Ora a Verezzi “Cetra… una volta”. Tanta dolcezza con Michele La Ginestra

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Savona. Giovedì 20 luglio (alle 21.30) al 57° Festival Teatrale di Borgio Verezzi ci sarà l’appuntamento con i Favete Linguis per “Cetra… una volta” di Toni Fornari, sotto la regia di Augusto Fornari e le scene di Alessandro Chiti. Un omaggio al Quartetto Cetra, il gruppo che ha segnato la storia della musica e della televisione italiana, con Stefano Fresi, l’autore Toni Fornari ed Emanuela Fresi (nella foto), nonché la saxofonista e vocalist Cristiana Polegri. Uno spettacolo cult che ha registrato a Roma due settimane di sold out, e che ripropone successi indimenticabili, intramontabili. Perché le nuove generazioni possono anche non conoscere il Quartetto, ma se si canticchia “Nella vecchia fattoria” sanno subito come proseguire. Come ricorda il regista Augusto Fornari, “questa è tutta la magia dei Cetra, fanno parte della tua vita anche se tu non lo sai. La loro eredità non ha bisogno di essere riconosciuta: c’è e basta”. E in piazzetta Sant’Agostino aspettiamoci un viaggio tra passato e presente, malinconia e risate, con canzoni, sketch, parodie e gag.

Intanto riandiamo con la mente a “Il piacere dell’attesa” di Michele La Ginestra, anche sul palco affiancato da Manuela Zero e Ariele Vincenti, regia di Nicola Pistoia, posizionato in calendario dal direttore artistico Stefano Delfino subito dopo uno spettacolo che sta al polo opposto nell’universo degli allestimenti. Ci riferiamo all’ultima prima nazionale, “Il malloppo” di Joe Orton, a firma Francesco Saponaro, una trama che, pur divertendo il pubblico, offriva una critica spietata alla società inglese degli anni Sessanta, un po’ “incubo freudiano”, secondo le parole di uno dei protagonisti, tanto teatro dell’assurdo, humor sottile e corrosivo, scandalo dei “fantasmi nascosti negli armadi”, l’ingiustizia (e l’inferno) su questa terra. L’altra faccia della medaglia è invece “Il piacere dell’attesa”, appunto: poesia pura, dolcezza, riflessione sull’importanza del tempo, che non va sprecato ma va compreso e ha un suo perché. E siamo alle soglie del paradiso.

Lo sa bene il protagonista Giacomo (La Ginestra) che ci allieta il cuore parlando con le piante (che fanno ricorso alla solidarietà femminile e se ne guardano bene dall’aprir bocca), perché lui di mestiere è un “piantologo”, cioè gestisce un vivaio. E potrebbe farlo anche da solo ma, fa capire la trama, ha voluto dare una chance all’assistente Aldo (Vincenti), che probabilmente farebbe fatica a trovare un’altra occupazione, succube com’è della madre per pasti, cene, acquisti al supermercato, e che sovente nei suoi dialoghi fa ricorso a luoghi comuni. D’altronde le cose di cui si deve occupare Giacomo nel suo regno magico sono molte: tranquillizzare le piante sulla temuta potatura periodica, tenere sempre accesa la musica che loro adorano, variare i brani da far loro ascoltare compilando in anticipo la playlist della settimana, attendere il trascorrere del tempo dettato dalla natura, che ha un suo perché e permette di riflettere sul senso delle cose.

Ciononostante un testo vivace, coinvolgente, cui dà man forte l’ingresso di Camilla (Zero), quarantenne in carriera, oberata da impegni di lavoro tanto da non potersi dedicare a nessun hobby, come cucinare o giocare a tennis. Per lei è un lusso pure avere una storia sentimentale o anche solo uscire la sera, perché torna a casa stanchissima. Come una bella fiaba, si sa già che ci sarà il lieto fine, ma è bello vedere Giacomo che non intende neppure iniziare una relazione se non la conosce almeno un pochino (sia mai che le piaccia il “Grande Fratello”, non ci sarebbe dialogo!). Per un’ora e mezza (gran parte sotto una fitta pioggerellina), il pubblico si appassiona alla crisi che investe Camilla, che da cliente autoritaria, esigente e scattante, a poco a poco si trasforma e corteggia il vivaista, sino a licenziarsi perché “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, prendendo a prestito da un aforisma del filosofo tedesco Gotthold Lessing. “Se son rose…”, dice La Ginestra invitando il pubblico a proseguire. Ed è quando queste davvero fioriranno che ci sarà il primo bacio.

Nel mezzo, sicuramente le incomprensioni che rendono così succosa una trama. Una fra tutte, causa di tante risate, quando Camilla fugge via perché per lei la saracinesca a metà sottintende intenzioni malevoli; quando Giacomo scopre di diventare padre e rimane un momento interdetto (ma in realtà sta rifiutando di chiamare il figlio Giuseppe, perché lui di cognome fa Verdi, e Pino Verdi non suonerebbe bene!), la telefonata di Giacomo con il centralino della ditta di lei (non si capiscono, ma dall’altra parte del filo odono benissimo i suggerimenti di Aldo). E soprattutto, approfittando della pioggerellina, gli interventi fuori copione di La Ginestra, che improvvisa e inframezza plausi al pubblico che non si allontana da piazzetta Sant’Agostino per “amor di teatro”. La trama prevede sul finale un momento tutto per Vincenti, nel quale l’assistente si interroga se sia o non sia fidanzato… Un accorgimento – sicuramente – per regalargli visibilità ma perfettamente inserito in copione, e che conferma come tutto il trio sia stato più che egregio.

Semplici ma efficaci le scene di Teresa Caruso (che stringevano con vetrate il palcoscenico per dare l’idea che il vivaio proseguisse oltre): un allestimento di piante in vista, un tavolino con seggiole, mezzo nascosto l’odiatissimo ficus che tanto timore recava ad Aldo per un brutto ricordo. Costumi di Milena Corasanti e luci di Niccolò Santibelli (info per gli spettacoli e prenotazioni: www.festivalverezzi.it).

Laura Sergi

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