsabile dell’area lavoro.

Cosa ti ha affascinato dell’aspetto psicologico?

Ho sempre amato indagare la mente umana, al liceo amavo la filosofia; riflettere sulla vita e sulle dinamiche interpersonali mi affascina fin da ragazzina. Ho iniziato a studiare psicologia con l’idea di applicare strategie di supporto alla valorizzazione delle risorse e del potenziale, più che non alla cura delle disfunzioni. Lungo il mio percorso universitario, ho compreso ciò che volevo: aiutare a far crescere il genio che c’è in ciascuno, facilitarne lo sviluppo e la realizzazione. Ho la grande fortuna di poter fare questo, con le persone e con i gruppi, nel mondo del lavoro, nel mondo dello sport, nei momenti cruciali della vita. La psicologia dello sport, che nasce proprio dalla psicologia positiva e dalla psicologia applicata offre, infatti, molti strumenti pratici per affrontare temi presenti anche nel mondo del lavoro o nella vita personale di ciascuno: allenare il senso di autoefficacia, raggiungere gli obiettivi prefissarti, comunicare efficacemente e in modo strategico, fare squadra, migliorare la resilienza, reagire di fronte all’errore… è molto interessante trasportare le tecniche di allenamento mentale dallo sport alla vita.

Cosa ti ha dato la psicologia?

La psicologia mi ha dato molto. Mi ha dato grande consapevolezza e stimolato continua curiosità. Per me la psicologia è vita. Nel senso che avendo come oggetto di studio la mente umana, è intrinsecamente legata a ciascuno di noi, sia a livello introspettivo, sia per quanto riguarda le relazioni interpersonali. Sia nel mondo lavorativo, sia nel mondo dello sport, sia nella vita privata. Che riguardi aspetti umanistici, ma anche economici e giuridici. Ogni scelta che facciamo, anche di investimento finanziario, è sempre riconducibile ad una scelta emozionale, ogni valutazione è sempre dettata dai nostri schemi di riferimento e dai nostri costrutti mentali, ogni relazione che instauriamo è il risultato di preferenze che nascono e alimentiamo nella nostra mente. I pensieri che abbiamo, gli atteggiamenti e i comportamenti che agiamo, il modo in cui percepiamo gli stimoli, il dolore, il piacere, anche il modo in cui alcune malattie nascono ed evolvono sono il risultato del lavoro della nostra mente. Non possiamo prescindere dalla psicologia, e da noi stessi.

Un modo di intendere la vita che trasmetti anche dal punto di vista professionale, oltre che personale.

Sì, è vero, ai miei utenti cerco di trasmettere esattamente questo: quanto sia potente la loro mente, se usata in modo consapevole. La verità è che in un mondo come il nostro, caratterizzato da una forte asimmetria tra ciò che pensiamo di controllare e ciò che controlliamo realmente, il rischio è di commettere errori di valutazione, mancanze di giudizio, incappare in delusioni e aspettative inattese. La tendenza sistemica all’illusione di controllo, ci rende paradossalmente incapaci di controllare l’unica cosa che dipende interamente da noi: la nostra persona, le nostre scelte. Non possiamo controllare gli altri e le circostanze in cui ci troviamo ad agire, ma possiamo influenzarle indirettamente con i nostri atteggiamenti e i nostri comportamenti. Per questo abbiamo ogni giorno la possibilità nuova di regalare al mondo la migliore versione di noi. Un’opportunità che non possiamo sprecare.

Professionalmente, ti sei affermata ormai a livello nazionale.

Posso dire che ogni momento della mia esperienza professionale ha avuto forte rilevanza per me. Dalla primissima esperienza come neo laureata nella grande realtà del mondo FIAT, alla collaborazione con una catena di gioiellerie, come responsabile Retail, fino ad arrivare al mondo dello sport e ad occuparmi di benessere individuale. Ho avuto la fortuna di “imparare il mestiere”, facendo tanta gavetta, stando a contatto con interlocutori di rilievo e osservando molteplici dinamiche relazionali e metodi di lavoro. Ho collaborato per anni a stretto contatto con l’universo femminile e ho osservato che, se supportate, le donne sono capaci di realizzare successi inimmaginabili, rimanendo fedeli alla propria organizzazione, anche quando la situazione diventa difficile. Ho imparato che la spinta motivazionale e il senso di appartenenza sono gli unici elementi a fare davvero la differenza. Ho imparato che investire nelle Risorse Umane, nel coinvolgimento, nella partecipazione, nella condivisione, nel senso di responsabilità intesa come autonomia di decisioni, porta le persone a stare bene e a essere produttive.

Perché questo approccio può portare vantaggi in un contesto aziendale o imprenditoriale?

Perché investire sul benessere dei propri collaboratori significa garantirsi il raggiungimento degli obiettivi, dei target e quindi la salute della propria organizzazione.
Durante la pandemia ho osservato aziende superare se stesse, grazie all’impegno dei propri collaboratori e ne ho viste altre crollare rovinosamente perché ciascuno abbandonava la nave per realizzare in autonomia le proprie prestazioni. Nel primo caso, si tratta di aziende che hanno saputo fidelizzare nel tempo i propri uomini e le proprie donne; se ne sono presi cura quando le cose andavano bene, proteggendoli e supportandoli quando ne avevano bisogno. Nel secondo caso si tratta di aziende che hanno trascurato le proprie risorse umane, non le hanno aiutate nella loro difficoltà e hanno trasmesso un chiaro messaggio di indifferenza ed egoismo organizzativo. Le persone respirano la cultura in cui si trovano a operare e si adattano facilmente all’ambiente che viene loro proposto. Quindi re-agiscono di conseguenza. Se ci pensiamo, i comportamenti sono stati assolutamente coerenti e prevedibili. Peccato che alcune organizzazioni se ne accorgano troppo tardi.

Un errore che costa carissimo alla società attuale.

Decisamente sì, per questo oggi, attraverso le attività promosse dall’Osservatorio Violenza e Suicidio, la mia sfida più grande è proprio quella di diffondere la cultura del benessere, considerando che il benessere è uno: che non esiste il benessere individuale senza il benessere organizzativo e viceversa. Perché un’azienda sana è un’azienda composta da persone sane e perché il lavoro è parte integrante della nostra vita. Conciliare gli obiettivi individuali con gli obiettivi organizzativi, la realizzazione individuale con la realizzazione del team, questo significa per me aiutare persone e aziende a stare meglio. In tutto questo l’equilibrio mentale è l’obiettivo primario: da esso dipende il raggiungimento di qualunque traguardo.

Che rapporto hai con i social?

Lo definirei equilibrato. Ritengo che siano strumenti, potenzialmente buoni, funzionali, utili e allo stesso tempo anche rischiosi, pericolosi, negativi. Ciò che dà loro “colore”, senso, è il modo in cui vengono usati, quindi chi li utilizza. Non mi reputo una influencer, ma mi piace pensare, con molta umiltà, di poter condividere le mie riflessioni e il mio approccio alla vita, essendo di ispirazione per chi mi segue. Soprattutto se donne. Sapere che una donna possa trovare il coraggio di realizzare se stessa osservando la mia storia semplice e molto comune, è qualcosa che mi rende straordinariamente felice.

Quale immagine vuoi veicolare attraverso i social?

Vorrei comunicare un’immagine professionale e competente, senza rinunciare alla mia femminilità. Purtroppo è ancora forte il pregiudizio riguardo l’aspetto fisico, il look e l’apparenza. Quando una donna si presenta curata e attenta alla sua persona, viene prevalentemente considerata come un oggetto estetico di piacere e spesso mancano tatto e rispetto nell’approccio e nei commenti. Mi piacerebbe che tra le persone, nei social e nella vita, ci fosse più intelligenza emotiva, più capacità di mettersi nella testa degli altri. Più attenzione alla sostanza, pur apprezzando l’estetica. Non trovo giusto che la donna debba mortificarsi nell’aspetto per poter essere considerata per la propria competenza. Nel rispetto della decenza, del decoro e del contesto, credo sia legittimo che una donna possa indossare gonna e scarpe col tacco, ed essere ascoltata per ciò che ha da dire, piuttosto che solo guardata per ciò che appare.

Che donna sei nella vita offline?

Oggi, a 47 anni, mi ritengo una donna, realizzata ma ancora in fermento, perché continuo ad alimentare interessi e passioni. Ho imparato a “lasciar andare” ciò che è tossico e ho raggiunto un buon livello di consapevolezza. Sono una donna che si vuole bene e si prende cura di sé, a 360 gradi, e quindi anche nell’aspetto, perché il corpo riflette la mente. Quando una persona si trascura nell’aspetto, sta comunicando malessere interiore. Nello sport si parla di embodied cognition per spiegare come la mente abbia un corpo, ed entrambi, mente e corpo, siano intrinsecamente legati tra loro. Non possono prescindere l’uno dall’altro. Per questo pratico attività fisica e Mindfulness regolarmente e faccio in modo che ciò che vedo, dentro e fuori, mi piaccia. Anche quello che indosso mi rappresenta, e contribuisce a farmi stare bene. Nel quotidiano pondero il mio abbigliamento in funzione del contesto in cui opero, dell’attività che devo svolgere e degli interlocutori con cui mi interfaccio. Questo per me è sinonimo di coerenza. Anche l’abbigliamento parla di noi, per cui è importante trasmettere un messaggio in linea con l’obiettivo che ci siamo prefissati. Se devo avviare un percorso di Mindfulness mi presenterò con abbigliamento comodo e sportivo, se ho un meeting in un’azienda metalmeccanica sceglierò un look formale e semplice, se ho un appuntamento in una casa di moda potrò indossare un abito con il tacco.

Cosa ti differenzia dalle altre donne?

Tutto. Ciascuno di noi è unico e non può essere paragonato ad altri. Detesto le statistiche, le medie ponderate, i raggruppamenti o le contrapposizioni di genere. Io ho la mia personalissima storia, ho commesso i miei errori e ho raggiunto i miei traguardi; ho i miei punti di forza e le mie aree di miglioramento; le mie esperienze e i miei sogni, le mie priorità, le mie certezze e i mei dubbi. Nessun altro è come me. Perché ciascuno è un universo a se stante.

Dove ti vedi tra dieci anni?

Il progetto che mi sta più a cuore in questo momento e per il futuro, riguarda l’Osservatorio Violenza e Suicidio. Riuscire a far crescere l’area dedicata al mondo del lavoro: realizzare progetti di sensibilizzazione e divulgazione a livello nazionale, riguardo l’importanza strategica che ricopre la salvaguardia del benessere, la promozione di una cultura della salute, a tutti i livelli. Perché quando si parla di salute negli ambienti di lavoro, si pensa sempre e solo alla salute fisica; ma l’aspetto mentale è strategico, sicuramente determinante anche nell’attuazione delle procedure per il mantenimento della salute fisica. Una mente lucida, serena, è una mente capace di ponderare le azioni che compie, comprendendone le conseguenze. Una mente ansiosa, disfunzionale, patologica, stanca, esaurita, è una mente che, pur sapendo di dover agire in un certo modo, non ha la lucidità per farlo. Tra dieci anni, dunque, mi vedo qui, impegnata a portare avanti la mia missione, a regalare speranza e fiducia, a supportare chi è in difficoltà, a sviluppare consapevolezza nelle proprie risorse in chi crede di non essere mai abbastanza; circondata dal calore dei miei affetti più cari, che sono la mia ricarica energetica, nella casa che stiamo realizzando proprio ora con tanti sacrifici.

Luca Fina

 

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