A Parma, con La Forza del destino

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Al Teatro Regio di Parma, 16 ottobre, recita conclusiva del Festival Verdi 2022

Molti dei libretti che Giuseppe Verdi ha musicato sono stati – soprattutto ai suoi tempi – sottoposti a critiche spesso feroci: nessuno però quanto quello de La Forza del destino che Francesco Maria Piave, che trasse da un vecchio dramma popolare spagnolo (che ebbe, questo si gran successo a Madrid nel 1835). La farraginosa vicenda narrata e il luttuoso soggetto, di cui il librettista ha calcato con mano poco felide gli episodi più truculenti, avrebbero fatto naufragare il compositore che avesse osato porlo in musica. Giuseppe Verdi al contrario ha saputo nobilitarlo con pagine d’indubbia bellezza melodica, che fan scordare i pezzi meno riusciti di tal rutilante mosaico. La prova è l’accoglienza festosa che il pubblico decreta a questo melodramma, ignorando le riserve dei critici. La Forza del destino fu rappresentata al Teatro Imperiale di Pietroburgo il 10 nov3mbre 1862, riservando al maestro bussetano onori e splendide accoglienze. Poco dopo sarà Roma a tributare all’opera un caldo successo entusiastico. Il vero battesimo teatrale avvenne però alla Scala, dove La Forza del destino, riveduta, snellita, resa più organica e accresciuta di nuovi pezzi, andò in scena il 20 febbraio 1869. Fu un autentico trionfo, che il Maestro troppo modestamente definì “buon successo” scrivendo a un amico, aggiungendo “E’ certo che la Sinfonia, se l’orchestra è buona, e il Terzetto finale possono far buon effetto…La Forza del destino può considerarsi l’ultima delle grandi “opere popolari” di Giuseppe Verdi, si può anzi dire che, dopo il Trovatore, nessun altro melodramma verdiano sia penetrato profondamente nel cuore e nelle orecchie di tutti, appassionati e gente comune. E della popolarità a tanti anni dalla sua prima rappresentazione, persiste in diminuita è la patente smentita a chi, al suo apparire, la giudicarono un “romantico intruglio”, un mix di cose belle miste a volgarità che non avrebbe resistito al vaglio del tempo e non avrebbe incontrato il favore del pubblico. Il Teatro Regio di Parma ha scelto La Forza del destino per inaugurare il Festival VERDI 2022, squisitamente dedicato a Renata Tebaldi, nel centenario della nascita. Lyudmila Monastyrka impersonava Donna Leonora, caratterizzata da una lirica e pulita linea di canto, che andrà però sempre più forzando; la voce si estendeva in acuti non penetranti e ben centrati con il registro grave che appariva velatamente opaco. Nel seguito tendeva sempre più a spingere gli acuti, con il risultato di una passionalità sui generis, più urlata che espressiva, rovinando la linea vocale. Deludente in Pace mio Dio, dove i suoni erano troppo “aperti” e gli acuti opachi, per tacere della mancanza di pathos. Professionale interprete, ma non approfondita nel fraseggio, che resta pulito, ma sostanzialmente privo di accenti veramente toccanti, non riuscendo a far vibrare la corda della passione: senza applausi il suo Me pellegrina, ed orfana. Entra Don Alvaro, Gregory Kunde che già nel portamento e nel gesto si rivela artista d’altri tempi. Le sue sono ormai sessantotto primavere e non si possono pretendere i miracoli vocali operati nel recente Otello bolognese, in strepitosa quanto stupefacente forma. In questa recita la voce non è più salda e ferma nel registro superiore e i centri suonano velati, gli acuti han perso l’adamantino squillo (pur di precisa centratura). Al III atto, da La vita è inferno, inizia a prendere però slancio, con una voce fattasi più calda e sonora, fa valere un fraseggio nobile e accorato e in O tu che in seno, pur con suoni non ben fermi e sbiancati – ma acuti immascherati -, dà l’anima nell’interpretazione, zampata del grande artista. Nel successivo duetto con Don Carlo, Solenne in quest’ora, si è irretiti da accenti nobili e malinconici e il tenore americano mostra perizia di mezze voci, sostenendo bene il suono anche in posizione “da ferito”. Nel duetto dell’ultimo atto Le minacce, i fieri accenti, Kunde dà una lezione di cosa significhi, anche in condizioni non perfette, il fraseggio verdiano a fronte della superficiale interpretazione del rivale: una lezione di stile con una nobiltà di canto e una sapienza di fraseggio ineguagliabili e indimenticabili. La Preziosilla di Annalisa Stroppa mette in evidenza quel che ha di voce, valendosi molto del suo intrigante e bel personale; se è vocalmente appezzabile ne Al suon del tamburo è sopra le righe nel Venite all’indovina e ancor più nel Rataplan. Il Don Carlo di Vargas, si lascia ammirare per l’omogeneità e per il fascinoso timbro del giovane baritono della Mongolia Amartuvshin Enkhbat, ma l’interprete resta monocorde, che non sa rendere palpabile il feroce odio e senso dell’onore del nobile spagnolo: le frasi scivolano via, senza grande pregnanza. Nel duetto con Don Alvaro sono a confronto due scuole di canto e d’interpretazione: qui la bella linea di canto non basta più, ché gli acuti sono poveri di squillo. Qualche finezza il cantante la trova in Urna fatale, giocata sul colore e freschezza del timbro – salutata da un’ovazione, e successiva cabaletta tutta spinta a simular i contrasti dell’anima, ma priva di vero ampleur e nobiltà di fraseggio. Generoso vocalmente il Fra’ Melitone di Roberto De Candia, pur in uno strumento un po’ oscillante, e anche se la linea vocale indugia in qualche abuso o intemperanze, è pur efficace a rendere gustosa e sapida la caratterizzazione del personaggio. Marko Mimica offre un perfetto phisique du rôle al Padre guardiano, ieratico e dal bel timbro rotondo di basso, voce ben proiettata, con facile discesa al grave senza ingrossare i suoni. Toccante e spiritualmente interprete nel Venite fidente, aria impreziosita da finezza di mezze voci e nobiltà di canto. Efficace la direzione di Roberto Abbado, di chiara impronta drammatica impressa a iniziare dall’ottima Sinfonia, tagliente e giocata su timbri cupi e tinte sombre. Una variegata tavolozza usata a mantenere alta la tensione, già con l’elettrizzante concitazione dell’arrivo del Marchese di Calatrava.  Ritmi serrati e momenti incalzanti, efficacissimi a mantenere alto lo svolgimento teatrale, Con punte ispirate e suggestive: una per tutte la pagina orchestrale che precede La Vergine degli angeli, con archi e violino solista lanciati in sonorità struggenti, che fan perdonare i cedimenti o gli abusi dinamici di poche altre pagine. Orchestra del Teatro Comunale di Bologna in gran spolvero. Molto bene il Coro del Comunale di Bologna nelle scene di massa, capace di giungere a punte di pura spiritualità nel Coro dei pellegrini e nelle pregnanti risposte agli ispirati accenti del Padre guardiano. Corretti gli altri. Scena essenziale, quasi minimalista, che si riduce a pochi segni a suggerire, genericamente, i luoghi della vicenda scura e stilizzata; luci a sciabolate, predilezioni per scene e prospettive sghembe (Chiesa del monastero, e croci) con qualche calata di gusto nell’iterata e grottesca mascherata di vago sapore Ensoriano, così come le esagerate proiezioni. La regia risolve però tutto in pose e gesti scontati, tutto a firma di Yannis Kokkos. Successo calorosissimo per tutti, con ovazioni per Kunde, Abbado ed Enkhbat, da parte di un pubblico italiano ed estero che gremiva la bellissima sala. Al Teatro Regio di Parma, 16 ottobre, recita conclusiva del Festival Verdi 2022.

gF. Previtali Rosti

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