INTERVISTA AD AGNESE FALLONGO. Con I Mezzalira – Panni sporchi fritti in casa, chiudo idealmente la mia trilogia degli ultimi

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Agnese Fallongo sta per debuttare a Roma, al Teatro Cometa off dal 15 al 27 febbraio, con il suo nuovo lavoro, I Mezzalira – Panni sporchi fritti in casa. Autrice ed attrice, insieme a lei in questa nuova avventura sul palcoscenico ci saranno Tiziano Caputo con cui forma ormai una coppia artistica di grande valore, e Adriano Evangelisti che aveva diretto entrambi in Letizia va alla guerra  – la suora, la sposa e la puttana. Il teatro di Agnese si è ritagliato un posto importante grazie alla particolarità delle rappresentazioni, sempre frutto di grande ricerca e documentazione e per il modo di mettere in scena poi le storie, anche drammatiche, coi toni lievi dei cantastorie, attenti all’essere umano prima ancora che alla narrazione. I risultati di ciò sono spettacoli acclamati dal pubblico che ormai segue Agnese e Tiziano sin dagli esordi nei piccoli e preziosi teatri off.

 

“Ho iniziato a scrivere un po’ per gioco e un po’ per amore, quando ho cominciato ad osservare le persone, ad ascoltarle, a frugare nelle loro storie più intime e personali” ci dice Agnese. “Essendo nata a Roma da padre toscano e madre sarda, ho sempre mostrato un particolare interesse per il concetto di terra, di origini e, di conseguenza, per il tema dell’identità. All’inizio appuntavo tutto nel mio taccuino, oppure registravo le interviste con un semplice dispositivo vocale. Nel tempo, però, mi sono resa conto di aver raccolto un materiale talmente cospicuo da spingermi a strutturare il lavoro in maniera più sistematica e, successivamente, a rivolgere la mia curiosità verso personaggi del tutto sconosciuti, distanti da me sia per vissuto che per età. Una cosa, però, iniziava a delinearsi in maniera sempre più nitida: il mio particolare interesse per le persone anziane, quelle nate nella prima metà del secolo scorso, per intenderci. D’altronde il passato ha sempre esercitato un grande fascino sulla mia persona. Se è vero che l’intensità del vissuto prescinde dall’età, è altrettanto vero che chi ha macinato tanta vita, nella maggior parte dei casi, ha tanto da dire e tanto da insegnare. Intervistare gli anziani – quelli che chiamo affettuosamente i nostri nonni, mi ha aperto una finestra sul presente molto più ricca e consapevole. Il mio lavoro drammaturgico, quindi, si è successivamente strutturato in questo modo”.

Agnese, i tuoi testi trasudano sempre di vita vera, di accurata ricerca antropologica. Immagino che anche quest’ultimo abbia queste caratteristiche.

Si, anche quest’ultimo testo è il frutto di un’accurata ricerca antropologica condotta attraverso la parte del lavoro che prediligo maggiormente: le interviste. Questa volta è stato particolarmente intenso dato che sono andata ad indagare nelle pieghe delle vite di persone a me molto vicine, dai miei familiari agli affetti più cari. Romanzando quindi dati reali, ha preso vita una vera e propria saga familiare dal sapore nostrano, che vuole esplorare il focolare domestico senza fronzoli, nella sua bellezza più ruvida e autentica, fatta di momenti di ilarità e d’affetto, ma anche di violenza fisica e verbale fra familiari, pronti ad aggredirsi e ad amarsi con la stessa intensità.

Dopo Letizia va alla guerra e Fino alle stelle, I MEZZALIRA – Panni sporchi fritti in casa conclude un’ideale trilogia?

Si, “I Mezzalira” conclude quella che mi piace chiamare la Trilogia degli Ultimi. Un’ode ai personaggi minori, alle persone comuni, a tutti i dimenticati dalle pagine dei libri di storia. È la normalità che mi interessa, quella stessa normalità capace di tradursi in unicità, per chi la sa osservare. A volte non serve andare troppo lontano per scovare dei racconti incredibili, esilaranti, commoventi. Il segreto? Non sottovalutare mai nessuno.

Con “Letizia va alla Guerra- la suora, la sposa e la puttana” l’intento era quello di raccontare le due guerre mondiali attraverso il punto di vista femminile, analizzando tre mondi di cui raramente si parla: le donne al fronte, gli orfanotrofi gestiti dalle suore e le case chiuse. La sfida era quella di restituirli in uno stile poetico umoristico mai patetico, sempre in bilico fra tragedia e commedia, come suggerisce anche l’ossimoro presente nel titolo.

“Fino alle Stelle! – scalata in musica lungo lo stivale” ricostruisce, invece, un divertente spaccato italico attraverso un viaggio per tutte le regioni, narrato attraverso gli occhi due cantastorie siciliani che sognano “La Merica” alla fine degli anni 50. Un tributo nostalgico al varietà in perfetto stile Polvere di Stelle rivisitato in maniera originale e frizzante, in una romantica commedia musicale. Ne I Mezzalira – Panni sporchi fritti in casa, testo che conclude l’ideale trilogia, il tema principale è la famiglia intesa come archetipo: il complesso delle persone di una stessa discendenza, legate dal vincolo del sangue e della tradizione. Un racconto tragicomico che, ai toni brillanti della commedia all’italiana, mescola le tinte fosche del giallo e del thriller e che invita lo spettatore a guardare attraverso il buco della serratura di una casa qualsiasi per rintracciare il proprio personalissimo passato, e ricostruire così la propria storia, la storia della propria famiglia… non sempre perfetta.

È molto curioso il titolo, partiamo da lì.

Il titolo I Mezzalira – panni sporchi fritti in casa nasce da un gioco linguistico che crea una fusione tra il celebre detto popolare “i panni sporchi si lavano in casa” e il concetto della frittura come simbolico spartiacque del rapporto più antico della storia: quello tra il servo e il padrone, tra chi produce l’olio e chi lo possiede, tra chi può friggere tutti i giorni e chi non può friggere mai.

Se è vero che la saggezza popolare insegna a mantenere celate le questioni familiari all’interno delle mura domestiche lontano da occhi indiscreti, è altrettanto vero che quelle mura non sempre bastano a contenere i segreti, i tabù e i non detti della famiglia Mezzalira, protagonista del racconto, che, proprio come l’olio delle olive che raccoglie, scivolerà in una spirale di infausti accadimenti che la indurranno, inevitabilmente, a scendere a patti col mondo esterno. Il tutto visto e raccontato da Giovanni Battista Mezzalira detto “Petrusino”, il più piccolo della famiglia che, una volta adulto, traccerà un vero e proprio arco della sua esistenza, in un caleidoscopio di ricordi che attraverseranno una vita intera, una vita fatta di luci, ombre e colpi di scena all’interno del medesimo focolare domestico. Petrusino sarà costretto a fare i conti con i fantasmi del passato per poter scendere a patti con il presente, scoprendo di non essere stato il solo a custodire un segreto. Infine la narrazione alternerà alla parola dei contrappunti sonori, realizzati in scena dagli attori stessi per restituire le atmosfere e creare suggestioni. Si ricorre, invece, alla musica, composta appositamente da Tiziano Caputo per lo spettacolo ed eseguita rigorosamente dal vivo, ogni qual volta le parole, non potendo reggere il peso del sentimento, debbano essere sublimate attraverso il canto. È un canto dell’anima, un canto di condivisione, un canto ancestrale di ritrovata connessione con la parte più profonda del nostro essere e con la terra d’appartenenza.

Con Tiziano Caputo ci avete entusiasmato, formando una coppia artistica che si è ritagliata uno spazio unico nel panorama teatrale italiano.  Le aspettative sono alte, le responsabilità crescono, come affrontate tutto questo?

Io, non ne faccio un segreto, mi reputo una persona ansiosa e sensibile all’ansia da prestazione. Ogni nuovo progetto per me è come un figlio che necessita di essere accudito per poter crescere sano e forte, pronto per affrontare le intemperie del mondo esterno. Ho sempre mille dubbi e mille ripensamenti su quale sia il percorso migliore da intraprendere, ma questo non mi ha mai impedito di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e di mettercela tutta per cercare il mio piccolo posticino in un panorama teatrale spesso ostico e, nella maggior parte dei casi, chiuso ai giovani artigiani della parola che tentano di emergere. Fortunatamente però, in questo cammino impervio, ho incontrato una famiglia artistica con la quale fare squadra e iniziare una vera e propria avventura lavorativa che si è ormai consolidata e che dura da cinque anni. Il teatro, per antonomasia, non si può fare da soli e gli incontri sono sostanziali per poter costruire e progettare. L’incontro artistico con Tiziano Caputo, attore, compositore e collega fenomenale, è stato il punto di partenza per la genesi di quella sinergia che ci ha permesso di creare, insieme ad Adriano Evangelisti e a Raffaele Latagliata, entrambi attori, registi e formatori, un vero e proprio collettivo artistico dove ognuno mette a servizio del gruppo le proprie competenze e la propria umanità. A noi piace fare il teatro come si faceva una volta, come gli artigiani a bottega, senza parlare troppo, ma lavorando sodo. Se non fosse stato per il loro sostegno e per il loro apporto creativo il duo Agnese&Tiziano non avrebbe avuto la stessa solidità e lo stesso percorso di crescita. Un sodalizio artistico che spero possa consolidarsi sempre più rinnovandosi continuamente, proprio come i grandi amori.

Debutterete in prima nazionale a Roma, al Teatro Cometa off. È prevista una tournée?

Purtroppo, con l’avvento della pandemia, è diventato sempre più complesso fare programmi a lungo termine, soprattutto in ambito teatrale. Sicuramente, dopo il debutto alla Cometa Off, saremo in scena anche il 4, 5 e 6 marzo al Teatro Tor Bella Monaca di Roma sempre con “I Mezzalira – Panni sporchi fritti in casa”, nell’attesa di costruire una vera e propria tournèe per la prossima stagione. Nel frattempo proseguono le repliche in tutta Italia degli altri due spettacoli.

Dagli esordi nei piccoli teatri che vi hanno lanciato siete arrivati a calcare le scene di prestigiosi palcoscenici. Quanto sono importanti le piccole realtà teatrali?

Le piccole realtà non sono solo importanti, sono fondamentali. Come ci insegnano gli anni 60 quasi tutti i più grandi artisti sono nati dalle cantine e uno spettacolo teatrale ha la stessa dignità sia che ci siano 10 spettatori sia che ce ne siano 2000. Anzi, molto spesso un ambiente raccolto permette di cogliere più sfumature e più dettagli dell’interpretazione dei singoli attori. Ammetto che replicare in grandi teatri ha il suo fascino e che una vetrina prestigiosa ha certamente la sua attrattiva, ma, per quel che mi riguarda, il teatro si può fare ovunque purché ci sia un pubblico e una buona storia da raccontare. Nel mio percorso formativo ho fatto anche teatro di strada e parecchia commedia dell’arte, esperienza che mi ha insegnato tantissimo. Catturare l’attenzione di chi non ha pagato per vederti è un’impresa titanica ed è lì che si forgia l’attore. Carlo Boso, il mio Maestro teatrale, diceva che in strada si può recitare anche Shakespeare o Moliere o Goldoni purché ci sia verità,sarà quella a catturare l’attenzione dello spettatore e a farlo fermare per ascoltare cosa hai da dire. Ad ogni modo, tornando ai piccoli spazi, su Roma ce ne sono tantissimi ai quali sono molto affezionata, primo fra tutti Studio Uno – attuale Fortezza Est gestito da Eleonora Turco e Alessandro di Somma che fanno un lavoro meraviglioso sul territorio di Tor Pignattara, ritengo che dovrebbero essere sostenuti maggiormente a livello statale e che dovrebbero prolificare piuttosto che morire lentamente sotto il peso dell’indifferenza e dell’ignoranza essendo delle oasi salvifiche, soprattutto nella periferia romana.

Nei tuoi spettacoli (e io non dimentico il bellissimo “La leggenda del pescatore che non sapeva nuotare) c’è sempre un filo rosso che unisce l’arte della tradizione orale italiana a quella musicale eseguita dal vivo da Tiziano Caputo. Qual è la cosa che negli anni più ti ha colpito nei tuoi studi sulle storie e tradizioni di questo Paese?

Io credo che ognuno abbia dei nodi da sciogliere e delle tematiche specifiche che ciclicamente lo attanagliano. Per quel che mi riguarda sono da sempre interessata all’indagine sull’identità. Cosa significa oggi essere italiani? Qual è la nostra Itaca? Qual è la terra da abbandonare e quella alla quale fare ritorno? Per provare a rispondere ai suddetti quesiti ho sempre cercato le risposte nel passato, convinta che non sai dove vai se non sai da dove vieni, né tantomeno chi sei. Sono partita dalla documentazione storica, dalla memoria, dalle tradizioni. Ma la verità, e qui vengo al dunque, è che quello che continua a stupirmi e a entusiasmarmi maggiormente è sempre l’uomo. “Tutto il mondo è paese” quando si parla di emozioni, di famiglia, di racconti popolari. Le leggende non sono altro che storie di uomini che diventano archetipi e quindi universali, immortali, senza tempo. Il nostro è un paese colorato e intenso, ma anche ricco di contraddizioni e di zone d’ombra. Lo si ama e lo si odia, sono le radici dalle quali vuoi prendere le distanze, ma alle quali non puoi fare a meno di tornare per aderire a te stesso. È incredibile come la musica, intesa come sublimazione della parola, diventi canale espressivo che morde le viscere e che ci avvicina al lato più selvaggio e atavico di noi stessi, nell’accezione più positiva del termine. La musica popolare italiana è un mare vastissimo e meraviglioso, spesso sottovalutato, proprio come i dialetti. Un certo modo di parlare delinea immediatamente una postura, un contesto, un certo tipo di estrazione sociale, a volte persino un odore! Viviamo nel paese con il maggior numero di dialetti al mondo ed il poter attingere da questo infinito bacino dal sapore inconfondibilmente nostrano credo costituisca un’enorme ricchezza. È il recupero della tradizione orale che mi interessa, delle storie, dei racconti, della memoria, di un passato ancora vivo, presente, palpitante.

Paolo Leone

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