IL PRODIGIO, PERCHÉ “NON SIAMO NIENTE SENZA STORIE”

Comincia in un set cinematografico Il prodigio: luogo fisico con oggetti di scena, strutture, fondali e impalcature scenografiche, fari e stativi, operatori al lavoro, qualcosa insomma di concreto e di materiale destinato a costruire storie, a imbastire trame, o a dare vita al racconto di una storia: la messinscena della messinscena. Una voce fuori campo ci introduce all’interno della finzione cinematografica. Perché il Cinema è esattamente questo: una finzione che è capace di raccontare storie che in quel lasso di tempo di durata del film diventano la nostra storia, la nostra vita, diventano in un certo senso reali. Una finzione alla quale ci abbandoniamo con una totale e completa fiducia, perché “non siamo niente senza storie”, ne abbiamo bisogno per rendere concrete e visibili, come quel set, l’illusione della nostra vita. Il prodigio è un titolo azzeccato perché contiene il significato ultimo di tutto questo, di cosa sia il raccontare una storia: un prodigio, un miracolo.

Da questa messinscena entriamo nella storia del film, della finzione. Metà del 1800: un’infermiera inglese, Lib Wright (Florence Pugh) viene convocata in una cittadina delle Midlands irlandesi per osservare ed arrivare a capo di una situazione particolarmente intricata che riguarda la vicenda di una bambina di 11 anni che resta in vita e in salute senza mangiare da quattro lunghi mesi. La donna si trova così dentro una situazione sulla carta impossibile e paradossale: trovare le ragioni di un miracolo che per definizione è qualcosa di irrazionale. Nella storia si addensano misteri e colpi di scena che scomodano i secolari dibattiti tra scienza e fede, ma Leio non ha mai l’intenzione di spostare la sua attenzione dal “come” al “cosa”, dal “raccontare” al “racconto”: il suo è un film sul raccontare e non tanto sul cosa si racconta, che assume rilevanza e respiro all’interno dell’opera solo perché connesso al significato di fondo. Emerge perciò da parte del regista l’interesse curioso e profondo di veicolare una storia attraverso la scrittura di emozioni fortissime e personaggi chiaroscurali, attraverso un lavoro sulle musiche e sui suoni che innervano la narrazione e alimentano l’affabulazione cinematografica, attraverso l’uso di luci che hanno il potere di dipingere quadri e atmosfere horror, nette e allo stesso tempo rarefatte e sfuggenti. A Leio interessano i ritratti femminili, come accade spesso nel suo Cinema: l’infermiera e la ragazzina in questo caso. Di fatto, è un film di relazioni umane Il prodigio, è lo scontro e l’avvicinamento non di due mondi diversi, ma di due modi di leggere, anzi di raccontarsi, il mondo, la propria esistenza. Ed è proprio grazie a un gioco di racconto, di immaginazione, nell’invenzione di un nome e di una storia altri per se stessi, che le due donne troveranno il punto di contatto che sarà poi il passaggio di salvezza per entrambe da un passato doloroso, devastante, ad un futuro nuovo.

Le scene sono scandite dal sospiro appena percettibile di Lib: gli affanni di una ricerca della verità. E dalle preghiere sussurrate di Anna: la verità come ricerca. “Dentro fuori, dentro fuori”: i personaggi fuori dal loro passato, dalla morte, e dentro il presente e la vita nuova, liberati dalla storia del film, ma ancora dentro alla messinscena, ancora personaggi; noi dentro la loro storia, e infine, fuori, ma ancora dentro alla nostra di storia. Credere alla realtà o allestire il nostro set di essa? Ricercare la verità di una storia (anche personale) o accettare che la storia sia la verità? Ci si salva in tanti modi. Un’alternativa può essere di credere nel potere di fascino, di riflessione, di cambiamento esercitato da quella bellissima e necessaria bugia che è il Cinema.

Simone Santi Amantini

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