Su I mur di Nevio Spadoni in Poesie 1985-2017 (Società Editrice Il Ponte Vecchio, Cesena, 2017)

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I mur, raccolta inedita, poi inserita nell’antologia di tutte le poesie uscita nel 2017 per “Il Ponte Vecchio”, rappresenta l’ultimo momento della scrittura in versi di Nevio Spadoni, l’autore di San Pietro in Vincoli in provincia di Ravenna, una delle voci di maggior rilievo della nostra poesia in dialetto, non solo della Romagna, e non solo della poesia data l’autorialità del dettato anche nella sua veste teatrale. Testi quest’ultimi in cui è possibile ritrovare tutta la riflessione e l’esporsi di una parola per cui Spadoni è noto, il blocco di un tempo risucchiato dall’ingolfamento di se stesso, di una storia depauperata di una meditazione che abbia al centro l’uomo e la sua, le sue comunità nel legame e nell’interrogazione valoriale tra generazioni. Questo il muro, il grande muro con cui questi testi si tentano, si misurano nei mattoni di quei tanti, troppi sottomuri di cui le nostre divisioni si compongono. Eppure se è vero, come è vero, il riflesso “senza pateticità, crudo, impietoso” per cemento da “visione disperata e lucida dell’im­possibilità di ovviare alla degradazione delle cose”, come ebbe a dire di lui Barberi Squarotti, pure più forte resta, ancora, l’appello, l’invito di ogni giorno, come non a caso qui dai testi iniziali e conclusivi della raccolta, a trovare il senso che è nella vita guardando alla natura nella consapevolezza di un provvisorio che è anche dell’uomo ed in cui nel riconoscimento della medesima condizione e appunto nel legame è la partecipata fatica ma anche la dimenticata bellezza.  Il processo però dapprima, come si accennava, viene da una maturazione nell’accompagnamento di una parola che nominando rifonda, o almeno tenta, secondo un abc, un sussidiario di piccole e grandi separazioni tra miserie, sopraffazioni, infamie anche, alla luce di una sacralità dimenticata, calpestata dalle cancellazioni di una civiltà che pare non esser per nessuno, soprattutto non degli ultimi per un’economia, anche, che non comprendendo va ad aumentare. Spadoni, come da costume, non ne ha per nessuno, ognuno, anche se stesso dunque, nel circuito di un’oscurità nascosta tra le pieghe di rancori, solitudini, fagocitamenti ed autofagocitamenti (secondo sì quella ordinaria “banalità del male” cui ha principio il disconoscimento e il rifiuto) e di cui  spesso, nella tragedia che ci va consumando, nessuno sembra rammentarne i motivi. Sono come da sequenza i muri della guerra, del fanatismo, del profitto, dell’egoismo (quelli dell’io, “gnar da butê ẓo”- “il più duro da buttare giù”), quelli della gelosia e dell’odio, della solitudine e delle differenze, delle carceri e dei vecchi (cui basterebbe un sorriso per scuoterli chiamandoli per nome, “ch’e nom/ l’è ’na buchê ad vita”- “ché il nome/ è una boccata di vita”). Così è un affondo impietoso e necessario nel nostro specchio quello che ci viene restituito entro una indifferenza che pian piano ci abita avvolgendoci fino a diventare un tarlo “ch’u t’roṣga e ch’u t’amaza” (“che ti rode e ti ammazza”) quando basterebbe poco, (seppure certo, nel chiuso della reciproca angoscia, non semplice) un segno forse, una mano per ridare e “arciapê la córsa” (“riprendere la corsa”). Due testi sono esemplificativi, l’uno a chiamare l’altro, “I mur dal ca d’na vôlta / I muri delle case di una volta” e   “I mur dal ca d’adës / I muri delle case di adesso”, nel percorso di una poesia segnata (come ebbe a osservare Benini Sforza) da contrasti: ”fra effimero ed eterno, fra nostalgia dell’infanzia-passato e di­sagio nel presente delle città disumanizzanti e sorde alla comu­nicazione, fra slancio spirituale e coscienza acuta del gravame materico”. Il passaggio appare segnato da interni in cui si spandeva odore di quel po’ che c’era, “”tröcval d’vita/ch’t’daṣiva a oc asré:/nè mur e’ mânch murai,/bignéva dês ’na mân” (“boccone di vita / che davi a occhi chiusi: / né mura né muraglie, / bisognava darsi una mano”) a dinamiche odierne di tavole dove si sta col muso, ingrigiti, familiari, figure col volto basso a fissare “e’ piat sturbêdi/chè scòrar l’è bravê”.(“il piatto impietrite / perché parlare è litigare”). E non è si badi, chi frequenta il dettato di Spadoni lo sa bene, un mero rimemorare un tempo antico che più non funziona ma il raccontare piuttosto un’intera civiltà che più non funziona, non può funzionare principalmente alla luce di se stessa persa la chiave di accesso a un divenire incontrollabile perché, senza coscienza, di sé e dei propri reali bisogni, senza domanda. Per questo il rimando alla natura, cui i muri nulla possono, è insistente, superato dal volo di uccelli che faranno “l’istes e’ nid/ piò in êlt, là so int al róvri” (“ugualmen­te il nido / più in alto, là sulle querce”),  le voci del dolore a risalire comunque nel vento come preghiere, o a dare, a prendere luce dalle crepe, come viole “par sparguiê int l’êria /l’udór d’una staṣon” (“per spandere nell’aria l’odore di una stagione”). Nella circolarità del pensiero risuona allora alla fine quel dire del primo testo, di una nascita segnata da muri che costeranno fatica e sangue ma che nel cui superamento a vincere tra perdita e ritrovamento sarà la capacità come di bambini nel gattonamento a salire e discendere fino certo a quel viaggio ultimo ” incontra a un mur scnunsù” (“verso un muro sconosciuto”). Un viaggio però che non è mai da soli come nel risalire della voce e della luce di questa poesia sapientemente ancorata, ma libera perché proprio dalla sua fonte eternamente appresa, alle ispirazioni di un mondo che ancora chiama, ancora interroga nella traccia di un presente d’amore.

Gian Piero Stefanoni

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