Mariangela D’Abbraccio al Festival di Verezzi. Recensione per “Prinçesa”

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Savona. Il prossimo spettacolo nel calendario del 57° Festival teatrale di Borgio Verezzi, sabato 29 luglio (alle 21.30), vedrà il ritorno di Mariangela D’Abbraccio-cantante in “Anima Latina – Napoli/Buenos Aires”, un viaggio intenso e passionale tra poesie, pensieri, drammaturgia, canzoni di autori spagnoli, napoletani, portoghesi e sud americani. Sotto la regia di Francesco Tavassi, ad accompagnare D’Abbraccio (nella foto), ci sarà Massimiliano Gagliardi al pianoforte. Sarà un’occasione per riassaporare Eduardo De Filippo, Pier Paolo Pasolini, Federico Garcia Lorca, Pablo Neruda, Sergio Endrigo, Paolo Conte, Luigi Tenco e Domenico Modugno… Alcuni nomi che danno bene l’idea della serata emozionante che ci aspetta.
In piazzetta Sant’Agostino è quindi il momento del pathos, dopo “Prinçesa”, un testo di Fabrizio Coniglio anche regista con Vladimir Luxuria, tratto dalla vera storia di Fernanda Farias De Albuquerque, in prima nazionale mercoledì 26 luglio (replica il 27). Uno spaccato drammatico particolarmente incentrato sugli anni in carcere di una ragazza che non si riconosceva nel proprio corpo maschile, e che qui arriva dopo aver ferito la titolare della pensione dove alloggiava, una “balena” di cui lei si era fidata, consegnandole di volta in volta i soldi raggranellati come prostituta, ma che, al momento in cui lei glieli richiede, per tornare dalla madre con tanti quattrini, le dice che non ci sono più. E la deride anche: sa che non può denunciarla.
Quanta rabbia, quante invettive dal palco mentre rivive quegli attimi. Ma non sono i soli momenti angoscianti.
Luxuria si muove tra le scene di Paola Castrignanò, una stanza del carcere di Rebibbia ricostruita con un letto, una foto, un tavolino e una seggiola (per Prinçesa un “bosco”). Una parete ospita una finestrella a sbarre da cui spunta spesso il volto di un ergastolano sardo, che parla poco ma l’ascolta molto, ed è preoccupato per lei. Lei che ora mette il rossetto o il rimmel, ora usa la pinzetta per lisciare il volto. A poco a poco conosciamo molto della sua vita: c’era, sì, una maestra che l’accarezzava con affetto, ma il precedente insegnante invece la derideva, ne imitava l’andatura dileggiandola. E tutti i suoi uomini… quanti uomini! Attratti da un corpo femminile e maschile insieme (meglio non operarsi come consigliato da un’amica, spiegherà, perché si perderebbe una fetta di mercato). Tutti pronti a imbastire una storia con lei, purché non allo scoperto. Provoca il pubblico Luxuria: quanti pronti anche in Piazzetta?
Indossa una tuta da uomo Prinçesa, e vorrebbe invece abiti femminili. Lei è Fernanda, non Fernando, e così vorrebbe essere chiamata (oppure “Prinçesa”, e scopriamo anche perché). Anche in carcere, checché ne dica il passaporto. Ma le disgrazie non arrivano mai sole: ora sa anche di essere sieropositiva. E chi è stato? Può fare come l’amica, che ha iniettato il suo sangue per vendetta a uno a caso dei suoi clienti, padre di tre figli? Decide di no. Decide per il suicidio con il gas. La salveranno in extremis.
L’ergastolano fa cadere nella sua cella abiti da donna (costumi di Sandra Cardini) che gli ha procurato una suora: quale sollievo, quale bellezza, mentre si rimira nell’immaginario specchio. Certo, c’è questo 43 di scarpe: e allora? La gonna è lunga, non corta, pertanto decorosa. Il sindaco Renato Dacquino, interpellato, conferma.
E viene finalmente il giorno di uscire dal carcere, con lo scambio di una promessa all’ergastolano che, nei periodi di permesso, la vada a trovare. Ma le cose non vanno come sperato. Nonostante la madre l’accetti anche così, ritorna alla vita di prostituta. Ora si droga. Ora s’impicca.
Diciamo subito quel che c’è piaciuto molto: la recitazione di Luxuria (e chi altri avrebbe potuto tratteggiare con tanta intensità un ruolo così complesso, pieno di ombre e d’amore?), gli aggressivi interrogativi senza risposta dal palco, il cedere a poco a poco (piccolo esserino fragile) all’empatia di un compagno di sventura col quale vuole sdebitarsi, i quanto mai realistici passi sgraziati davanti alla prima fila ora svestita come una prostituta, con il laccio al braccio per l’iniezione di droga. E il cambio di rotta nell’invito ad accompagnarsi a lei: non più una trans che vuole essere desiderata come donna, ma una prostituta all’ultimo stadio che elemosina. Poche le musiche note che alleggerirebbero la trama, perché non è questo che si vuole, come alcune note di “Prinçesa” e “La casa in riva al mare” di Lucio Dalla.
Strana la figura dell’ergastolano, che a volte parla e a volte no, in un ottimo testo di Coniglio, elaborato con particolare adesione a fatti reali. E allora perché non prevedere Giacomo sempre dietro le sbarre, poche volte sul palco-silenzioso-quasi evanescente? Luxuria ha dimostrato che se la caverebbe egregiamente anche abbracciando una poltrona vuota (anziché afferrando le mani di chi si cela dietro una coperta). E perché non prevedere disperazione e commozione nel ritrovarsi davanti l’amico in una forma pressoché impalpabile anziché concreta? D’altronde, è l’ultimo faro che indica un percorso di vita che avrebbe potuto realizzarsi, ma ormai è troppo tardi.
In ogni caso, gli applausi convinti del pubblico decretano il successo del titolo. Per il sindaco Dacquino, i più lunghi di ogni altro appuntamento del 57° Festival.

Laura Sergi

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