La pienezza del dragone – Breve ricordo di Bruce Lee a 50 anni dalla scomparsa

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MUORE GIOVANE CHI E’ CARO AGLI DEI” (Menandro)

Se a James Dean erano stati sufficienti tre soli film per entrare nella storia del cinema (Gioventù bruciata, La valle dell’Eden e Il gigante), Bruce Lee è andato vicino a eguagliarlo, riuscendo nell’impresa con appena quattro pellicole (Il furore della Cina colpisce ancora, Dalla Cina con furore, L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente e I tre dell’operazione drago), peraltro di valore crescente, dunque prove tangibili di un percorso di maturazione che lo avrebbe portato chissà dove, se soltanto avesse avuto più tempo a disposizione. Questo aumenta il rimpianto per una vita e una carriera incompiute, interrotte troppo presto da un fato maligno e avvolto nel mistero.

La breve ma intensissima vita di Bruce Lee – 32 anni – si spegneva infatti il 20 luglio 1973 a Hong Kong, nell’appartamento dell’attrice Betty Ting Pei, in circostanze mai del tutto chiarite e ancora oggi oggetto di discussioni e congetture tra le più varie. Ma, più che la morte, è giusto ricordare la vita di Bruce, ciò che ha fatto e ciò che ci ha lasciato, la sua eredità artistica e culturale, che è inestimabile. Stella assoluta del cinema di arti marziali, genere che ha portato all’apice della popolarità in tutto il mondo ponendosi come autentico anello di congiunzione culturale tra Oriente e Occidente, tra Cina e Stati Uniti – Paesi che poteva considerare entrambi suoi a pieno titolo -, Bruce Lee non è stato solo un uomo di cinema e un esperto nell’arte del combattimento. E’ stato anche, se non soprattutto, un vero filosofo, nel senso etimologico del termine, cioè “amante del sapere”. Lo testimoniano gli studi compiuti, i libri letti e quelli scritti, gli appunti lasciati: un insieme che dimostra una sete di sapere sconfinata, che ha attinto alla cultura di Paesi ed epoche tra loro lontanissimi, ma solo apparentemente inconciliabili. I vari stili di combattimento studiati e affrontati da Bruce – dal karate alla scherma – non sono soltanto manifestazioni delle capacità atletiche dell’essere umano, bensì, a un livello più profondo, espressioni delle culture che li hanno prodotti. La lotta, dunque, come forma di espressione culturale. Da ogni tecnica di combattimento, sosteneva Bruce, si può trarre insegnamento, conservando gli elementi validi e scartando quelli inutili o inefficaci. Il suo stile di combattimento, il Jeet Kune Do, è proprio il risultato di questo sincretismo culturale, e poggia su concetti sia filosofici che pratici, quali consapevolezza di sé, semplicità, flessibilità, pragmatismo, adattabilità alle circostanze e alla natura degli avversari.

L’ambizioso progetto cinematografico che Bruce stava portando avanti al momento della scomparsa, Game of Death – L’ultimo combattimento di Chen, nelle sue intenzioni avrebbe dovuto esprimere la summa della sua filosofia. Un’ascesa spirituale rappresentata metaforicamente dai vari piani verticali della pagoda che il lottatore vestito di giallo avrebbe dovuto superare affrontando i vari Maestri che li custodivano, ciascuno esperto in un particolare stile di combattimento, e perciò depositario di una peculiare forma di conoscenza. Al termine del percorso, superato grazie all’osservanza dei principi del Jeet Kune Do, l’eroe avrebbe trovato un tesoro come ricompensa. Quale? In realtà, probabilmente, Bruce – autore della sceneggiatura – non lo aveva ancora deciso, dato che tra i suoi appunti non sono state ritrovate indicazioni precise al riguardo; ma, per quanto detto sopra, si può ipotizzare che l’eroe, una volta sconfitti tutti i maestri e raggiunta la vetta del tempio, avrebbe trovato proprio nella piena conoscenza di sé, quindi nell’illuminazione, il tesoro agognato. Con un operazione maldestra e più che discutibile, nel tentativo di rilanciare un genere ormai in declino, circa cinque anni dopo (1978) la produzione decise di portare a termine il film, affidandolo al regista americano Robert Clouse – quello de I tre dell’operazione drago –, che assemblò il materiale lasciato da Bruce (circa 40 min.) con scene girate ex novo ricorrendo all’utilizzo di sosia. Da dimenticare.

A cinquant’anni dalla morte, il mito di Bruce Lee continua a risplendere più luminoso che mai. E’ grazie a lui se il cinema di arti marziali è riuscito a sopravvivere alla prova del tempo; i suoi film sono ancora oggi oggetto di culto per appassionati in tutto il mondo, la sua magnetica presenza scenica e la sua incomparabile prestanza atletica hanno reso vani i tentativi di individuare nei vari Jackie Chan, Sammo Hung, Jean Claude Van Damme, Steven Seagal, Jet Li, ecc… un erede alla sua altezza.

Un’ultima cosa: da italiani, non possiamo non ricordare con un pizzico d’orgoglio il fatto che Bruce avesse scelto proprio il nostro Paese e Roma per ambientare la storia di L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente, il primo e unico film di cui fu anche regista. Restano indimenticabili le sue cartoline romane da luoghi come Piazza Navona, il Foro e, naturalmente, il Colosseo, teatro dell’epico scontro finale con Chuck Norris. La Città Eterna e Bruce Lee: un connubio semplicemente da sogno!

Francesco Vignaroli

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