IL BRIOSO DINAMISMO DELL’ORCHESTRA POPOLARE DI SPARAGNA PERL’OTTOBRATA DELL’AUDITORIUM. CANZONI SENTIMENTALI E STORNELLI POPOLARI PER RICORDARE GABRIELLA FERRI CON V. PLACIDO

La splendida fase iniziale soleggiata e calda del mese di ottobre è stata opportunamente celebrata, come ogni anno, dalla goliardica e festosa serata in musica dell’Orchestra Popolare Italiana diretta da Ambrogio Sparagna , che ha regalato agli spettatori  due ore di vere ed armoniose melodie romantiche insieme a canti più giullareschi e naturalistici. In questi ultimi s’è esibito con la vena scanzonata ed ironica il talento di Raffaello Simeoli, mentre poi il flessuoso e sarcastico Ambrogio ha introdotto con il suono della sua stupenda fisarmonica, abbracciata con quel diletto e trasporto di gustoso e perfetto “chansonnier”, Violante Placido che ha cantato alcuni dei motivi celebri dell’indimenticabile anima trasteverina di Roma che è stata Gabriella Ferri, nel cui nome tutti hanno accompagnato la Placido in “Grazie alla vita” celebre ed autorevole successo canoro della “Star” capitolina” evocata dalla figlia del grande Michele con  uno splendido abito verde. Poi è stata la volta di Anna Rita Colajanni moglie del Maestro di Maranola che ha prima declamato mirabilmente l’apologia metaforica de “La favola della tartaruga”  e posteriormente l’amena lirica amorosa de “Il fiore”, passando quindi a dirigere il coro che ha ripreso il maestoso numero di componenti di prima della pandemia con una scansione di sublime imponenza vocale. Era accompagnato dallo struggente e frizzante ritmo musicale dei suonatori orchestrali, tra cui Cristiano Califano ed Erasmo Treglia guidati con incomparabile gestione dei tempi sonori dal bravo Sparagna, istrionico raccordatore dei diversi passaggi dello spettacolo che ha dato spazio in seguito anche a Marta Origi che ha rammentato, pure lei, l’eccelsa figura della Ferri con altri famosi pezzi tra cui “Senno me moro”, mentre nel bis concesso dalla Placido per la targa in onore di Gabriella consegnatale dalla nipote  abbiamo ascoltato: “Il ritornello”, “Giuri tu e giuro anch’io” e “Tempo della memoria”. Tra i pezzi intonati dal coro quello che maggiormente c’ha toccato è stato “Il core, senza l’amore, se ne va” che può essere rapportato per affinità concettuale al motivo di Fedez”La vita senza l’amore, sai dirmi tu, cos’è?”. Mancava all’appuntamento il tanto atteso Renato Zero che, dopo i 6 concerti serali al Circo Massimo per i suoi 70 anni, s’è fatto rappresentare da una bella dama per ritirare la targa riservatagli, cosicché molta gente è rimasta delusa per il suo “forfait” ed il godimento dell’evento non è stato completo. Noi per non perdere l’opportunità offertaci ci siamo recati nello spazio nuovo adibito all’esposizioni temporanee dell’Auditorium ,precisamente in quello che un tempo era il garage, per visionare l’allestimento rievocativo da parte dell’Istituto Luce e di Cinecittà della documentazione fotografica della nascita nel secolo scorso delle grandi stazioni della penisola: Bologna, Firenze, Messina, Napoli, Roma, Venezia, Trieste, Milano. Di ciascuna è stata ricostruita con il materiale d’archivio la progettazione, la costruzione e la prima impressione visiva da parte di un illustre poeta od intellettuale di prosa ed arti visive che con quella metropoli ebbe a che fare oppure addirittura vi nacque per il fortuito incontro dei suoi genitori. Fuori a Santa Maria Novella c’era il primo orologio digitale e s’attraversava illecitamente la piazza, adornata da un floreale giardino, mentre ci si doveva regolarmente servire del sottopassaggio. Sono esposti in dei contenitori in vetro pure gli orari dei principali collegamenti ferroviari d’ognuna, con foto dei viaggiatori con gli ingombranti bagagli sulle pensiline dei binari, treni in sosta, capistazione con le bandiere d’esercizio, scali merci e smistamento, mentre i vecchi convogli con i loro vagoni e classi esprimono simbolicamente coloro che l’usavano : viaggiatori di lusso, imprenditori, studenti fuori sede, pendolari ed operai che si recavano al lavoro nei capoluogo di provincia. La fotografa Di Pasquale, classe 1987, oppone a queste fotografie in grigio   una straordinaria antologia di gigantografie a colori scattate con fascino sensuale negli angoli più reconditi e spettacolari di queste stazioni, che restano impresse nella men te per essere punto d’arrivo come per Anita Ekberg, impegnata in riprese cinematografiche, a Termini o partenze per piani esistenziali nuovi e desiderati per ampliare le proprie conoscenze o darsi una diversa possibilità di vita, come coloro che partivano dallo Stretto per andare a lavorare alla FIAT a Torino od a morire nella miniera di Marcinelle in Belgio. Insomma un “tuffo nel passato” che vale la pena di compiere per rivivere la Storia patria con i prodromi del nostro sviluppo futuro, che speriamo la stagflazione ed inflazione arrivata al 9% non comprometta ora del tutto. C’è tempo fino a novembre per  vedere tracce significative della nostra crescita civile e sociale.

Giancarlo Lungarini

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