NERO CUORE, testo teatrale di Pietro Favari

Pietro Favari

NERO CUORE

Vincitore del Premio Fersen

Teatro Argot Roma 2019

Regia Giorgio Crisafi

Scena prima

Buio.

VOCE OFF

Marco, bello de mamma, hai visto quanto so’ carini ‘sti agnellini?! Sembreno dei pelusc! Vai da loro, va…

Te piace quello? E vada pe’ quello…

Pastore, abbiamo scelto quello lì che mio figlio accarezza. Ci pensate voi a farlo macellare? Veniamo a prenderlo per il pranzo di Pasqua…

La luce si accende e illumina un tavolo con relative sedie e un divano in un anonimo salotto, luogo deputato ad accogliere la maggior parte della drammaturgia moderna e contemporanea.

Entra Marco, un uomo di mezza età vestito in maniera anonima come il suo salotto. E’ accompagnato da Marion, una ragazzina africana minorenne che indossa jeans e maglietta, sandali ai piedi. E’ visibilmente a disagio ed esita a entrare nella casa.

MARCO

Che fai? Deciditi ad entrare. Non voglio che i vicini ti vedano!

 

Marion entra. Guarda intorno. Parla con accento africano.

MARION

Perché sono qui?

MARCO

Mi pareva di averti detto che non devi fare domande. Preferivi vivere al centro di accoglienza? Qui starai più comoda.

 

MARION

La mia roba è rimasta tutta là…

MARCO

Sai che guardaroba ti sei persa! Domani ti comprerò qualcosa. Che misura porti?

 

Si avvicina a Marion che si ritrae spaventata.

Cos’hai? Ti faccio paura?… Hai un seno piccolo, ammesso che si possa parlare di seno… Fianchi stretti… Sei ancora minorenne. Hai tempo per diventare una donna vera.

 

Le indica il divano.

Tu dormi lì…

Marion lo guarda stupita.

Che ti credevi? Speravi in qualcos’altro? Non farti illusioni…

 

Marco esce dal salotto e spegne la luce.

Buio.

Scena seconda

Luce.

Marco entra carico di buste e pacchi che appoggia sul divano.

MARCO

E’ tutta roba per te…

Marion apre e tira fuori magliette, pantaloni, scarpe.

Prova se ti vanno bene…

Marion accenna a spogliarsi, poi guarda Marco.

Non ti preoccupare. Non guardo.

Marco esce dalla stanza.

Marion si spoglia e prova gli abiti. Si specchia, sorride felice, spiata da Marco che la guarda non visto.

Anche lui sorride, intenerito dalla gioia della ragazzina.

Quando Marion ha finito, Marco rientra nella stanza.

Allora che ne dici? Ti piacciono?

Marion non risponde e abbraccia Marco.

Buio.

Scena terza

Luce.

Marion è seduta sul divano.

Entra Marco con due piatti che appoggia sul tavolino davanti al divano.

MARCO

Intingolo di agnello, ricetta di mia madre!

Devi tagliare a pezzi regolari un chilo di spalla o petto di agnello…

Mentre parla inizia a mangiare.

Non mi chiedi qual è la differenza tra spalla e petto?

Marion non risponde e non mangia.

Non me lo chiedi? Peggio per te, quando sarai pronta me lo chiederai.

Spalla o petto che sia, i pezzi devi cuocerli in un tegame con burro e lardo pestato, fino a cottura completa, insaporendo con sale e pepe.

Marco stappa la bottiglia di vino e lo versa nel suo bicchiere e in quello di Marion.

Marion non tocca il bicchiere.

Quando i pezzi saranno cotti, devi levarli dal tegame raccoglierli in un piatto. Devi scolare il grasso a metà e sciogliere il fondo di cottura con una spruzzata di vino bianco secco.

In una padellina a parte devi far rosolare cento grammi di funghi freschi, in precedenza lavati, asciugati e tagliati a fettine.

Ai funghi dovrai aggiungere una cucchiaiata di cipolla tritata e bagnata con due bicchieri di vino bianco secco non appena comincerà a colorirsi…

Non mangi? No?

Marion resta in silenzio.

Peggio per te. Non sai cosa ti perdi.

A questo punto sarà giunto il momento fondamentale di versare il contenuto della padellina nel tegame e di aggiungere ancora due bicchieri di passata di pomodoro, salando quanto basta.

Per concludere, dovrai rimettere i pezzi di agnello nel tegame, tenendoli a fuoco lento per una decina di minuti.

Spruzzare il tutto con prezzemolo tritato ben lavato e strizzato.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem…

Ah, che meraviglia! Se la comunione si potesse fare con agnello e vino credo che mi riaccosterei al sacramento…

Marco infila un pezzo di agnello in bocca a Marion, facendo il segno della croce come un prete che somministra la comunione.

Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam meam in vitam aeternam. Amen.

Marion sputa il boccone.

MARION

Perché mi chiudi a chiave quando esci? Perché mi tieni prigioniera?

Voglio tornare al centro…

 

Marco schiaffeggia Marion.

MARCO

Ti avevo detto di non fare domande!

Marion rovescia piatti e bicchieri per terra.

Esce dalla stanza in lacrime.

Buio.

Scena quarta

Luce.

Marco indossa una camicia a fiori, stivaletti ricamati e pantaloni a zampa di elefante in perfetto stile anni Settanta, che gli vanno stretti.

Marion lo guarda sconcertata.

MARCO

Ti lamenti sempre che non ti faccio uscire… Per andare dove? Magari in discoteca, come tutti i tuoi coetanei. Folla, chiasso, impossibile dialogare, magari droga…

Non è meglio se la discoteca ce la facciamo in casa? Guarda, ho appeso anche la palla a specchi che gira e che ho conservato da allora.

La mostra, la palla s’illumina e incomincia a ruotare.

Me la regalò mia madre, ero un ragazzo e lei non voleva che uscissi per andare a ballare… Nella mia cameretta avevo ricostruito una piccola succursale dello Studio 54 di New York!

Purtroppo alle mie feste non veniva quasi nessuno e spesso mi ritrovavo a ballare da solo…

MARION

Perché ti sei vestito in quella maniera buffa?

MARCO

Cosa ci trovi di buffo? Era la moda degli anni Settanta, indimenticabile!

(Trattiene il fiato) Mi vanno ancora bene… Buon segno!

Ho ancora tutti i dischi di allora! I Bee Gees, Donna Summer, gli Abba, i Village People e la regina incontrastata di allora. Tutti i salmi finiscono in gloria… Gloria Gaynor naturalmente…

Conosci? No? Non sai cosa ti sei persa… Ma si può sempre rimediare…

Marco apre il giradischi e mette sul piatto un disco di vinile.

Esplode la voce di Gloria Gaynor che canta “I Will Survive”.

Marco si mette a ballare in maniera goffa, osservato da Marion che lo guarda stupita. Tenta, a fatica, di coinvolgerla nella danza.

Non ti piace “I Will Survive”? Proviamo i Bee Gees, la febbre del sabato sera!…

Marco cambia il disco e mette “Stayn’ Alive” e cerca maldestramente di imitare le mosse di John Travolta in “La febbre del sabato sera”.

Marion spegne il giradischi. Marco si ferma, ansimante.

Ah, il mio cuore!… Non è rimasto lo stesso degli anni Settanta…

Marion prende l’iPhone di Marco, digita velocemente, si diffonde una musica africana. La ragazza incomincia a danzare, sensuale e sempre più intensa, fino a entrare in una sorta di trance.

Buio.

Scena quinta

Luce.

Marco e Marion guardano la televisione, collocata in corrispondenza della quarta parete.

La voce del giornalista comunica la notizia di un ennesimo sbarco di migranti.

Marco spegne il televisore con il telecomando.

MARCO

Siete troppi, siete troppo diversi. E’ impossibile accogliervi tutti.

Tu perché sei venuta? Lo sapevi che attraversare il Mediterraneo è pericoloso? Si rischia la morte…

MARION

Meglio la morte in mare piuttosto che la vita nel mio paese.

MARCO

Come è stato il tuo viaggio?

MARION

Ho dovuto attraversare il deserto. Il viaggio nel Sahara è durato dieci giorni, ero insieme ad altre trenta persone. Dopo cinque giorni sono finiti cibo e acqua. Per sopravvivere ero costretta a bere la mia urina, e se non bastava dovevo comprare quella di qualcun altro.

MARCO

Pensa che qualche donna occidentale usa la propria urina per fare impacchi al viso, pare che renda la pelle come una seta. La bevono anche, meglio se al mattino e a digiuno, ma nel caso si devono evitare fumo e alcol, altrimenti la pipì ha un cattivo sapore.

MARION

Il peggio è passare la notte. Si aspetta che qualcuno si addormenti per portargli via il cibo. Sopravvive chi possiede almeno un coltello. Molti muoiono durante il viaggio. Si muore uccisi dalla fame, uccisi persino dai compagni, o dai predoni del deserto che ti tagliano la pancia per vedere se hai inghiottito dei soldi per nasconderli.

Un proverbio del mio paese dice: “Le scarpe di un morto sono più utili di lui”.

Quando io e gli altri sopravvissuti abbiamo passato il confine con la Libia le guardie di frontiera ci hanno accolti a fucilate.

MARCO

(Ironico) E’ il loro modo di dare il benvenuto ai profughi.

MARION

Ai sopravvissuti le guardie chiedevano il passaporto. Nessuno l’aveva.

Chi ti dà il passaporto in uno stato che non esiste più come il mio paese?

MARCO

I dollari possono sostituire i documenti, soprattutto in Libia.

MARION

Ma io non li avevo e sono finita nelle loro carceri.

Per cinque mesi, finché i miei parenti hanno fatto una colletta e mi hanno mandato la cifra del riscatto: mille dollari. Non è facile raccogliere mille dollari al mio paese.

MARCO

Come sono le carceri libiche?

MARION

Chi non ha da pagare il riscatto può restare per anni in celle affollate fino all’inverosimile. Per dormire bisogna fare i turni, altrimenti non ci si può neppure sdraiare. Ci si può morire, per i maltrattamenti, per la fame. Molte donne vengono violentate.

Io e le mie compagne abbiamo rischiato di morire di fame a causa delle nigeriane, più grosse e più forti di noi, ci rubavano il poco cibo che veniva distribuito.

I poliziotti e i funzionari libici che mettono i profughi in galera sono gli stessi che per soldi procurano l’imbarco per l’Europa. Ho dovuto lavorare per loro come una schiava per salire sul barcone che mi ha portata qui. In mare abbiamo rischiato più volte di morire finché i marinai di un peschereccio ci hanno tratti in salvo.

E ora mi manca la mia terra.

“Siamo una collana di perle che è stata recisa, / le perle sono rimbalzate da tutte le parti”.

Sono versi di una poetessa del mio paese.

MARCO

Hai avuto paura di morire?

MARION

Tante volte. Tutti i giorni. L’ho anche sperato…

Mentre venivo violentata in carcere.

Buio.

Scena sesta

Luce.

Marco apre una busta che contiene radiografie, analisi mediche. Le guarda con attenzione.

MARCO

Ho ritirato le tue analisi. Hai una salute di ferro… Avessi io, il tuo cuore…

Sai qual è il tuo gruppo sanguigno?

MARION

No.

MARCO

AB positivo… Ecco, il tuo è razzista.

Puoi ricevere sangue da tutti ma puoi donarlo solo ad individui del tuo stesso gruppo.

Io l’ho visto il razzismo più violento e feroce. Proprio in Africa. Non quello dei bianchi sui neri ma dei neri sui neri.

O meglio, dei neri sui negri.

Anni fa ho lavorato in uno stato africano nato agli inizi dell’Ottocento su iniziativa di un gruppo di americani, anime belle decise a riportare gli schiavi affrancati nel loro continente di origine e a fondare una nazione di liberi uomini con la pelle nera.

(Ironico) Per fargli posto dovettero sterminare qualche tribù locale e deportarne altre ma era pur sempre a fin di bene.

Con l’aiuto degli americani e delle risorse del sottosuolo, questo paese di ex schiavi è diventato uno dei più ricchi del continente. In Africa le frontiere non sono un granché e ovviamente dalle nazioni vicine arrivano masse di poveracci vogliosi di condividere almeno un po’ del benessere dei loro fratelli più fortunati. Passato il confine, i migranti buttano via i loro documenti per non rischiare di essere identificati dalla polizia e rimandati nei loro paesi.

Sans-papiers dunque, clandestini costretti ad adattarsi ai lavori più umili, anche quello di trasformarsi in cacciagione.

Dopo aver passato la serata nei night club e prima di tornare nelle loro ville con piscina i ricchi neri hanno scoperto che il modo migliore per combattere la noia è di andare a caccia di poveri negri: una scarica di adrenalina anche più stimolante della coca. Si sveglia un negro di questi che dormono per strada che, spaventato, inizia a fuggire, a quel punto si può decidere di ucciderlo investendolo con la macchina oppure di usarlo come bersaglio mobile sparandogli con il fucile da caccia, quello che si usa per i leoni. Vince chi ne ammazza di più.

Non c’è bisogno neanche di far sparire il cadavere, la mattina dopo ci pensano gli spazzini e i poliziotti, dopo aver frugato nelle tasche del morto, se non ci sono documenti vuol dire che è un clandestino. Nessuno reclamerà il corpo, quindi si può seppellirlo in una discarica senza complicarsi la vita con accertamenti e indagini. Se c’è una madre o una moglie, capiranno che il figlio o il marito è morto perché non riceveranno più quei pochi soldi che lui riusciva a mandare.

MARION

Hai partecipato anche tu a questi safari?

MARCO

Qualche volta ho dovuto farlo, se volevo lavorare per loro. Poi tornavo a casa e vomitavo la costosa cena che avevo mangiato quella sera. Dopo, tutto era finito.

MARION

Perché me lo racconti? Lo fai per spaventarmi?

MARCO

Ma no, è tanto per far due chiacchiere. E poi perché ti dovresti spaventare?

Noi europei siamo più civili. Tranne qualche fanatico, deprechiamo il razzismo, cerchiamo di essere politicamente corretti. Ce l’hanno insegnato gli americani, che a queste cose ci tengono, giustamente.

E’ molto più civile se la televisione ci dice che un poliziotto bianco ha sparato nella schiena di un afroamericano piuttosto che di un nero.

Qui da noi non c’è il rischio che tu finisca a fare da selvaggina.

Sei fuggita dall’inferno del tuo paese e ora ti aspetti di aver finalmente raggiunto il paradiso. Da noi potrai trovare un lavoro. Se ami la campagna, potrai raccogliere pomodori per dodici ore al giorno e dieci euro in nero. Se preferisci la vita di città, potrai vendere false Vuitton, oppure spacciare droga. Oppure farti pagare per accogliere nella tua piccola micina nera qualche pallido cazzo europeo!

Afferra di sorpresa Marion in mezzo alle gambe.

Buio.

Scena settima

Luce.

Marion imbraccia un fucile, puntato su Marco.

MARCO

Abbassa quel fucile…

MARION

E’ questo il fucile che usavi nei tuoi safari in Africa?

MARCO

Dove l’hai trovato?

MARION

In fondo al tuo armadio, nascosto dietro una sahariana e un paio di anfibi. L’angolo dei tuoi ricordi africani, immagino.

MARCO

Ti sei permessa di frugare tra le mie cose…

Te lo dico per l’ultima volta: abbassa quel fucile!

MARION

Hai paura?

MARCO

Figurati! Il fucile è scarico… Le munizioni le tengo in cassaforte.

Dammi il fucile…

MARION

Lo so. (Finge di sparare) Bang bang… (Gli porge l’arma) Hai ucciso molti uomini?

MARCO

Mi pareva di averti detto che non voglio che mi fai domande.

MARION

Cosa si prova ad uccidere un uomo? O una donna?

MARCO

Dipende dall’uomo che si uccide. Non ho mai ucciso donne.

E poi la morte fa parte della vita.

MARION

E tu hai paura di morire?

MARCO

Sì, da quando ho perso la mia immortalità.

E’ stata mia madre a condannarmi a morte, ad emettere la sentenza. Avevo sei anni. No, forse cinque… Era attraversata da periodiche crisi di follia, mia madre, una follia tranquilla, soave… Improvvisamente decideva di partire, e allora andava alla stazione senza avvertire nessuno, né me, né mio padre, né sua madre che viveva con noi, e senza portare con sé neppure uno spazzolino da denti, saliva su un treno scelto a caso…

Chissà poi se li sceglieva a caso, i treni, o forse era attratta da qualcosa in particolare. Fatto sta che il giorno dopo telefonava qualcuno da una stazione ferro­viaria o da un posto di polizia e diceva a mio padre: “C’è qui una signora che dice di essere sua moglie. Si è persa e non sa come tornare a casa…”. Magari la telefonata veniva da una città distante 500 o 600 chilometri e quando la mamma tornava a casa in qualche modo, mia nonna le chiedeva: “Ma che ci sei andata a fare in quella città così lontana? Non conosciamo nessuno che abiti là”. La mamma rispondeva che voleva appunto conoscere qualcuno da quelle parti. Una follia ragionevole, insomma, c’era del metodo in quella follia. Ma tutto questo non c’entra e ci porterebbe lontano, come i treni di mia mamma.

Dicevo che fu lei, ad emettere la sentenza di morte nei miei confronti. Sono passati tanti anni ma ricordo ancora la scena, perfettamente: ero nel corridoio della casa al mare, quelle vecchie case con corridoi lunghissimi, su cui si aprono le porte di tutte le stanze. Io amavo quel corridoio perché non ci arrivava mai la luce del sole e d’estate era fresco come in primavera. E poi era così lungo, il corridoio, che potevo usarlo come una pista per correre, persino per andarci in bicicletta.

Ecco, io ero nel corridoio, ero nell’età dei perché, quando si scopre il mondo, le cose, e di tutto chiediamo spiegazione per appropriarcene e farlo nostro, il mondo. Ero nel corridoio davanti alla cucina e mia mamma stava mettendo qualcosa nel frigorifero quando disse rivolta a mia nonna: “Hai sentito? L’ha detto la radio. E’ morto Stanlio… poveretto”. “Chi è morto?” chiese mia nonna. “Stanlio, come si chiamava? Stan Laurel, quello magrolino, quello di Stanlio e Ollio, hai capito? Quei due comici cosi buffi…”. A me colpì quella parola, “morto”, così rotonda, così piena… Era la prima volta che la sentivo pronunciare e chiesi alla mamma che cosa volesse dire. E lei, immagino fosse un po’ imbarazzata, tentò di spiegarmela: “E’ come quando ci si addormenta e si chiudono gli occhi…. Solo che non ci si risveglia più”. “Come non ci si risveglia più?”, chiesi io. “Non ci si risveglia più su questa terra e se si è stati buoni ci si risveglia in paradiso”. “E anch’io diventerò morto, come il signor Stanlio?”. “Si dice morirò”, disse mia nonna che era stata maestra e ai verbi ci teneva. “Certo anche tu morirai, ma c’è tempo, tanto tempo..”. “E tu quando diventerai morta?”, chiesi alla mamma. “Non lo so caro, quando piacerà al Signore. Adesso vai a giocare”.

Ecco, fu così che venni condannato a morte. Fino ad allora non sapevo che si doveva morire e quindi ero immortale. Da quel giorno in cui mi fu spiegato cos’è la morte persi la mia immortalità, sapevo che prima o poi anch’io avrei chiuso gli occhi per sempre, come Stanlio, e chissà se mi sarei risvegliato da qualche altra parte, come credeva mia mamma. Ed è stata proprio mia madre, che mi aveva condannato a morte, la prima persona che ho visto morire. Erano trascorsi dieci o dodici anni dalla morte di Stanlio e mia madre si era ammalata di un brutto male: era costretta a letto, non si muoveva più. Un pomeriggio ero solo in casa con lei, cominciò a lamentarsi, mi chiese le gocce… ma non feci in tempo. (Pausa)

Le chiusi gli occhi, l’avevo visto fare in un film.

Buio.

Scena ottava

Luce.

Marco guarda il televisore che trasmette la Santa Messa. Si sente la voce del sacerdote che officia la cerimonia.

Entra Marion.

MARION

Che fai? Guardi la Messa? Sei credente?

MARCO

No… Però non mi dispiace guardarla in televisione. Si vedono delle belle chiese, dei bei arredi…

MARION

Le suore che ci hanno allevate ci obbligavano ad assistere alla Messa tutte le domeniche e guai se non stavamo attente.

MARCO

Sei cattolica, allora?

MARION

No. Ci facevano anche vedere i film hollywoodiani su Cristo, un palestinese biondo con gli occhi azzurri in technicolor! Ma doveva essere scuro come me!

Poi ho scoperto l’animismo, la religione dei miei antenati, non come il cristianesimo o l’islamismo che ci hanno imposto i colonizzatori bianchi e gli arabi invasori.

MARCO

Più che una religione l’animismo a me sembra una superstizione…

MARION

Questo lo dici tu! A me per esempio sembra superstizione quel crocifisso che ti porti al collo…

(Gli strappa la catenina con la croce. Ci gioca).

La tua è una religione che ha come simbolo un segno di sofferenza e di morte…

MARCO

Che fai? Ridammela! La porto dalla prima comunione…

MARION

Tieni il tuo feticcio! Noi non abbiamo fatto Dio a nostra immagine e somiglianza come voi…

Il nostro Dio è una forza creatrice che mantiene l’ordine nell’universo ed è troppo potente per interessarsi agli uomini e alle loro meschine faccende.

Non ce lo siamo immaginato con fattezze umane, come il Gesù dei film.

Per noi Dio è un flusso vitale che pervade e anima tutte le cose…

Marion batte le mani sul tavolo come se fosse un tamburo e intona una canzone mentre esce di scena .

Buio.

Scena nona

Luce.

Rientrano a casa da teatro Marco, in abito scuro e cravatta, e Marion che indossa gonna e giacca da sera.

MARCO

Non potrai più lamentarti che non ti faccio uscire. Sei contenta?

MARION

Sì. Non ero mai stata a teatro.

MARCO

Ti è piaciuto? Era “Otello” di William Shakespeare. L’avrai sentito nominare…

MARION

Il protagonista era nero come un africano, però si capiva che era un bianco con la faccia tinta… E poi parlava in italiano senza accento.

MARCO

Le convenzioni del teatro. In scena tutti gli attori fanno finta di essere qualcuno che non sono.

MARION

Vuoi dire che il teatro è tutto un inganno?

MARCO

E’ così anche al cinema. In televisione se guardi verso la telecamera vuol dire che sei proprio tu, se invece guardi da un’altra parte vuol dire che sei un attore e che fingi anche tu.

MARION

Otello non sembrava che fingesse… Pareva incazzato davvero perché credeva che la moglie lo tradisse. E tutto per uno stupido fazzoletto! Che vuol dire? Che i negri sono tutti coglioni, anche quelli che sono diventati generali come Otello?

MARCO

Shakespeare non è razzista e Otello non è coglione, è innamorato.

E geloso. La gelosia lo acceca. La gelosia è un mostro dagli occhi verdi, lo dice il testo.

MARION

Tu sei mai stato geloso?

MARCO

Forse sì… Almeno una volta…

MARION

Di un altro uomo?

MARCO

Veramente no. Sono stato geloso della morte.

MARION

Della morte?

MARCO

Sì, della morte. Ero giovane, innamorato di una ragazza, non bella se ci ripenso ma a me sembrava bellissima.

Una sera d’aprile c’eravamo dati appuntamento in un cinema. Quando iniziò la proiezione, al buio lei mi sussurrò all’orecchio: “Ho ritirato le analisi… Hanno cercato di tenermelo nascosto… i medici, i genitori… ma io ho sentito: ho un brutto male. Un male molto cattivo…”. E si strinse a me.

Da quel giorno non ci siamo più visti.

MARION

E perché? Temevi che ti avrebbe attaccato quel brutto male?

MARCO

(Sorride) No, aveva un tumore, il cancro non è contagioso.

MARION

E allora perché?

MARCO

Non potevo sopportare di perderla. Non potevo accettare che quel male potesse separarci.

L’ho cercata quella ragazza che quel giorno, in quel cinema, mi aveva sussurrato che di lì a poco sarebbe morta.

Non è morta, io so che è ancora viva. L’ho cercata, ho chiesto ai vecchi amici di allora, ma nessuno ha saputo rispondermi.

Io la guardavo, quella sera in quel cinema e la vedevo già morta. Era come se mi avesse confessato che sarebbe fuggita con un altro. Mi tradiva, preferiva la morte a me…

MARION

La tua sembra una scusa. Non posso crederci…

MARCO

Non mi credi? Forse non mi credo neanch’io. Sto cercando di non dirmi la verità. Sono stato soltanto un cinico: non me la sono sentita di continuare ad investire il mio affetto su una donna che poteva morire da un momento all’altro. O forse la sua presenza sarebbe stata lì a testimoniare che il nostro destino è comunque morire. Sarebbe stata lo specchio anche della mia morte e io quello specchio 1’ho voltato.

Buio.

Scena decima

Luce.

Marion sta guardando alla televisione una soap opera. Si sentono le voci degli interpreti.

Marco rientra, prende il telecomando dalle mani di Marion e spegne il televisore.

MARCO

Cosa stavi guardando?

MARION

Non guardavano verso la telecamera, quindi fingevano. Era una storia di genitori e figli… Tu hai figli?

 

MARCO

No.

MARION

Perché?

MARCO

Dimentichi sempre che non voglio che mi fai domande… Se avessi avuto una figlia oggi avrebbe la tua età.

MARION

Ti manca?

MARCO

Ancora domande…

Che vita avrei potuto offrirle? Faticavo per vivere… per cercare lavoro…

MARION

Non posso essere io tua figlia?

MARCO

Non hai più i tuoi genitori?

MARION

Non li ho mai conosciuti. Una conseguenza della guerra civile.

MARCO

Mi spiace…

(Pausa) Saresti una figlia ideale! Senza genitori, senza passato, senza ricordi… Come se tu nascessi adesso.

 

Marco si inginocchia davanti a Marion e le prende le mani.

Figlia mia non nata, che sei rimasta nei cieli, non sarà santificato il tuo nome. Mai verrà il tuo regno. Mai dividerò con te il mio pane quotidiano.

Non ti ho fatto nascere per non rivivere in te i miei errori, le mie illusioni.

Non ti ho fatto nascere per egoismo, per paura.

Tu carne della mia carne, tu sangue del mio sangue. Mai ti insegnerò a vivere, come fece mio padre con me e come tu avresti fatto con tuo figlio.

Ti ho ucciso per troppo amore, ti ho ucciso per troppo odio, ti ho ucciso per non farti nascere, ti ho ucciso per non farti morire.

Perché vieni nei miei sogni, perché vieni nei miei incubi? Tu non ne hai il diritto, tu non esisti, perché cosi è stata la mia volontà.

Io sono stato il tuo Dio spietato e non avrai altro Dio all’infuori di me.

Ti lascio in eredità il mio odio, il mio amore. In saecula saeculorum, amen!

Buio.

Scena undicesima

Luce.

Marco, in pigiama e pantofole, è seduto davanti al televisore. E’ visibilmente seccato e preoccupato.

Con il telecomando passa da un canale ad un altro.

Entra Marion. Marco spegne il televisore e si rivolge a lei furioso.

MARCO

Ti pare questa l’ora di rientrare? Cosa ti avevo detto?

MARION

Di non rientrare dopo la mezzanotte…

MARCO

E sai che ore sono? Ti ho pure regalato un orologio…

MARION

Sono le tre…

MARCO

Le tre passate… E sono più di tre ore che sto in pensiero! Lo sai che soffro di cuore… Dove sei stata?

MARION

Lo sai. Sono stata in discoteca. Una vera, non come la tua, qui in casa.

MARCO

Potevi almeno telefonarmi. Ti ho regalato anche un cellulare, mi pare!

MARION

In discoteca c’è troppo chiasso. L’hai detto anche tu.

MARCO

Non mi prendere per il culo, almeno questo!

(Pausa) Cosa hai fatto?

MARION

Che cosa si fa in discoteca secondo te? Si balla…

MARCO

E ci si droga…

MARION

Non avevo i soldi per comprarla. Non mi dai mai un euro…

MARCO

Figurati se non hai trovato qualcuno che te l’ha offerta…

MARION

Sei geloso?

MARCO

Certo. Come Otello…

Marion si siede sul divano accanto a lui. Lo accarezza.

MARION

Ti stai eccitando?

Marco la prende tra le braccia e la bacia. Marion si ritrae.

Questa notte dormi tu sul divano.

Buio.

Scena dodicesima

Luce.

Marion sta guardando alla televisione la sua soap opera preferita. Si sentono le voci degli interpreti.

Marco rientra, prende il telecomando dalle mani di Marion e spegne il televisore.

MARCO

Ma sei sempre attaccata al televisore! Non hai niente di meglio da fare?

MARION

Sono prigioniera in questa casa. Non mi hai più fatto uscire dopo quella sera in discoteca e allora guardo la mia soap preferita… Voglio sapere come va a finire.

MARCO

Che cosa racconta?

MARION

La protagonista, Naomi, è una giovane e bella artista di circo. E’ corteggiata da un uomo, Christian, altrettanto giovane e bello e in più ricco che vuole sposarla.

MARCO

Tutto bene allora. Qual è il problema?

MARION

Qualcosa ostacola il loro amore e Naomi è costretta a confessarlo all’amato: lei è la figlia della Donna Barbuta che si esibisce nel circo, e Naomi non vuole sposarsi perché teme che i figli possano nascere e crescere tutti coperti di peli come la loro nonna.

Naomi decide di sposare invece il lanciatore di coltelli, che l’ha chiesta in moglie, ma che non può avere figli a causa di un incidente sul lavoro: si è tagliato le palle con uno dei suoi coltelli.

MARCO

E il suo innamorato che fa? Si rassegna?

MARION

Christian non desiste e indaga sul passato della possibile suocera, la Donna Barbuta. Scopre così che lei, a causa dei suoi peli non ha potuto sposarsi e neppure avere i figli che ha tanto desiderato.

Una notte, esasperata, la Donna Barbuta decise di rapire una bambina nel reparto maternità della città in cui era arrivato il circo. La bimba è quella che tutti credono sua figlia.

MARCO

Dunque nulla sembra più opporsi al coronamento del loro sogno d’amore…

MARION

Ma Christian in un momento di intimità con Naomi scopre che anche lei ha il suo stesso segno particolare: una voglia a forma di cuore. La circostanza lo insospettisce, la sorellina infatti era stata rapita anni prima, proprio nella stessa città dove ha agito la Donna Barbuta, e mai più ritrovata.

I due protagonisti sono dunque fratello e sorella…

MARCO

E quindi questo matrimonio non si può fare…

MARION

Ma la madre di Christian confessa al figlio che fu adottato proprio per lenire il dolore del rapimento.

La voglia è un tatuaggio eseguito in ricordo della bimba rapita.

MARCO

Allora le nozze si possono fare…

MARION

Troppo facile. Il padre di Christian confessa che non è stato adottato per caso, era il frutto di una sua relazione illecita con un’amante, i due sono fratellastri.

MARCO

II matrimonio non si può fare, dunque…

MARION

Ma la madre di Christian confessa che anche la figlia rapita è frutto di una sua relazione adulterina, dunque non sono fratello e sorella.

MARCO

Allora il matrimonio si può fare?

MARION

Vorrei saperlo anch’io. Forse ce lo dicono nella prossima puntata. La settantacinquesima.

MARCO

Lo sai che ti stai rincoglionendo?

MARION

Che altro posso fare? Non mi fai uscire…

Ma non è vero che guardo solo la televisione. Sono agli arresti domiciliari e per evadere vado al computer che mi hai regalato e navigo. Faccio lunghi viaggi con Google Earth. Come se fossi su un’astronave, dall’alto vedo continenti, oceani. Scopro paesi che non conosco. I miei viaggi vanno sempre nella stessa direzione. Mi avvicino all’Africa, rivedo il villaggio dove ho vissuto prima di partire per l’Europa, dove ho studiato in una scuola di suore italiane…

MARCO

E’ per questo che parli bene l’italiano. Soffri di nostalgia?

MARION

No. Ho solo brutti ricordi, ma non riesco a farne a meno. Mia madre è stata stuprata da un mercenario bianco e poi è morta nel darmi alla luce. Per questo il mio nome africano è “Colei che porta il male”.

MARCO

Mitico! Come per i pellerossa: Toro Seduto, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa, Aquila della Notte, il nome indiano di Tex Willer… Nel nome il destino…

MARION

Non puoi aiutarmi a ritrovare la mia infanzia che non ho mai vissuta?

Cantami una ninna nanna!

Marco accarezza il volto di Marion con tenerezza.

MARCO

Mia madre mi cantava questa ninna nanna, ma non è molto allegra…

Canta.

Ninna nanna per chi è morto

e ancora non se n’è accorto.

Dormi dormi mia piccina

non ti svegliare domattina.

Non ti devi svegliare più

nella fossa tu vai giù.

Fai in fretta, fai in fretta

c’è la mamma che ti aspetta.

Ti aspetta nell’aldilà,

quant’è lunga l’eternità!

Marion si addormenta. Marco la stende sul divano e l’avvolge in una coperta.

Buio.

Scena tredicesima

Luce.

Marco legge il giornale seduto sul divano. Entra Marion.

MARION

Non ho mai giocato quando ero bambina. Insegnami tu.

MARCO

Non mi viene in mente nessun gioco…

MARION

I padri fanno giocare le loro figlie!

MARCO

Mi ricordo solo che da piccolo giocavo a mosca cieca.

MARION

Come si gioca?

MARCO

Chi sta sotto viene bendato e deve acchiappare gli altri…

MARION

Va bene. Stai sotto tu.

Lo benda con un fazzoletto e lo fa girare su se stesso. Marco cerca Marion che gli sfugge e gli fa lo sgambetto. Marco inciampa e cade a terra. Marion ride sguaiata.

MARCO

Lo sgambetto non è ammesso!

Si siede sul divano e si massaggia le gambe.

MARION

Lo so, sono una bambina cattiva! Cosa fa un papà per punire la sua bimba? La sculaccia!

Marion si sdraia sensuale sulle gambe di Marco.

Buio.

Scena quattordicesima

Musica di atmosfera.

Luce.

Marion e Marco ballano abbracciati. Lei si stacca bruscamente.

MARION

Che me ne faccio della figura paterna! A me è mancata la madre! Fammi tu da mamma…

Marion fa accomodare Marco sul divano. Prende una busta con trucchi e cosmetici e si siede accanto a lui. Lentamente cosparge il volto di Marco di cipria, gli mette ciglia finte e rossetto. Gli sbottona la camicia e con il cotone gli fa due seni finti.

Però ti allatto io! Latte in polvere!…

Marion prende una bustina di polvere bianca, la cosparge sul tavolino davanti al divano e fa una striscia. Infila una mano nella tasca di Marco, prende una banconota e la arrotola, aspira con forza. Con la schiena rivolta al pubblico, si toglie la maglietta e si cosparge il seno con la cocaina. Sempre di schiena alla platea, si siede sulle ginocchia di Marco e gli offre il petto.

Buio.

Scena quindicesima

Luce.

Marco è a colloquio con un individuo vestito di scuro e con il volto coperto da un passamontagna, seduto di fronte a lui.

MARCO

E’ proprio necessaria questa mascherata? Non siamo in televisione e tu non mi sembri un pentito…

ANGELO

E’ per il tuo bene.

Tu sai quello che faccio, se ti mostrassi il mio volto dovrei ucciderti. E invece io ti posso ridare la vita. Un cuore nuovo, quello di cui hai bisogno…

MARCO

Già, prendendolo al suo legittimo proprietario…

ANGELO

Tu mi giudichi un assassino… E invece io sarò il tuo salvatore…

 

MARCO

Devo chiamarti Salvatore?

ANGELO

I nomi non hanno importanza in questo caso. Preferisco se ti rivolgi a me chiamandomi Angelo. Io sono il tuo angelo custode…

MARCO

Confesso che me lo immaginavo diverso, il mio angelo custode… Almeno senza passamontagna!

ANGELO

E’ vero, io uccido ma lo faccio per dare una nuova vita ai miei assistiti.

Una morte in cambio di una vita. Una cosa compensa l’altra…

 

MARCO

Un benefattore insomma. Ben pagato però. E i soldi sono esentasse…

ANGELO

Considera il rischio di impresa… E poi il mio è un settore dove c’è concorrenza…

 

MARCO

Già, ma la materia prima non manca ed è praticamente a costo zero…

 

ANGELO

Io tratto soprattutto minori, migranti, creature che durante il viaggio hanno perso i genitori oppure sono stati abbandonati al loro destino. Che futuro li aspetta? Chiedere l’elemosina? Finire vittime dei pedofili? Meglio una morte rapida e indolore…

MARCO

Hai davvero un cuore sensibile…

ANGELO

Parliamo del tuo cuore, piuttosto. Quando vuoi fare il trapianto?

MARCO

Non voglio più farlo.

ANGELO

Come sarebbe? Il chirurgo è pronto… Il cuore di Marion è sanissimo.

Cos’è? Un attacco di panico? Hai paura dell’operazione?

MARCO

Ho paura di me stesso e di cosa stavo per fare. Non voglio che un’altra persona muoia per far vivere me.

ANGELO

Ho capito. Ti piace la ragazzina che hai voluto prenderti in casa… In effetti è la prima volta che consegniamo il donatore al trapiantato. E’ contro la prassi. Anche noi abbiamo una nostra deontologia. Ho pensato che tu fossi un pervertito che godeva a conoscere chi sarebbe morto per farti vivere. Comunque non sperare di riavere indietro i soldi…

MARCO

Una volta quando ero bambino mia madre mi portò in campagna a scegliere l’agnellino per il pranzo di Pasqua. Io giocai con lui fino a sera e proprio per questo l’ho poi mangiato con piacere. Ho digerito bene. Non ho avuto sensi di colpa. Ho pensato che così sarebbe diventato parte di me, sarebbe vissuto dentro di me. Volevo che succedesse anche per il mio cuore nuovo ma questa volta non me la sono sentita… L’agnellina si è salvata.

Buio.

Scena sedicesima

Luce.

Sdraiata sul divano Marion sfoglia una rivista.

ANGELO OFF

(A voce alta) Te la ricordi la combinazione?

MARION

(A voce alta) Sicuro che me la ricordo… uno, nove, sei, zero. Mille novecento sessanta, la sua data di nascita. Grande sforzo di fantasia!

Entra Angelo senza passamontagna. E’ un africano nero. In mano ha una borsa, che apre.

ANGELO

E’ piena di soldi… e di grosso taglio!

MARION

Certo! Lui non si fidava delle banche… Teneva tutto in casa, come i nonni di una volta! Sono soldi che mi spettano di diritto. Ero sua figlia, l’unica erede!

ANGELO

Te l’avevo detto, con i malati di cuore gravi si va sul sicuro.

Qualche goccia di quel farmaco che ti ho dato e il cardiopatico se ne torna in fretta al creatore. E senza lasciare tracce sospette. Giustizia è fatta!

MARION

Vendetta è fatta piuttosto! Chi mi avrebbe creduto, chi mi avrebbe dato giustizia? Quello è mio padre, mettetelo in galera, è lui il mercenario che ha violentato mia madre e poi l’ha lasciata vivere. Per lei, è stato un destino ancora più crudele della morte!

Aveva la mia età, allora, ed era vergine… Poi è morta nel darmi alla luce.

ANGELO

Almeno sei nata tu…

MARION

Avrei preferito non nascere in quelle circostanze… No, impossibile avere giustizia. Dovevamo pensarci noi… E poi la vendetta è molto più sexy della giustizia.

Però, che modo atroce di ritrovare il proprio padre! E’ morto senza sapere di avere una figlia…

ANGELO

Non pensarci! E’ stato difficile trovarlo, ma alla fine ci siamo riusciti. Gli stavamo dietro da tempo, io e la mia organizzazione che si occupa di trovare e punire delinquenti, bianchi o neri, colpevoli di crimini commessi nelle tante guerre che devastano l’Africa.

MARION

Pensi che ci saranno conseguenze per noi?

ANGELO

Nessuno era a conoscenza della tua presenza in questa casa.

MARION

Comunque sarà più prudente tornare in Africa. Attraversiamo di nuovo il Mediterraneo ma questa volta in senso inverso e in aereo, in prima classe.

Ora possiamo. Oltre al denaro che papà ti aveva anticipato per farsi trapiantare il mio cuore abbiamo questi soldi che custodiva in cassaforte.

Mi hai promesso che vieni anche tu…

Ridono dandosi delle pacche scherzose che poi si trasformano in carezze.

Fino al

Buio

Secondo Finale

ANGELO

Ecco volevo parlarti proprio di questo. Si potrebbe rimandare. C’è un vecchio mercenario che si è macchiato di stragi in Africa, come tuo padre. E’ ricco e senza parenti stretti. Sta cercando una badante, anche lui soffre di cuore…

Io ho ancora un paio di quei flaconi che abbiamo somministrato a tuo padre. Sarebbe un peccato buttarli via…

MARION

Hai proprio un cuore d’oro!…

 

Ridono dandosi delle pacche scherzose che poi si trasformano in carezze.

Fino al

Buio

Pietro Favari NERO CUORE Vincitore del Premio Fersen Teatro Argot Roma 2019 Regia Giorgio Crisafi Scena prima Buio. VOCE OFF Marco, bello de mamma, hai visto quanto so’ carini ‘sti agnellini?! Sembreno dei pelusc! Vai da loro, va… Te piace quello? E vada pe’ quello… Pastore, abbiamo scelto quello lì che mio figlio accarezza. Ci pensate voi a farlo macellare? Veniamo a prenderlo per il pranzo di Pasqua… La luce si accende e illumina un tavolo con relative sedie e un divano in un anonimo salotto, luogo deputato ad accogliere la maggior parte della drammaturgia moderna e contemporanea. Entra Marco,…

0

User Rating: Be the first one !

<h2>Leave a Comment</h2>