“Barbie”: una plastificata denuncia sociale. L’indipendenza femminile dietro il rosa shocking del Barbie World.

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“Imagination, life is your creation” : è questa la cantilena di Barbie Girl degli Aqua, gruppo
dance-pop danese-norvegese, pubblicata nell’aprile 1997, che con “You want to go for a
ride?” e “Kiss me here, touch me there”, da un ventennio induce persino le bambine a
canticchiarla, sebbene abbia snaturato l’ingenuità del giocattolo Mattel, la cui iconicità è da
ascrivere al 9 marzo 1959.
La rivoluzione dell’ideatrice Ruth Handler la quale, ispirata dai momenti ludici della
primogenita, sfruttò l’ingegno per progettare una bambola che non emulasse un neonato da accudire, ma una donna adulta in cui immedesimarsi, ad oggi sembra pungolare fastidiosamente la self-confidence femminile.
Il prodotto cinematografico Barbie della regista Greta Gerwig, nelle sale dal 21 luglio 2023,
esplicita tale dissenso maturato nella popolazione femminile nell’ultimo decennio, mediante
l’interpretazione di Ariana Greenblatt, nella scena soprannominata Sasha, perché a causa
dell’immagine propugnata delle Barbie ci sentiamo perennemente insicure e troppo distanti
dall’estetica ideale.
Dalla canzone degli Aqua, agli standard di bellezza inarrivabili, sembra che il concetto
proposto dalla creatrice dell’icona rosa sia stato travisato e deformato dalle pubblicità.
Ambientato in un cliché di rosa shocking nel Barbie World, le scene prendono avvio con
un’utopica atmosfera, fededegna alle fantasie delle bambine, alle prese con il gioco di ruolo
più intramontabile di sempre.
Le figure fluttuano da un piano all’altro dell’abitazione, si nutrono di cibarie inesistenti,
salgono a bordo di veicoli azionati dalle batterie: un multiverso in cui le ragazzine abbandonano ogni parvenza di razionalità.
Ma la fantasia rischia di essere contaminata dal virus della ragione, della paura, dell’ansia,
dell’insicurezza e Barbie è richiamata a viaggiare nel Mondo Reale per riacquisire il proprio
carattere ideale.
Tra scene di animata azione tra la protagonista rosa e i produttori della Mattel, imbellettati
con completi color pece e dispensatori di fittizi pensieri femministi, la società è criticata per
mezzo di una bambola in plastica, dicendo all the truth but telling it slant alla Emily
Dickinson.
A bordo di rollerblades, avviene il continuo spostamento dalla realtà all’immaginazione, con
la medesima celerità con cui le bambine traslano dalla propria cameretta all’irrealtà, ma con un mutamento che necessità coesione per essere ripristinato: durante scene esilaranti, Ken è ispirato dal patriarcato, che appare ai suoi bulbi disegnati, come un Nuovo Mondo
americano, tanto da rendere a sua immagine e somiglianza il Barbie World, trasformandolo
nel Kendom, una burlesca rappresentazione del Far West, sotto il comando di frontiers e
selfmade-men, che ripudiano ogni vincolo sentimentale, se non la fiducia verso il proprio
destriero.
Le Barbie ideate to be what you want, in innumerevoli versioni rappresentanti svariate
professioni, dalla dottoressa al premio Nobel per la letteratura, dalla fisica alla presidente,
adesso sono corpi sessualizzati con completi striminziti per sfamare le voluttà maschili, al
loro servizio senza scadenze temporali.
“È più semplice questa vita”, esclama Emma Mackey nei panni di una fra le tante Barbie
indottrinate dal patriarcato, con risata stridula.
Le scene dell’indefettibile mondo rosa progressivamente sembrano dare voce ad umanità
malata di maschilismo.
Da quanto tempo noi donne siamo solo ombre della maternità, della vita domestica, di un
corpo seducente del quale troppo spesso viene aggredita l’anima?
Noi, personificazione della fertilità e propulsione della vita, siamo state sbiadite fino ad
essere una labile luce, accesa solo quando svolgiamo le mansioni che ci vengono
assegnate, quando siamo come dovremmo essere secondo una società maleodorante di
patriarcato e sessismo.
Siamo state rese passive alla nostra stessa quotidianità, vita, esistenza ed essenza.
I pregiudizi che strisciano nella società odierna sono i germi del mondo ellenico; ancora
prima di essere creature corporee, siamo state vittime di un sistema patriarcale nel mondo
delle divinità greche, tanto che la celeberrima dea Era, nei testi omerici, nasconde ancora le
cicatrici della violenza di Zeus.
Anche Aristotele ridusse l’identità di una donna all’obbedienza e alla servitù, descrivendoci
come naturalmente difettose.
Non ci è riconosciuto il merito di essere madri, poiché Eschilo nelle Eumenidi ci descrisse
come nutrici del nuovo germe.
Noi siamo relative all’uomo, noi siamo l’inessenziale rispetto all’essenziale maschile: è
questa la denuncia di Simone de Beauvoir ad una società alimentante la disomogeneità tra
sessi, la quale nell L’introduzione al secondo sesso è obbligata a presentare noi che siamo
soltanto il polo negativo, noi che siamo l’altro sesso dinnanzi al soggetto assoluto, l’uomo.
L’indignazione verso questa consueta, immorale, folle e disumana idea della donna deve
accrescere il proprio impeto quando volgiamo la mente alla commedia greca di Aristofane o
di Menandro, alla satira latina di Giovenale.
Ma cara società, women feel just as men, e non solo in Jane Eyre di Charlotte Bronte.
Anche noi abbiamo bisogno di imparare, di soddisfare interessi e passioni, di allenare il
nostro corpo e le nostre facoltà, di avere a room of one’s own nel palazzo della società come Virginia Wolf.
In Barbie la plastificata critica sociale continua il suo fermento, con la parodizzazione del
Discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln del 1863, traslitterando “dal popolo per il popolo” in “dai Ken per i Ken”, snaturando quell’accenno di eguaglianza, evincibile dalle battute lincolniane “che tutti gli uomini sono stati creati uguali”, alludendo alla Dichiarazione d’Indipendenza, atto fondativo degli Stati Uniti, siglato il 4 luglio del 1776.
Due capriole oratorie di democrazia e parità dei sessi che atterrano sul suolo della disparità,
non includendo mai la parola donna, cosicché nel 1848 la Dichiarazione dei Sentimenti di
Elizabeth Cady Stanton e Lucretia Mott, si pose come risposta alla Dichiarazione
d’Indipendenza, estendendo i diritti inalienabili degli uomini esplicitamente anche alle donne.
Le Barbie, quasi sotto effetto di allucinogeni, rinsaviscono grazie a Barbie Premio Nobel
della letteratura, una lampante ammissione del valore rivoluzionario della scrittura.
Anne Bradstreet nel prologo di The Tenth Muse lately sprung up in America del 1650
afferma “who says my hand a needle better fits” , avvalendosi del self-effacement per creare liberamente poesia, non limitandosi ad essere la Musa ispiratrice, secondo il gusto dei latini elegiaci o degli stilnovisti toscani, ma incarnando la donna-poeta Calliope o Saffo.
E ancora tutte le autrici che fino agli anni ’60 erano state estromesse dal Rinascimento
Americano di Matthiessen del 1941, insieme alle minoranze etniche: Da I’m Nobody di Emily Dickinson, a Charlotte Perkins Gilman con Herland, a The Aweking di Kate Chopin,
viaggiamo tra testimonianze di donne, tenute mansuete tra le mura domestiche, le quali
hanno progressivamente e silenziosamente preparato il proprio ammutinamento, fino a
gridarlo a gran voce nella lotta di genere, già avviata nella prima ondata femminista
americana nel 1800, con le sorelle Grimkè, le quali apostrofarono l’influenza maschilista del
testo biblico.
Al suono di un celato We Can Do It, Barbie World riacquisisce la propria totale indipendenza
dal patriarcato, ricordando con severità alle spettatrici la perfettibilità di quell’universo, e la
necessità di una costante e instancabile lotta nel Mondo reale dove la legislazione non è
sufficiente per garantire alle donne, indipendente dal tono epidermico, dalla capigliatura e
dal peso corporeo, i diritti promessi.
Mentre il nastro volgendo al termine alimenta la fantasia delle spettatrici bambine, Margot
Robbie nelle vesti di Barbie ha bisogno di umanizzarsi, al costo di diventare una creatura
mortale, cosicché la possibilità di essere everything you want non sia più un’idea, ma la
realtà che l’appellato pubblico adulto è tenuto ad edificare.

Noemy Tonsuso

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